‘Ndrangheta, consenso sociale e funzione politica dalla leggenda alla strategia della tensione

di Cosimo Alvaro

Si narra che nel Seicento, su una nave partita dalla Spagna, si fossero imbarcati tre nobili cavalieri costretti a fuggire per aver lavato nel sangue l’onore di una sorella sedotta. Sbarcati sull’isola di Favignana, Osso, votandosi a San Giorgio, decide di restare in Sicilia dove fonda la mafia; Mastrosso, devoto alla Madonna, si trasferisce in Campania dove organizza la camorra; mentre Carcagnosso, con l’aiuto di San Michele Arcangelo, punta sulla Calabria dove dà vita alla ‘ndrangheta.

Storie simili popolano l’immaginario di molte organizzazioni criminali, anche non europee, e consentono di sviluppare negli affiliati una sorta di comunanza ancestrale sulla quale poggiare la sacralità del legame attuale. Il richiamo alla leggenda, però, può anche essere utile per constatare come, fin dalle loro origini, le diverse organizzazioni criminali operanti nel sud Italia, nonostante le differenti forme organizzative e il diverso rapporto con la politica e la società civile, si caratterizzino per rilevanti elementi comuni. Come nota Enzo Ciconte, storico della ‘ndrangheta, comuni sono i metodi, identici i valori di fondo, la cultura, i comportamenti, la visione del mondo: antagonismo verso lo Stato, omertà, controllo del territorio, inserimento nelle attività economiche legali e illegali. Uguali gli obiettivi di fondo per cui ci si associa: conquistare potere e ricchezza in una ossessiva ricerca di rispetto e promozione sociale. Di ciò bisogna necessariamente tenere conto, anche quando, come in questo caso, si indaga sulle origini socio-economiche della criminalità organizzata e sui differenti approcci della stessa verso le istituzioni e le classi socialmente dominanti.

Con riferimento alla ‘ndrangheta è fondamentale inquadrare contesto sociale dal quale trae origini e si consolida come realtà permanente. In Calabria, la ‘ndrangheta, o meglio una realtà associativa criminale con elementi affini a quelli che oggi caratterizzano la mafia calabrese, inizia a emergere all’interno del processo che porta alla formazione dello Stato unitario. E’ a quel periodo che risalgono i primi documenti, giudiziali e non, che testimoniano l’esistenza di una struttura criminale che prende il nome di “picciotteria”. Quella è la fase in cui, nella provincia di Reggio Calabria, l’ampliamento delle terre messe a coltura aveva comportato l’emergere della figura sociale dei massari, una sorta di cuneo tra i possidenti fondiari e i contadini. In tutto ciò le crisi agrarie si susseguono e con esse aumentano gli abigeati e i furti di legname, rendendo così necessario l’utilizzo dei primi picciotti come sgherri in difesa dei possedimenti. La contraddizione tra il ruolo di difesa del possedimento che il picciotto assume e le ricostruzioni storiche che vedono la ‘ndrangheta come fenomeno di origine rurale, nato in contrapposizione allo strapotere allo strapotere dei ricchi proprietari che sfruttavano i contadini, è solo apparente. In realtà quella del picciotto è una figura deputate alla mediazione degli interessi contrapposti in una fase storica caratterizzata da un forte senso d’insicurezza. L’abilità della picciotteria deve essere individuata, infatti, nell’essere la soluzione al caos da essa stessa creato.

Se da una parte la difesa della proprietà consente all’aggancio alla classe dominante, l’offesa alla stessa è la risposta che si dà alla popolazione rispetto alla situazione di abbandono nella quale versa. L’organizzazione di ruberie di grano, farina e bestiame consentivano alla cerchia degli affiliati di elevarsi rispetto alla miseria generale. I picciotti acquistano, allora, la fama di paladini della giustizia e con il passare del tempo il numero degli affiliati aumenta.

