Su deflazione, BCE, quantitative easing, nuovi rischi globali e lo scandalo degli immobili di stato

Per farla facile: la deflazione è quando di giorno in giorno i prezzi dei beni di consumo si abbassano senza alcuna apparente intenzione di sosta. I consumatori si accorgono del trend e rimandano al futuro ogni acquisto, col preciso intento di concludere affari migliori in data da destinarsi. Il meccanismo si estende dal consumatore ai canali distributivi, per arrivare ad infettare le aziende manifatturiere. Si crea una spirale di stretta creditizia e di consumi, che intacca i ricavi delle imprese e che le spinge inevitabilmente a cercare di diminuire le spese, spesso attraverso la diminuzione del costo complessivo del lavoro.

Ora lo spettro della deflazione aleggia minaccioso sulle sponde europee. Dopo anni trascorsi in preda a un terrore psicotico (e tutto tedesco) di spirali inflattive incontrollabili, le recessioni di vari membri UE rischiano di prolungarsi a causa del fenomeno opposto.

Per evitare questo ennesimo colpo all’economia continentale, la BCE si è detta pronta a manovre inedite. Il preciso mandato della Banca Centrale Europea – come quello di ogni altra banca centrale – è quello di garantire la stabilità dei prezzi. Ovviamente è una mission che ogni banchiere centrale interpreta a proprio modo. Per Draghi la deflazione potrebbe essere combattuta attraverso una svalutazione competitiva della divisa europea (opzione per ora non troppo probabile), attraverso una manovra di allentamento del credito (QE, Quantitative Easing) o con un mix di entrambe le cose.

Il risultato sperato sarebbe quello di una riapertura dei flussi creditizi e degli investimenti.

Il QE europeo sarebbe però diverso da quello attuato in USA negli ultimi anni. La banca centrale non acquisterebbe titoli di stato, ma titoli privati, nello specifico ABS (asset backed securities).

Il meccanisimo sarebbe il seguente: le banche concederebbero prestiti a famiglie e imprese, per poi trasformare i crediti contratti in titoli finanziari (cartolarizzazione) cedendoli a una società veicolo della banca stessa (Spv). Questa società li impacchetterebbe poi in un unico prodotto e li collocherebbe sul mercato. Tali titoli avrebbero un rating e un rendimento; il pagamento delle cedole (così come il rimborso del capitale) sarebbe agganciato al rimborso reale dei prestiti e dei mutui che costituiscono il sottostante del titolo derivato.

Ora, i problemi che si presenterebbero non sarebbero di poco conto. Primo di tutti: i titoli ABS sono gli stessi che hanno creato la crisi subprime in America, con relativa bolla immobiliare. Gli ABS europei sono diversi, è vero: sono più trasparenti, richiedono rating molto elevati. Ma – e siamo al secondo problema –  è anche vero che negli ultimi anni, proprio a causa di questa forte regolamentazione, il mercato degli ABS europeo è diminuito notevolmente, con le emissioni di questi titoli ai minimi dal 1998.

Proprio in ragione di ciò, non si capisce bene quanto realmente potrebbe giovare una manovra di questo tipo, se i titoli emessi non avessero domanda.

La soluzione, insomma, è ancora lontana dall’ essere individuata.

Nel frattempo, però, oltre alla diminuzione incontrollata dei prezzi, il sistema bancario europeo è alle prese con la grande opera di riassetto imposta da Draghi.

Se ne parla approfonditamente in questo articolo, tratto da lavoce.info.

Altre letture estremamente interessanti sono questa e questa.

Nel primo articolo Roubini parla dei nuovi rischi economici e geopolitici che si vanno configurando a livello mondiale; nel secondo Fubini ci spiega come funziona la (mala)gestione del patrimonio immobiliare dello stato Italiano. (La consigliamo ai talebani antieuro e a tutti quelli ancora convinti che in fondo l’apparato dirigente italiano non abbia alcuna responsabilità, quando si parla di crisi).

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