Ucraina – Guerra fredda 2.0

di Matteo Dargenio

Venticinque anni fa ci avevano raccontato che con la caduta del muro di Berlino, con la dissoluzione dell’URSS, le tensioni che per quasi mezzo secolo avevano determinato la politica interna ed estera delle principali potenze e diviso il mondo in due blocchi all’apparenza monolitici (l’Alleanza Atlantica da una parte, il Patto di Varsavia dall’altro) sarebbero cessate, in favore di un nuovo ordine mondiale. Nessuno poteva allora immaginare se in meglio o in peggio, di certo c’era solo che tutto sarebbe cambiato e niente sarebbe stato come prima. Sono passati venticinque anni da quel giorno di novembre, effettivamente di cose ne sono cambiate parecchie, eppure ancora una volta si respira un’atmosfera che i più ottimisti speravano di non dover più rivivere: un’aria da guerra fredda. Non vorrei esagerare nelle valutazioni, se l’espressione “guerra fredda” non vi aggrada e vi sembra obsoleta cambiatela pure con “braccio di ferro tra superpotenze”, o come preferite, è comunque innegabile che una situazione così “novecentesca” era inimmaginabile fino a qualche mese fa e ha colto impreparati i governi del patto atlantico.

Per cominciare, facciamo il punto di una situazione che, come se non lo fosse già abbastanza, negli ultimi giorni si è fatta quanto mai complessa e difficile da decifrare. Ecco i momenti chiave della “questione ucraina” dal 14 febbraio a oggi, ricostruita dalla Bbc e proposta sul sito dell’Internazionale:

14 febbraio: grazie a un’amnistia 234 manifestanti arrestati a dicembre vengono rilasciati.

16 febbraio: i manifestanti lasciano il municipio di Kiev, occupato il 1 dicembre, e altri palazzi del governo nella regione.

18 febbraio: almeno 18 persone, tra cui sette poliziotti, vengono uccise. I manifestanti riprendono il controllo del municipio. Le forze dell’ordine circondano piazza Indipendenza, dove rimangono circa 25.000 contestatori.

20 febbraio: nonostante la tregua dichiarata dal governo, gli scontri non si fermano. Il numero delle vittime sale a 77. Secondo alcuni testimoni i poliziotti e anche alcuni cecchini sparano contro i manifestanti. I ministri degli esteri di Germania, Francia e Polonia partono per Kiev per incontrare il presidente Janukovič. Anche la Russia manda un rappresentante diplomatico.

21 febbraio: Viktor Janukovič firma un patto con i leader dell’opposizione. L’accordo prevede la formazione di un governo di unità nazionale, il ritorno alla costituzione del 2004 (che limita parzialmente i poteri del presidente) e le elezioni anticipate. Alle trattative partecipano anche i ministri degli esteri di Francia, Germania e Polonia e il rappresentante diplomatico russo.
In piazza nel frattempo proseguono gli scontri. Nell’ovest del paese i manifestanti continuano a occupare i palazzi del governo.

22 febbraio: i manifestanti occupano il palazzo del governo senza incontrare resistenza. I leader dell’opposizione chiedono elezioni anticipate. Il presidente Janukovič fa perdere le sue tracce e secondo indiscrezioni è scappato a Kharkiv, nel nordest del paese. Il parlamento vota la sua decadenza, e convoca le elezioni anticipate per il 25 maggio. Si dimette lo speaker della Rada (il parlamento ucraino) Rybak, sostituito da Turchynov, già alleato della Timoshenko.
Janukovič va in televisione e denuncia il “colpo di stato” contro il suo governo. La leader dell’opposizione Julia Timoshenko viene liberata dal carcere e torna a Kiev. Era in prigione dal 2011. Milizie paramilitari filorusse si muovono in Crimea.

