La Rete e le sue possibilità. Di sfruttamento.

Poche settimane fa è venuto a trovarmi un amico americano che vive a Berlino. Lavora nel campo dei diritti umani, scrive racconti e articoli che pubblica su un blog molto seguito (qui: http://rottenindenmark.wordpress.com/ ), ed esemplifica molto bene l’ideale del lavoratore digitale: freelance, cittadino del mondo e altamente scolarizzato. Dopo aver ricevuto una telefonata via Skype dagli Stati Uniti, con la quale gli veniva proposta una collaborazione con un popolarissimo programma web-radio di approfondimento, ci confrontiamo sulle possibilità di lavoro che ci vengono offerte dalle tecnologie via internet, dai social network alle comunicazioni gratuite come Skype, appunto. Credo sia interessante fermarsi a riflettere sulla sua tesi di fondo, poiché è la stessa posizione che molti di noi hanno nei confronti delle possibilità offerte dalla diffusione delle tecnologie social. In sostanza, possiamo riassumerla così: è giusto accettare che le compagnie ricavino enormi profitti, a volte miliardari (come nel caso dell’acquisizione di WhatsApp da parte di Facebook), dall’utilizzo e dalla vendita dei nostri dati personali (a cui noi acconsentiamo), in cambio della gratuità delle tecnologie di loro proprietà che noi utilizziamo quotidianamente.

All’epoca della nostra discussione non avevo trovato argomenti sufficientemente forti per controbattere a quella che sembra una tesi capitale del nostro modo di vivere, e di lavorare. Poi mi sono imbattuto in alcune notizie interessanti, che mi hanno convinto a riesaminare l’argomento. Conosco da tempo le storie delle lotte per i diritti dei lavoratori cinesi dei fornitori della Apple e conosco le problematiche relative allo smaltimento dei RAEE da parte di lavoratori iper-sfruttati in Africa (delle quali è data ampia documentazione qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241 ), ma siccome vertono sul modo di produzione dell’hardware credevo che ci fosse ancora spazio per la tesi di cui sopra.

Quando ho letto la notizia delle dure proteste dei cittadini di alcuni quartieri di San Francisco e Seattle contro la presenza dei lavoratori di Google (e della Silicon Valley in generale: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/03/03/carlo-formenti-guerra-fra-lavoratori-nella-silicon-valley/ ), ho capito che il problema non si ferma al processo di produzione delle nuove tecnologie, ma è direttamente collegato alle compagnie proprietarie dei software gratuiti cui noi regaliamo i nostri dati. Ho degli amici che vivono in quella città, e mi hanno sempre parlato in termini entusiastici della fabbrica e delle condizioni di lavoro dei googlisti. Ora siamo di fronte alle ripercussioni che quella ricchezza produce sul resto della popolazione cittadina, cui sono offerte le tecnologie che permettono comunicazioni e connessioni costanti: esclusione e povertà.

Venendo a storie nostrane, è emblematico un episodio accaduto nei giorni scorsi. L’Antitrust ha deciso di indagare per pratica commerciale sleale il sito di TripAdvisor, che raccoglie e mostra le recensioni delle strutture alberghiere in cui sono stati i suoi utenti. Sembra che in parecchi casi dietro all’anonimato si celino finti profili con il solo scopo di avvantaggiare una struttura o di colpirne un’altra. A volte si tratta di un semplice scambio di favori: per fare solo un esempio, ad alcuni ristoratori è stato offerto un pacchetto di recensioni positive in cambio di forniture di vino. Il guaio è che le distorsioni di mercato così generate – a meno che non vengano, appunto, denunciate – non scalfiscono minimamente i profitti dei proprietari del sito, che derivano dall’utilizzo delle informazioni raccolte e scritte dagli utenti. Mentre TripAdvisor macina profitti stratosferici, tra i suoi utenti, recensori e recensiti, si scatena una guerra fra poveri fatta di truffe che possono rovinare una cena o una vacanza e di diffamazioni che possono minare un’intera stagione turistica.

Venendo infine a chi di scrittura campa, o almeno di prova, sono davvero infiniti gli esempi di sfruttamento del lavoro intellettuale al solo fine dell’indicizzazione di un sito all’interno dei motori di ricerca: finti articoli, redatti al solo scopo di contenere parole-chiave utili per essere scovate dal PageRank di Google, inondano le pagine del world wide web creando in tutto il mondo generazioni di lavoratori “creativi” cui viene richiesto di alimentare la macchina della Rete con parole insensate, sottopagati, a cottimo o sponsorizzati, come più volte è stato chiesto di fare anche a Mumble:. Una ricca testimonianza di tutto questo è fornita da Adrianaaaaa sul suo blog: http://lapentoladoro.blogspot.it/2011/06/karl-marx-wants-to-be-your-friend-on.html

Ho raccolto un po’ di esempi eterogenei per arrivare a dire una cosa semplice: non crediamo nella favola della Rete pacificatrice, che tutto offre e che tutto risolverà. La Rete incorpora le stesse contraddizioni della fabbrica, il progresso nelle comunicazioni e l’insorgenza di nuove forme di sfruttamento. Dobbiamo essere consapevoli delle forze che la governano e degli interessi ($$$) che stanno dietro ad ogni post, ad ogni commento, ad ogni video. I siti hanno dei proprietari, le app hanno dei proprietari e i motori di ricerca pure: non è banale dire che è l’utente stesso a lavorare per i grandi nomi del web, ogni volta che cerca qualcosa su Google o scrive uno stato su Facebook. E così vale per tutti i domini registrati. Solamente con la consapevolezza di avere un ruolo attivo in un processo di produzione della ricchezza internet può essere uno strumento efficace per noi che lo usiamo quotidianamente. Altrimenti siamo condannati ad essere utenti con una marea di possibilità ma nessuna forza per far valere i nostri diritti e le nostre aspirazioni.

 

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