E io pago!..ma solo se…

di Luca Bellodi

Il finanziamento pubblico alla politica è indispensabile per il corretto funzionamento della vita democratica di un paese.

Alla base di questa trattazione ci sono però alcune assunzioni che, apparentemente, poco c’entrano con la democrazia. Iniziamo con qualche giudizio di valore: il primo è che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora, a dirlo fu Winston Churchill. Il secondo invece attiene alle regole della democrazia: queste non devono essere decise dal popolo, non è mai stato così e non dovrà mai esserlo. Anche in quei casi che nell’immaginario comune rappresentano l’emblema della democrazia, non fu il diretto intervento del popolo a determinare il sistema politico. Pensiamo alla Rivoluzione Francese: i rivoluzionari funsero solo da braccio armato della rivoluzione e la prima Costituzione di Francia, non solo non la scrissero i francesi, ma non fu nemmeno sottoposta al giudizio del popolo. Le regole che disciplinano una democrazia le devono decidere quelle ristrette cerchie di individui che, investiti dal popolo – ecco qui il ruolo che hanno i cittadini – si devono far portavoce della rousseauiana volonté générale. Tengo a precisare questo perché non ho intenzione di attribuire alcuna rilevanza politica ai tanti referendum che sono stati proposti in ambito di finanziamento pubblico alla politica (ad es. Italia). È vero che il referendum è un preziosissimo strumento democratico e che la volontà popolare va rispettata, tuttavia, forse, per un argomento così delicato, non è il sistema migliore. È ovvio che chiedendo alla gente: “Vuoi coi TUOI soldi pagare la politica?”, la risposta sarà “Certo che no!”; ma questo solamente perché non si può legalmente prevedere una disciplina che obblighi i votanti, facili prede di effimeri populismi, a una informazione di qualità.

Come in tutti i meccanismi più complicati, la democrazia o, meglio, la politica democratica, ha innumerevoli ingranaggi che sinergicamente concorrono al corretto funzionamento del sistema. Spesso, infatti, quando ci riferiamo alla politica – attraverso un approccio metodologico individualista, per cui il sistema non è altro che la sommatoria delle parti – la facciamo coincidere con le istituzioni e gli attori che la caratterizzano: in primis i partiti, poi i gruppi parlamentari, i giornali, le associazioni politiche e tutti quei soggetti che, di fatto, concorrono a definire le regole che disciplinano la vita degli individui. Questi attori, in particolar modo quelli non economici, ovvero quelli le cui attività pur non avendo fini lucrosi sono però calate in un’economia di mercato, devono trarre da una qualche parte le risorse economiche per portare avanti il loro impegno nella vita politica del paese. I metodi di finanziamento possono essere tre: pubblico, privato, pubblico e privato insieme (metodo che, per semplicità non analizzerò riconducendolo a un mix degli altri due).

Far sì che gli attori politici possano esser finanziati da contributi privati significa traslare il mondo delle idee all’interno del mondo delle cose. Significa utilizzare la legge del mercato, la legge della domanda e dell’offerta per quel particolare mercato, che mercato in realtà non è, in cui convivono ideologie, valori, dibattiti e pensieri differenti. Significherebbe darla vinta a quella dannata biga alata che ci tira giù nella realtà economica e che porterebbe a escludere dal dibattito politico tutti quegli attori i cui domini non hanno sufficienti mezzi economici per permettergli di essere competitivi e di sopravvivere all’arena degli interessi. Ci ritroveremmo in un mondo monopolizzato dai ricchi, che, attraverso il mercato rivoltano l’intera sovrastruttura. Saremmo così obbligati a dar ragione a Karl Marx e ad ammettere che la politica, la cultura, e tutte ciò che non è economia, è veramente determinato dal mercato. Ma in verità sappiamo che, Luciano Pellicani docet, non è l’economia a determinare la politica, ma i sistemi politici che permettono la crescita e lo svilupparsi di determinati sistemi economici.

Al contrario, il finanziamento pubblico permette che all’interno dell’arena delle ideologie contrastanti, la vita o la morte dei partecipanti non sia stabilita dalla legge del più ricco, bensì risulterà vincitore quel gruppo che riuscirà ad ottenere il più alto numero di consensi senza che al consenso debba corrispondere un vincolo di scambio per cui “se non fai questo non ti pago più”. Dalla lezione della storia politica, possiamo imparare che non pochi sono i soggetti che agiscono in mala fede e che possono vendere la loro influenza politica al miglior offerente in spregio di qualsivoglia coerenza ideologica. Se non sbaglio ci fu, poco tempo fa, il caso di un venditore di Razzi, beh non ricordo chi comprò quei Razzi fatto sta che coi Razzi ci si può far male, un mio amico ci rimise un dito una volta.

Riprendendo quanto dicevo sopra, il ruolo del popolo deve esser quello di investire il gruppo politico, il partito, il movimento o chicchessia del potere di decidere per lui, di scegliere quali regole disciplinino la propria vita. Nell’attuare questa scelta devono essere a disposizione dell’elettore tutte le informazioni possibili: non solo quelle inerenti all’andamento dell’economia, della disoccupazione, del PIL o dei titoli di Stato; ma anche le caratteristiche di quei soggetti titolati a governare devono essere immediatamente disponibili. Ed è un diritto del cittadino sapere come, dove e quando il partito o il giornale spendono i proventi del finanziamento pubblico, i soldi del cittadino, i miei soldi. Se li spende per la campagna elettorale o se li spende per cene in night club; se li spende per finanziare progetti e attività che alimentano il dibattito politico o se li spende tutti per remunerare i propri dirigenti. Ciò che deve connotare il finanziamento pubblico si chiama trasparenza. Parola che spaventa molto, soprattutto noi italiani che, da bravi bacchettoni, critichiamo sempre chi nell’abbigliamento non si copre abbastanza.

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