[Face To Face] Donnie

Uno dei nomi più caldi del rap sardo, Donato Cherchi a.k.a Donnie ha scambiato quattro chiacchiere con noi di Mumble:

Ecco cosa ci siamo detti.

Raccontaci il tuo approccio con la musica. Cosa ascoltavi da ragazzo e come i tuoi gusti si sono evoluti nel corso degli anni.

Ascolto musica, volente o nolente, da quando sono bambino. Con un padre musicista come il mio, ho passato i primi anni della mia vita in braccio a mia madre, alle serate di mio padre in giro per i locali. Musicalmente sono nato con gruppi come Social Distortion, Rancid, Black Flag. Poi crescendo mi sono appassionato alla roba più pesante, rimanendo nell’hardcore punk. Piano piano ho iniziato ad apprezzare il blues, come un bambino che non mangia la cipolla, ma inizia ad apprezzarla una volta che cresce. Ora sono un malato di blues, rap, stoner rock e qualcosa di elettronico. Tutto quello che mi arricchisce di esperienze. E poi ascolto Tom Waits, che reputo un genere musicale.

Come e soprattutto quando nasce Donnie?

Donnie è nato quando ho sentito l’esigenza di trasmettere qualcosa di veramente mio, e di raccontare la mia storia a parole più chiare. Prima facevo hardcore punk, che ascolto ancora con piacere e con cui non escludo un ritorno di fiamma, prima o poi. Ma avevo bisogno di distaccarmi da quella che è l’idea di ‘gruppo’. Diciamo che Donnie è nato dall’egoistica voglia di esprimermi al meglio.
Non troppi anni fa.

Musica che ha sete arriva dopo due mixtape (L’alligatore e Man in Blaq) e molte apparizioni sui palchi di tutta l’isola, accompagnando musicisti della scena rap nazionale di spessore come Mecna. Raccontaci come è nata l’idea dietro il tuo ultimo lavoro.

Hai presente i Ramblers? Quei musicisti nomadi che giravano lungo il Mississippi suonando un po’ di tutto? Ecco, MCHS è il disco di un rambler. Ho cercato di toccare tutte le sonorità che ritenevo necessarie, comprese quelle ‘fresh’. È un disco di passaggio, in cui ho cercato nel mio piccolo di accontentare tutti esprimendo sempre le mie idee e le mie esperienze. Ho fatto il rambler, ma d’ora in poi suoniamo il blues.

Quanto ha influenzato la tua scrittura il fatto di vivere in una città di provincial come Carbonia?

Vivo la mia città al massimo, frequentando posti diversi, gente diversa. Amo stare le notti in inverno a zonzo fino all’alba, con i miei amici e qualche incontro balordo casuale. Che regala sempre qualcosa, in positivo o negativo che sia. Carbonia è una città che nel suo piccolo ha tutto, da un estremo all’altro. Ha il riccone, il finto riccone. Il povero e il finto povero. Puoi trovarci di tutto, davvero. ho un sacco di esperienze maturate in questa città, e la amo per questo. Ma giusto un po’.

Nei tuoi testi ci sono ripetute citazioni a personaggi come Jelly Roll Morton e bluesman come “il Gancio” John Lee Hooker. Quando ti sei avvicinato al Blues?

Non è che mi ci sono avvicinato, ci sono nato in mezzo. Anche se, come ho detto prima è una cosa che ho iniziato ad apprezzare da grande. È un gene che mi ha trasmesso mio padre, da cui imparo ogni giorno qualcosa. E spero, una volta abbastanza maturo, di riuscire a suonare il mio blues. Quando avrò le scarpe sufficientemente sporche.

Per Musica che ha sete per te si è scomodata la Unlimited Struggle – etichetta culto del sottobosco rap italiano – che ti ha dato visibilità a livello nazionale e permesso di ad arrivare su piattaforme come spotify e itunes. Come sono arrivati a te?

Da MIBQ, che hanno ascoltato e gradito. Da li è nata questa collaborazione, con la sotto etichetta UNLIMITED PLATFORM. Hanno seguito la nascita del disco ed organizzato la release. E sono onorato di questo.

Cosa pensi del movimento rap locale e italiano?

C’è qualcosa, anche se a dirla tutta non sono un gran ricercatore di talenti sulcitani. Ascolto qualcosa qui e la, ma senza soffermarmici. Collaboro sempre con i soliti d’altronde. In Italia, seguo molti artisti. Amo Ghemon ad esempio. E il mio rapper italiano preferito è Primo Brown.

I cinque dischi che ti hanno cambiato la vita.

Cazzo, solo cinque? Se mi impegno, ti posso dire:

Mos Def, Black on booth side.
Tom Waits, Mule Variations
Social Distortion, Sex Love & Rock n roll
Alan Lomax, Negro Work Songs & Calls
Vinicio Capossela, Il Ballo di San Vito

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