In seguito alla caduta di Janukovič e all’insediamento del nuovo governo presieduto da Arseniy Yatseniuk, la situazione non è certamente migliorata. La nuova compagine sembra premiare l’ala più nazionalista e oltranzista dell’estrema destra ucraina: sette ministeri ottiene il partito Batkivshchyna (Patria), due per il partito Svoboda (Libertà). I rimanenti ministeri sono stati affidati ad attivisti di Maidan ed esponenti della società civile, come Tat’jana Čjornovol, giornalista ridotta in fin di vita durante gli scontri a Kiev. Nuovo governo che, nonostante l’onda rivoluzionaria, appare agli occhi di molti poco legittimato a portare avanti il proprio operato. Diffidenza che non deriva solo dai palazzi di Mosca (ovvio), ma anche da una larga parte della variegata popolazione ucraina. Primo grande errore del nuovo governo: di tutta la squadra di governo (ministri e sottosegretari), solo due sono gli esponenti delle regioni orientali e meridionali, quelle tradizionalmente filorusse. No, non è certamente un buon inizio. Inoltre, le biografie non esattamente simpatiche di alcuni ministri e sottosegretari non contribuiscono certo a semplificare la situazione. Il più eclatante è forse il caso di Dmitro Jarosh, attuale vicesegretario del Consiglio Nazionale Sicurezza e Difesa, esponente di prestigio del gruppo di estrema destra Pravij Sektor (Settore di destra) e che, tra le altre cose, ha militato tra le forze islamiste durante la guerra cecena. Insomma, un governo debole e delegittimato, seppure ad interim, su cui anche la comunità internazionale nutre forti dubbi e perplessità: è di questi giorni la notizia che riporta la telefonata tra il ministro degli esteri estone Urmas Paet e l’Alto commissario per gli affari esteri europeo Catherin Ashton, nella quale le “forze rivoluzionarie” non ci fanno proprio una bella figura, ascoltare per credere.

E mentre a Kiev tutto sembrerebbe tornare alla normalità, gli occhi del mondo si spostano su un’altra regione della martoriata ucraina: la Crimea. Anche qui, prima di ogni considerazione, è necessario un breve excursus storico: il Kahanato di Crimea entra a far parte dell’Impero Russo nel  1787, in seguito a un sanguinoso conflitto che vide le armate della zarina Caterina II impegnate contro le truppe ottomane. In seguito all’occupazione venne avviato quel processo di russificazione che avrebbe poi minato le basi della numerosissima comunità tatara originaria della penisola. Solo nel 1954, in occasione del trecentesimo anniversario del Trattato di Perejaslav tra cosacchi ucraini e Russia, la Crimea è stata “regalata” alla Repubblica Sovietica d’Ucraina; su gentile concessione di Nikita Chruščёv. Oggi la situazione demografica in Crimea è la seguente: il 58,5% è di etnia russa, il 24,4% ucraina, il 12,1 è tatara e il restante 5% è composto da minoranze etniche. La Crimea ha inoltre una rilevante importanza strategica data la sua posizione, e non è un caso che proprio in Crimea sono installate le basi navali russe sul Mar Nero. E vista la situazione tutt’altro che favorevole, la Russia di Putin non poteva non intervenire. Come?

Sempre più spesso gli opinionisti di mezzo mondo ricorrono alla parola “invasione” per descrivere quello che sta avvenendo in Crimea. Anche qui, però, è necessario fare un po’ di chiarezza: i soldati ripresi dai nostri telegiornali erano già di stanza nelle basi russe di Sebastopoli, sulla base di accordi bilaterali presi tra Russia e Ucraina nel 1991. Secondo questi accordi, l’Ucraina concede alla Russia la possibilità di mantenere le proprie basi militari e navali in Crimea. Ma gli accordi dicono anche che i militari russi hanno l’obbligo di rimanere all’interno dei perimetri delle basi: la trasgressione di questo obbligo sarebbe visto dalle autorità ucraine come un atto di guerra. Il governo ad interim ha riconosciuto il diritto della Russia a mantenere le proprie basi; peccato che il governo russo, non riconoscendo la nuova autorità ucraina, di quei trattati ha deciso di infischiarsene. Ed ecco il cortocircuito: il governo ucraino ha tutti i diritti di denunciare l’illegalità dell’intervento russo, ma i media occidentali farebbero bene a ridimensionare l’entità di tale “invasione”. Va anche aggiunto che numerosi reparti della marina ucraina avrebbero più o meno volontariamente issato la bandiera russa; e questo non deve stupire, più di tanto, dato che solo fino a venticinque anni fa non c’era differenza tra flotta ucraina e russa, e ancora oggi i confini tra le due, specie in momenti come questi, può risultare piuttosto labile. Insomma, quello a cui stiamo assistendo è una lenta e progressiva occupazione della penisola di Crimea ad opera di reggimenti russi e squadre paramilitari con il più o meno tacito consenso della popolazione locale; occupazione legittimata, agli occhi del governo russo, solo dalla destabilizzante situazione politica.

Ma a spaventare non dovrebbe esser tanto la situazione in Crimea, quanto quella in altri grandi centri dell’Ucraina meridionale ed orientale, dove la forbice tra ucraini e russi è molto più bassa e rischia di dare luogo a scontri tra le diverse fazioni. Mi riferisco a città quali Odessa, Charkiv, Donetsk e Dnipropetrovs’k, nelle quali non si sono ancora verificati fatti di una certa gravità, ma dove la tensione rimane comunque molto alta.

