La strage di San Valentino

Matteo Renzi – ormai lo hanno inteso anche i muri – è innanzitutto un genio della comunicazione.

Da puro madman quale è sa bene che il marketing è innanzitutto un gioco di dettagli, per gente col fiato lungo.

I messaggi vanno semplificati e reiterati e ogni simbolo, ogni immagine retorica, ogni parola deve essere studiata e scelta con estrema cura.

Probabilmente ha imparato i rudimenti dell’arte lavorando per l’agenzia di comunicazione di famiglia. Probabilmente ha rubato (e rielaborato) parecchio dal repertorio del migliore in materia, cioè Berlusconi.

La sua maniacale cura dei simboli si riflette ad esempio nell’ arredamento cangiante del suo ufficio fiorentino, in cui, a seconda del programma televisivo in prossimità di collegamento , si decide per la foto più consona da esporre sulla scrivania. Si spazia da La Pira a Mandela, passando ovviamente per Napolitano.

Della collezione deve fare parte anche Al Capone, di cui ammira evidentemente il timing e lo stile stragista. Perché quello che si è consumato sotto San Valentino, durante l’ultima direzione di via del Nazareno, è stato un vero massacro, che ha portato non solo alla rottamazione dell’ultimo catorcio dell’obsoleta dirigenza democratica, ma pure a quella del renzismo.

Renzi è vivo e combatte con (?!?) noi. Il renzismo – il gioco “duro ma leale”, “a viso aperto”, il confronto diretto, lo sconvolgimento dell’abitudine, tutto ciò che Renzi aveva rappresentato fino a quel momento per i fan della prim’ora – è bello che andato. Anche per chi non ha mai ceduto alla retorica renziana, questa mossa è apparsa rischiosissima, per non dire incomprensibile.

Non ho sostenuto Renzi alle primarie, e in generale quell’immagine da uomo forte che si è cucita addosso mi crea (da sempre) profondi fastidi.

Ho un’incompatibilità di fondo con le figure autoritarie, dalle maestre elementari agli agenti di polizia, e, pur non essendo uno studioso di storia moderna o contemporanea, ho come l’impressione che ogni volta che gli italiani si affidano al bulletto di passaggio, vada tutto clamorosamente a vajasse (pure – se non soprattutto – in senso pratico). Forse mi sbaglio.

Non nego, d’altro canto, di aver sperato che la teoria del chiavistello si dimostrasse fondata.

In fondo, riporre le speranze di rinnovamento di un paese civicamente decaduto in unica persona è una cosa bellissima. È comodo, è pratico, è facile, non ti ingombra la mente di dubbi snervanti. Confidare che, al momento opportuno, Renzi – narciso e spaccone, ma in fondo guidato da giusti ideali – arrivi a togliere le incrostazioni del potere dai palazzi romani, crea una certa trepidazione.

Per ogni elettore di centrosinistra (e non), credere a tutto questo risulta oggi molto più difficile.

Sono sicuro che Renzi lo sappia.

Come sono sicuro che senta forte e chiara la puzza di trappola politica che emana l’entusiasmo con cui alcuni compagni di partito e avversari lo hanno spinto a fare il grande passo.

Dunque, mi sono chiesto, perché?

L’unica conclusione plausibile che ho trovato è la seguente.

Renzi, dopo la rumba presa da Bersani alle primarie dello scorso anno, ha capito che non avrebbe mai guidato il paese, se non fosse prima riuscito a scalare il PD. Dunque ha corso e ha vinto la segreteria, senza fare prigionieri. Una volta al vertice non ha potuto limitarsi a fare da sponda ad un governo come quello presieduto dal suo compagno di partito. Innanzitutto, perché di fare il segretario di partito non gli è mai battuto un cazzo.  In secondo luogo, perché quello di Letta, per definizione, non era il suo governo. Terzo motivo (non meno incisivo): perché, al di là di tutto, sostenere con convinzione l’operato di quel governo era un’impresa improponibile, anche per i lettiani più convinti (ammesso ne esistano). Nel giro di qualche mese, Renzi ha realizzato che giocare al segretario di lotta e di governo non avrebbe pagato, sia nel medio che nel lungo termine. Si sarebbe logorato, magari tra le altre cose, facendosi carico del risultato non eccelso che il Partito Democratico potrebbe registrare alle europee (che, da sempre, sono elezioni che con gli umori reali del paese poco o nulla hanno a che vedere. L’elettore è talmente distante dalle dinamiche di Bruxelles e Strasburgo che tende a viverle come consultazioni iperuraniche, relative a qualche realtà parallela, in cui ritrovarsi con un parlamento composto al 40% da nazionalisti xenofobi non è necessariamente un problema).

Ovviamente anche andare a Palazzo Chigi comporta rischi simili.

Logoramento, disillusione dell’elettorato e compagnia cantante.

Ma Renzi, da quando è entrato in politica, si è comportato come un equilibrista in bicicletta su una fune: non ha mai smesso di pedalare, per evitare di cadere.

Dunque, si sarà detto, tra i due logoramenti è preferibile quello di Palazzo Chigi a quello di Palazzo Vecchio.

In questa sommaria ricostruzione psicologica rientra ovviamente la partita delle nomine dei capi di gabinetto e delle società a partecipazione statale che il governo Letta di sarebbe accinto a giocare da qui a qualche settimana. Avere voce in capitolo su quei nomi sarà fondamentale all’ormai ex sindaco per costruire alleanze solide, fuori dal parlamento.

Rimane il dubbio su cosa Renzi possa effettivamente fare al governo, o almeno fare meglio di quanto Letta non potesse.

La risposta secondo me è abbastanza chiara: nulla.

O comunque molto poco.

Le ipotesi di maggioranze diverse da quella attuale sono, a mio avviso, pura fantapolitica. Magari il nuovo governo riuscirà nell’impresa di strappare un pugno di senatori a Grillo, ma se la maggioranza dovrà espandersi in qualche direzione sarà chiaramente a destra.

Senza contare che Renzi sta già incontrando difficoltà – evidentemente non del tutto previste – nella stesura della lista dei ministri. Napolitano vede Renzi nello stesso modo in cui vedeva Monti e Letta: nonostante le siderali distanze culturali, per Re Giorgio, Matteo non è altro che l’ennesimo suo parto politico, il terzo argine da frapporre tra l’instabilità e il governo, tra il populismo imperante e le istituzioni; l’ennesimo filo per ricucire la sgualcita immagine italiana in Europa. Che Renzi faccia come creda, ma che non pensi di nominare in posti chiave, come il Tesoro e gli Esteri, personalità non strettamente concordate con lui.

Almeno fino a quando non avrà portato a casa una legge elettorale accettabile.

A quel punto, Napolitano saluterà tutti e di ciò che sarà dopo non ne vorrà sapere mezza.

È proprio questa – quella della legge elettorale e della riforma di Camera e Senato – l’unica partita in cui Renzi ha un evidente vantaggio rispetto a Letta.

Su questi temi, anche se con mosse discutibili, il premier in pectore ha imbastito tavoli e intessuto alleanze e – oggettivamente – potrebbe disporre di qualche carta in più rispetto al suo predecessore.

Ma le riforme costituzionali comportano tempi biblici e nel frattempo di tutto potrebbe accadere.

Come disse McMillan: “events, my dear boy, events”.

 

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