La ‘ndrangheta inizia a simboleggiare per la gente la possibilità di una rivalsa sociale, un’occasione per inserirsi in un sistema di protezioni che, invece, lo Stato non riesce assicurare. In realtà la strategia è quella di fomentare l’insicurezza generale: nessuno può sentirsi al sicuro, solo l’assunzione del vincolo associativo ripara dall’attacco ai propri beni e alla propria persona. Il mafioso quindi diventa il guardiano dell’ordine che egli stesso minaccia. Appare chiara fin dalle sue origini l’ambiguità di fondo della ‘ndrangheta, che sfruttando la particolare concezione dell’onore nelle realtà meridionali, si propone come forza di recupero sociale, celando abilmente la continuità con la proprietà fondiaria. Non può essere taciuto infatti il ruolo della ‘ndrangheta nell’opposizione alla presa di coscienza del movimento operaio e contadino. Illuminante in tal senso è una sentenza del Tribunale di Locri del 1950 dove si fa riferimento ad Antonio Macrì, uno tra i capi più influenti della vecchia ‘ndrangheta, contraria alla droga e ai sequestri di persona. I giudici della cittadina ionica, infatti, affermano che “mentre altrove le controversie agrarie si discutono davanti al Tribunale e si decidono con sentenza, in Siderno e Locri si ricorreva alla potenza occulta del Macrì per imporre la volontà dei padroni ai contadini e ai mezzadri”.

L’assunzione di una funzione giurisdizionale è un altro aspetto dal quale la ‘ndrangheta trae una linfa vitale, assicurandosi il consenso di una popolazione da sempre scettica verso uno Stato fermo nel considerarela Calabriaun’inutile zavorra da cui liberarsi. Di estremo interesse, al riguardo, è quanto riferisce l’ex Questore di Reggio Calabria, Enzo Speranza, relativamente a una sua conversazione con Don Momo Piromalli, potentissimo boss della piana di Gioia Tauro, ricoverato in ospedale. Speranza chiede a Don Momo il perché secondo lui in Calabria esista ancora la ‘ndrangheta, la risposta del boss fa riflettere: “La ‘ndrangheta esiste perché in Italia non funziona la giustizia civile”. Rispetto alle lungaggini dei processi, la mafia assicura una decisione rapida e inappellabile.

Governare il caos, quindi, ma soprattutto crealo, anche su scala nazionale.La rivolta del 1970 per Reggio capoluogo testimonia proprio la capacità della ‘ndrangheta di presidiare entrambi i lati della barricata. La partecipazione alla sommossa popolare rappresentò la possibilità di entrare in quella zona grigia dove massoneria deviata e destra eversiva pianificarono la futura strategia della tensione. Oltre ad atti d’indagine, diversi collaboratori di giustizia riferiscono del coinvolgimento della ‘ndrangheta nel fallito golpe Borghese, il cui reale intento non era quello della conquista del potere, ma di spaventare il Governo e spingere a destra il quadro politico. Emerge, sempre dal racconto dei pentiti, il sostegno logistico che alcuni affiliati diedero agli estremisti fascisti che piazzarono le bombe sui binari di Gioia Tauro, compiendo una di quelle stragi che caratterizzarono la strategia della tensione.

Il tradizionale rapporto tra ‘ndrangheta e destra eversiva, risalente ai moti di Reggio Calabria del 1970 è poi messo in evidenza dalla relazione della Commissione Antimafia della XI legislatura. La funzione di porre freno alle istanze di cambiamento è un dato comune a “cosa nostra”, che con gli omicidi di Placido Rizzotto, Peppino Impastato e PioLa Torre, dimostro il suo totale asservimento al grande potere industriale e fondiario.

Cosimo Alvaro, esponente della FGCI (federazione giovanile comunisti italiani), collabora con importanti avvocati penalisti in processi di criminalità organizzata.

Tags from the story
, , , ,
More from pepito sbarzeguti

[Imprimatur] Mignon

Alessandro Orlandin (foto di Thomas Malaguti) Occhiaperti Nella mia città, Ferrara, tra...
Read More

1 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *