Spaventare la camorra con il solo uso della parola

Alessandro Gallo, nato a Napoli nel 1986, scrittore di prosa, attore e regista teatrale, ha alle spalle un’infanzia segnata dal coinvolgimento dei propri famigliari nella criminalità organizzata della città. Si occupa di formazione dei giovani, promuovendo la cultura dell’anti-mafia nelle scuole; è infatti ideatore e coordinatore del progetto di Teatro per la legalità dal titolo “Vi raccontiamo le mafie” per gli studenti delle scuole superiori di Bologna. Ha pubblicato per Navarra il romanzo “Scimmie”. A gennaio uscirà il suo nuovo libro sulle mafie in Emilia-Romagna dal titolo “Non diamoci pace” e i diritti saranno devoluti alle due associazioni antimafia Rete No Name di Bologna e Gruppo dello Zuccherificio di Ravenna.

 

Alessandro, da scrittore ti sei confrontato con il tema della criminalità organizzata ma è la tua stessa biografia a essere segnata da esperienze “di prima linea” rispetto alla camorra. Hai mai paura nello scrivere di questi temi?

Non sarei uomo se ti dicessi “no, io non ho paura” ma la paura è quell’emozione che metabolizzata può trasformarsi in coraggio.

Cosa ti ha spinto a dire no a una vita di camorra?

Ho avuto pochi ma forti contatti con il crimine. Dentro e fuori casa. È stata la scuola, è stato il fatto di poter stare chiuso in un teatro a scrivere e a recitare giorno e notte trovando così, nell’arte, un interessante e stimolante strumento alternativo.

Il tuo libro Scimmie è dedicato al giornalista Giancarlo Siani, assassinato dalla camorra nel 1985. Come hai conosciuto la sua figura e che influenza ha avuto su di te?

Fu una professoressa al secondo anno di scuola media a farmi avvicinare alla figura del giornalista. Ci avvicinò ai suoi scritti, al suo lavoro di cronaca. Durante la lettura degli articoli immaginavamo un Giancarlo forte, grosso, un eroe dal quale poter prendere esempio ma quando poi vedemmo una sua foto restammo male. Ci chiedemmo come aveva fatto un ragazzo “come tanti”, mi piace definirlo il ragazzo della porta accanto, a spaventare la camorra con il solo uso della parola. Capimmo, grazie all’aiuto della professoressa, che potevamo anche noi fare la nostra parte.

Nascere e vivere a Napoli significa entrare comunque, che tu lo voglia o no, in contatto con l’ambiente camorristico o puoi evitarlo e vivere la tua vita?

Mi piace dire sempre che ormai, da vent’anni a questa parte, nascere in questo paese significa avere contatto con il crimine da nord a sud, significa avere contatto quotidianamente, dentro e fuori casa, con comportamenti mafiosi legalizzati. È difficile a Napoli scegliere da che parte stare come è difficile farlo in qualsiasi altra città d’Italia.

Cosa può concretamente fare un intellettuale che sia mosso da uno spirito antimafia?

Fare della buona cronaca. Mettere sul tavolo domande e condividerle con i cittadini con la speranza che si possano incuriosire e capire che il piombo ormai centra poco.

Cosa pensi della figura e dell’operato di Roberto Saviano?

Sono molto legato al suo lavoro. È grazie al suo Gomorra se ho avuto il coraggio di prendere la mia storia personale, figlio e cugino di due affiliati alla camorra, e voler raccontare la mia città, raccontare un’altra città nel nome di una bellezza che ha bisogno di riappropriarsi dei suoi spazi.

Attualmente vivi in Nord Italia, cosa ti manca di Napoli e come vedi il suo futuro?

Per fortuna faccio un lavoro che non mi tiene lontano da Napoli. Giro molto il paese, mi sento un cittadino residente in molte città dello stivale. Non sento la mancanza di Napoli, ma sento la mancanza dell’Italia quando vado all’estero. Napoli è una metropoli difficile e come tutte le metropoli, in tempo di crisi, sta pagando le conseguenze di una malapolitica che non guarda più al futuro e fa fatica a guardare al presente.

Cosa pensi dell’azione delle mafie al Nord e quali sono le differenze fondamentali con le modalità criminali che adottano nel meridione?

Le mafie al sud creano soldati, al nord infiltrano capitali, li legalizzano per poi radicarsi nel tessuto sociale nei panni di imprenditori spietati.

La cultura dell’antimafia si sta rafforzando in Italia? Cosa manca per farla crescere?

L’antimafia si può rafforzare solo quanto diventa una scelta di vita di ogni singolo cittadino e non di pochi. Io dico sempre che sono un autore teatrale e scrittore impegnato, oggi parlo di mafia, domani parlerò di altro, ma non significa che smetto di voler lottare in un Paese dove è reato difendere la legalità. L’antimafia è un’azione quotidiana che tutti devono fare.

Come si promuove una cultura dell’antimafia nelle scuole? Che tipo di accoglienza ricevi dai giovani quando entri negli istituti per prendere la parola contro la mafia?

Io lo faccio con il teatro. Per me narrare le storie di chi ha scelto come prima azione quotidiana l’antimafia è un atto doveroso da fare nelle scuole. L’accoglienza è sempre positiva, parlo di storie vere, racconto vittorie che stimolano i ragazzi. Le sconfitte le lascio a chi vuole piangere sul latte versato.

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