Qualcuno potrebbe accusarmi di voler giustificare la politica di Putin. Vi piacerebbe, ma non credo che Vladi sia un giusto candidato al Nobel per la pace. Ritengo tuttavia che sia necessario affrontare una buona volta la questione al riparo dalla retorica e l’ipocrisia: l’Occidente non ha alcuna autorità morale per indignarsi di fronte alla risposta russa, così come sono deprecabili le motivazioni avanzate da Putin nel giustificare il proprio operato. “Stiamo intervenendo in difesa dei cittadini russi in Crimea!”, avrebbe dichiarato in conferenza stampa, senza ricordare che negli ultimi anni i consolati russi hanno stranamente rilasciato in territorio ucraino migliaia di passaporti: che l’invasione degli ultracorpi fosse già cominciata, e non ce n’eravamo resi conto? La triste verità è una sola: sia a Washington che a Mosca delle condizioni di vita dei poveri cittadini ucraini non gliene può fregare una beneamata cippa. Siamo di fronte a una vera e propria guerra di nervi tra Occidente e Russia; con il primo che sogna con gli occhioni lucidi di strappare l’Ucraina all’influenza russa, e la seconda che, per ovvie ragioni, non è minimamente disposta a cedere. E mentre America e Russia giocano a chi fa la voce più grossa, la Comunità Europea trema in vista di sempre più improbabili sanzioni che, nel caso venissero messe in atto, si ripercuoterebbero negativamente sugli stessi paesi europei: oltre alle problematiche legate alle forniture di gas (non cosa da poco) basterebbe ricordare quanti rapporti economici legano oggi la Russia con i principali paesi europei, Italia e Germania in primis.

E intanto, sullo sfondo dell’ennesimo scontro geopolitico, rischiano di deflagrare rancori assopiti ma mai del tutto estinti, figli di quel brutto vizietto di ridisegnare a piacimento limiti e confini senza tener conto delle componenti nazionali: alle province occidentali che hanno nella civiltà mitteleuropea la propria stella polare (L’viv è stata città polacca fino al 1945) si oppongono quelle orientali e meridionali, tradizionalmente filorusse e che vedono come il fumo negli occhi un’eventuale integrazione dell’Ucraina nell’UE. La tensione è tale che il parlamento di Crimea ha indetto un referendum per il 16 marzo, nel quale verrà proposta l’annessione volontaria alla Russia, minando in questo modo l’integrità territoriale tanto voluta da Europa e Stati Uniti. Non deve stupire che i leader dei 28 paesi membri dell’UE hanno condannato senza mezzi termini il referendum.

Quali scenari dobbiamo aspettarci? Indovinare cosa avverrà nell’immediato futuro, inutile dirlo, è impresa ardua. L’ipotesi di un intervento armato non gioverebbe a nessuno e probabilmente non ci credono neanche le potenze occidentali, mentre è assai più probabile che Mosca perseguititi con la sua strategia volta a mostrare i muscoli nel tentativo di difendere i propri interessi nazionali. Improbabili sono anche eventuali sanzioni ai danni della Russia, dato che anche i partner europei avrebbero troppo da perderci. D’altro canto è anche vero che la Russia sbaglia a credere che il ricatto del gas possa durare ad libitum: la scoperta di nuovi giacimenti di gas “non convenzionale” in Polonia e il progresso scientifico e tecnologico nel settore energetico potrebbero in futuro rendere le forniture russe sempre meno rilevanti. Ancor più difficile è fare previsioni sul futuro dello stato ucraino: nonostante i richiami della comunità internazionale sulla necessità di preservare l’integrità territoriale, è verosimile che parte della popolazione potrebbe optare per la secessione, pacifica o no.

Insomma, siamo tutti spettatori di una partita a scacchi dove gli avversari si studiano cercando di indovinare mosse e intenzioni senza però rischiare mosse decisive. E poi, ovviamente, ci sono le povere pedine, mosse e sacrificate a piacimento.

 

Matteo Dargenio scrive per La Piattaforma. Nato a Modena nel 1989, laureato in lingue, è appassionato di musica di qualsiasi tipologia e genere (dal Black Metal al True Norwegian Black Metal) e di letteratura, specie se in caratteri cirillici. Insieme ai suo colleghi di blog ha già scritto parecchio sulla vicenda ucraina:

http://www.lapiattaformamodena.it/mondo-politica-internazionale/enough-is-enough-what-the-west-needs-to-know-about-euromaidan-in-ukraine/

http://www.lapiattaformamodena.it/mondo-politica-internazionale/dalla-parte-del-diavolo/

http://www.lapiattaformamodena.it/attualita-politica-societa/ucraina-yanukovich-decaduto/

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