L’ Europa oggi: tra crisi istituzionale e attacco all’euro

di Luca Bellodi

Sono ormai passate più di due settimane dal giorno delle elezioni europee e ora, a mente fredda, possiamo iniziare la conta dei morti.

L’Unione Europea non sappiamo bene cosa sia. È qualcosa che ci sembra molto lontano, che non abbiamo forse vissuto abbastanza. Sì, ora viaggiamo solo con la carta d’identità, c’è una bandiera in più che sventola dai pubblici palazzi, ma chi lo sa effettivamente cosa fa l’Europa per noi?

2008, “toc-toc!”, la crisi bussa alla porta ed ecco che tutto ciò che è fragile, tutto ciò che non ha solide fondamenta inizia a vacillare. Le debolezze strutturali dell’Unione Europea vengono rapidamente a galla. La gente non ha ancora capito il ruolo preciso dell’Unione Europea e la classe politica italiana inizia ad adottare impopolari misure di austerità perché “ce lo chiede l’Europa”. Partiamo già male. Manco so come ti chiami ma mi stai già sulle palle!

Negli anni Novanta sembrava tutto andasse a gonfie vele. “Semplice – dicevano – prima integrazione monetaria e poi integrazione politica”. Arrivano gli anni Duemila e con noi c’è anche l’euro. Mi ricordo la prima moneta da venti centesimi che ebbi in mano. Avevo pressappoco dieci anni e dalla tabaccheria “Pavlin” con venti centesimi compravo due goleador. Erano belle, nuove, luccicanti, non le goleador ovviamente. Ero entusiasta, come tutti. Prodi diceva “con l’euro lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se lavorassimo un giorno di più” e in tutti noi scorreva la $ del dollaro negli occhi come nei cartoni animati. Non c’erano gli anti-euro, nessuno si era opposto tanto quanto bastasse per creare un vero dibattito.

Ma veniamo a noi. Quando la mattina vado all’università e faccio i miei soliti discorsi da ascensore con i vicini di casa, si parla sempre di tre cose: delle bollette eccessivamente elevate, di quanti esami mi mancano alla laurea (sigh!) e della crisi. Qui ci starebbe bene l’incipit della quinta sinfonia di Beethoven, ascoltatela, alzate al massimo il volume delle casse e abbassate la serranda. Bisogna creare l’atmosfera.

Crisi significa, semplificando esageratamente, danno. Qualcuno subisce un danno, in questo caso tutti, o forse molti. E, proseguendo a ritroso lungo la linea causale, se c’è un danno c’è anche un colpevole, un responsabile da condannare attraverso un processo che, come in tutti i tempi di crisi, deve essere breve e sommario. Un tempo erano le streghe, altre volte gli Ebrei e pochi anni fa ci si scagliava anche contro chi ascoltava musica metal. Questa volta è toccata all’euro.

Quello che voglio lasciarvi non è un verdetto sull’euro, di quelli ce ne sono abbastanza e il mio si aggiungerebbe ai tanti probabilmente errati. Intendo proporvi uno spunto per seguire in maniera più critica un dibattito che ha ormai interessato l’accademia di ogni paese, anche e soprattutto quelli extraeuropei. Questo germe del dubbio si chiama “attacco all’euro”.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento e ad osservare il fenomeno della globalizzazione finanziaria con una lente critica e alternativa a quella mainstream può acquistare questo libro.

Spostiamoci negli Stati Uniti. Volendo semplificare al massimo una dinamica molto complessa, gli USA, per mantenere il loro ruolo egemone, hanno bisogno di un’economia forte capace di imporre il dollaro come moneta di riserva detenuta dalle banche centrali degli altri paesi e utilizzata per gli scambi internazionali. La nascita di una moneta competitiva come l’euro fa vacillare l’equilibrio su cui poggia il sistema monetario americano.

