Da Calendasco a Cattolica

La Mafia al Nord non esiste” non è solo un ridicolo slogan della Lega dei tempi belli; è anche – e purtroppo – una convinzione estremamente radicata nelle coscienze di chi al Nord vive e lavora onestamente da una vita.

La difficoltà di accettare la coesistenza di cooperative e gang nelle stesse province è la declinazione emiliana di questa pericolosissima incapacità critica che affligge gran parte della popolazione locale. Le prove che tutte le maggiori mafie italiane si siano ormai stabilmente inserite nel tessuto regionale sono un po’ ovunque. Ma, ancora, per le istituzioni (almeno non quelle in fortissimo odore di collusione, vedi il caso Serramazzoni) e per i normali cittadini, considerare la possibilità di attività mafiosa nelle proprie città è qualcosa che permane nel campo delle ipotesi da accademia.

Forse è anche questo il motivo per cui, inchieste alla mano, le ‘ndrine, le cosche e i clan, in Emilia-Romagna fanno affari d’oro. Ovviamente, la complicità di imprenditori e politici corrotti aiuta. Come aiuta il fatto che, da Calendasco a Cattolica, il 90% delle attività gestite dalle mafie siano relative al riciclaggio di denaro e non creino, dunque, “disvalore sociale”. Almeno non a prima vista.

Per tutte queste ragioni, la lotta alla mafia in Emilia-Romagna – e in generale al Nord – è per molti aspetti più complessa che al Sud. In un’intervista rilasciata lo scorso anno a L’Espresso, il procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, sintetizzava bene il problema: “Trovo maggiore difficoltà a fare indagini antimafia in Emilia-Romagna che a Palermo, Napoli o Reggio Calabria. Qui è più difficile distinguere il buono dal cattivo, perché qui si intrecciano”.

MUMBLE: (e chi scrive) non ha i mezzi per indagare approfonditamente sulle decine di casi di appalti sospetti, presunte collusioni di giunte e altre simili amenità che si presentano giornalmente sotto i nostri occhi, o che destano più di un interrogativo presso gli uffici delle autorità locali. Ma può spronarvi a informarvi e a seguire il lavoro di chi è in grado di farlo al posto nostro. Da Giovanni Tizian e Libera, da Lirio Abbate a Sara di Antonio e Enrico Bini, al Gruppo Antimafia Pio La Torre di Rimini, ogni nome è buono: pescate a caso tra questi, nel grande mare virtuale, e troverete inchieste, libri, resoconti, incontri pubblici e attività di contrasto.

Fatelo, è importante. E se pensate che in fondo la ‘mafia in Emilia’ sia solo allarmismo, un titolo utile unicamente a vendere giornali, sappiate due cose: 1) la grande M: è gratuita, come le cose migliori della vita – nel caso lo aveste dimenticato; 2) quella che segue è una breve lista delle attività mafiose accertate in Emilia-Romagna da vent’anni a questa parte, provincia per provincia:

  • PIACENZA: attività illecite riconducibili alla ‘ndrangheta registrate dagli inizi degli anni ’90: infiltrazioni nell’imprenditoria e imprese direttamente legate alla ’ndrangheta;
  • PARMA: presenza acclarata di tutte e tre le maggiori mafie del Belpaese. Dominano i “cutresi”, soggetti affiliati alla ’ndrangheta. Ma sono stati rilevati anche collegamenti fra istituzioni e camorristi e fra imprenditori e uomini di Matteo Messina Denaro di Cosa Nostra;
  • REGGIO EMILIA: domina la ’ndrangheta, con i “cutresi”, che riesce ad accaparrarsi lavori edili. Sono presenti pure affiliati dei clan Grande Aracri, Nicosia, Dragone e Arena. Hanno interessi economici nell’edilizia, nel traffico di droga e nelle estorsioni;
  • MODENA: infiltrazione nel tessuto economico e sociale di appartenenti a pericolose organizzazioni criminali. Dominano i Casalesi (Alfonso Perrone e Sigismondo Di Puorto legati a Michele Zagaria); territorio di ricovero di latitanti di camorra; riciclaggio; estorsioni a imprenditori e commercianti di origine meridionale; collusi anche professionisti (un avvocato arrestato);
  • BOLOGNA: ‘ndrangheta padrona con i clan Mancuso di Limbadi e la famiglia Bellocco di Rosarno. Operano nel traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio attraverso acquisto di immobili, locali pubblici e aziende. Indagini della procura segnalano una significativa e importante presenza di Cosa Nostra in primarie attività economiche della Regione Emilia Romagna;
  • FERRARA: presenza accertata della ‘ndrina calabrese riconducibile alla famiglia dei Farao-Marincola di Cirò che opera in attività di riciclaggio, estorsione e gestione di locali notturni;
  • RAVENNA: la provincia è invasa da una forte presenza della Cosa Nostra catanese operante prevalentemente nel settore dell’edilizia e dal clan di Gela;
  • FORLÌ – CESENA: sono presenti i calabresi Forastefano di Cassano allo Jonio (Cosenza), e gruppi legati ai casalesi che tentano infiltrazioni nella zona di Rimini;
  • RIMINI: i camorristi sono responsabili di estorsioni nei confronti di commercianti e imprenditori della zona. Domina il clan Stolder (casalesi), mentre i Vrenna di Crotone e i Pompeo di Isola Capo Rizzuto sono le famiglie che controllano in tutta la provincia il gioco d’azzardo, l’usura, le estorsioni e il narcotraffico.

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