Dopo il 2002, per l’entrata nel mercato monetario dell’euro, il flusso di rientro monetario verso gli USA si riduce e nel 2007, con la crisi del mercato dei derivati, si interrompe bruscamente. Il governo americano ha di fronte a sé due possibili scelte: svalutare il dollaro oppure creare una crisi sistemica del mercato finanziario statunitense. Sceglie, ovviamente, la prima strada e così la FED inizia a pompare liquidità nel sistema per sostenere il mercato finanziario attraverso prestiti a breve agli intermediari finanziari, banche in particolare, e attraverso politiche cosiddette di quantitative easing.

Questa immissione incontrollata di liquidità ha determinato una svalutazione del dollaro di circa il 40% dal 2000 al 2010, che mette in crisi la sua centralità. L’euro rischia di sottrarre risorse monetarie al mercato americano. Riportare gli investimenti finanziari sul dollaro è cruciale. La FED, d’altra parte, non può continuare a pompare moneta che, per il solo fatto di essere emessa, si svaluta. La politica statunitense non riesce a risalire la china da sola. Si può ottenere il riequilibrio del cambio dollaro-euro tirando giù l’avversario.

Il primo fronte su cui fa leva l’offensiva all’euro è la divaricazione tra i debiti pubblici degli stati dell’Eurozona. All’aumentare dello spread dei titoli dei debiti degli stati, diminuisce la propensione di quelli più virtuosi a farsi carico del sostegno di quelli invece più in difficoltà. Aumentando il rischio default di questi ultimi scema la disponibilità dei primi a partecipare ai costi dei salvataggi. Insomma tutti parlano della situazione della Grecia ma nessuno sposta lo sguardo sul rapporto debito pubblico/PIL statunitense (115% contro 81% europeo).

Mettere in dubbio la solvibilità dei debiti pubblici degli stati è un buon inizio per un attacco all’euro. Il dubbio fa aumentare il costo del debito nei mercati e, conseguentemente, accresce il rischio della solvibilità che conferma la bontà della previsione: insomma, profezie che si auto-avverano. La cura della crisi greca affidata al FMI è stato come portare il cavallo di Troia nelle mura dell’euro. Invece che lavorare silenziosamente per la stabilità dei cambi, getta benzina sul fuoco con pubblici proclami di rischio sull’euro.

In linea con le esternazioni apparentemente neutrali del FMI si inseriscono i giudizi delle agenzie di rating le cui valutazioni prospettiche ipotizzano andamenti di variabili incerte che, in una fase ciclica negativa come quella dell’economia occidentale in depressione, virano verso il negativo. La parzialità di queste previsioni sta nell’oggetto di indagine: maggior attenzione ai debiti delle banche europee che a quelle statunitensi, più rilievo ai debiti degli stati europei piuttosto che a quelli degli stati federati USA. Un ulteriore aspetto è la tempistica delle comunicazione. Il declassamento degli Stati Uniti ad opera di Standard & Poor’s  del 2011 è intervenuto dopo che questo si è effettivamente realizzato ed è chiaro che un’analisi retrospettiva fa poco danno e non rafforza il ciclo negativo. La tempestività degli interventi sui debiti pubblici dell’Eurozona è invece pro-ciclica.

Se si vuole l’indebolimento dell’euro, bisogna persuadere che la strategia del rigore non paga e che è preferibile una politica monetaria inflattiva stile FED. Si sa, un po’ di inflazione è amica dei debitori. Ma se la BCE aumenta la circolazione di moneta ed acquista titoli del debito pubblico degli stati membri si può esser sicuri che l’unico risultato certo è la svalutazione dell’euro. Il che rafforza il dollaro. Una spallata arriva anche da politici ed economisti americani che non fanno altro che rimarcare il disaccordo tra gli stati membri e i ridotti poteri della BCE.

Insomma, la faccenda è davvero complicata, siamo veramente sotto attacco? È vero che la debolezza deriva principalmente da un’offensiva sferrata dal dollaro? Bisogna andarci cauti. Ma in Europa, invece che concentrarsi su una seria regolamentazione dei mercati finanziari, continuiamo a ricattarci. L’Inghilterra fa la preziosa, Germania e Francia si mostrano duri, ma in fondo sono un po’ sottomessi. Continuiamo a litigarci la caramella senza accorgerci che la mamma ci sta per dare un bello schiaffo.

 

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