RiformaRAI

La RAI rappresenta da sempre uno dei principali oggetti del desiderio di ogni sorta di potentato italiano. Fa gola più o meno a tutti, per le ragioni più disparate, e la decisione del governo di effettuare un taglio di 150 milioni al bilancio aziendale ha scatenato non poche polemiche, alcune delle quali decisamente strumentali. Non ho idea di quale sia la reale legittimità giuridica e istituzionale di tale azione legislativa. Di certo, l’idea di prelevare una cifra simile da un’azienda pubblica di produzione, verso la quale lo stato risulta moroso per circa 2 miliardi di euro, fa abbastanza ridere. Ciò detto, sarebbe bello che il nodo RAI venisse una volta per tutte affrontato dal parlamento con serietà e intelligenza. Per quanto possa suonare cruento affermarlo, purtroppo, tale eventualità risulterà improbabile fino a quando Berlusconi rimarrà in vita, o fino a quando qualche suo parente si occuperà della cosa pubblica.

Per quanto mi sia possibile, in ogni caso, cercherò di fare un po’ d’ordine, sforzandomi di spiegare in modo chiaro perché la RAI sia un’azienda gestita in modo disastroso – sotto praticamente ogni punto di vista – e perché andrebbe radicalmente riformata, senza pietà alcuna verso le usuali resistenze sindacali e corporativiste, tipiche della sua realtà.

Il bilancio recentemente reso noto per l’esercizio 2013 ci restituisce l’immagine di un’azienda in sostanziale pareggio (utile netto di 5 milioni). Il mio prof di Economia I, quando ci spiegò per la prima volta l’analisi di bilancio e quali fossero i relativi dati di maggiore rilievo, ci introdusse per prima cosa al fantastico mondo del calcolo finanziario, nello specifico del MOL, il margine operativo lordo. Il MOL è un indicatore che permette di misurare la redditività di un’azienda, al lordo di interessi, tasse e deprezzamento di beni o ammortamenti; è il dato che più di tutti permette di vedere se l’azienda è in grado di generare ricchezza attraverso la gestione operativa. Ebbene, il MOL di RAI per il 2013 è stato di 663 milioni. Quello di Mediaset, ovviamente riferito allo stesso esercizio, di 1304,30 milioni. Ancor più interessante è la serie storica del dato, riferita all’ andamento medio di settore dello stesso: nel 2010 la RAI chiude con un +6%, a fronte di un +20% di media di settore, nel 2011 la partita si chiude +11% a +21% e nel 2012 con un impietoso +3,7% a +16%.

Basterebbero queste considerazioni, per capire che risultati del genere farebbero chiudere i battenti ad ogni azienda privata, che si ritroverebbe letteralmente schiacciata dalla concorrenza nel giro di un lustro.

Ma i dati più sbalorditivi riguardano gli introiti pubblicitari e i costi di produzione.

Nel 2013, RAI è riuscita a mantenere la posizione di leader di mercato in termini di ascolti, con una media del 40% di share in prima serata, a fronte del 33% registrato da Mediaset. Nonostante questo, ha perso più dell’8% di entrare pubblicitarie, rispetto all’ anno precedente.

I centri di produzione sul territorio sono 15, i canali tv sono 14, quelli radiofonici 5. Il personale conta complessivamente 11.851 unità, di cui oltre 500 dirigenti e circa 1300 giornalisti. Nonostante questo, la RAI è costretta a spendere oltre 1600 milioni (circa il 60% dei ricavi) in beni e servizi esterni. Immaginate di avere la falegnameria più grossa della città, con il maggior numero di dipendenti e macchinari, e di vedere più della metà dei vostri soldi spesi per affittare personale e macchinari di altre aziende. Vi chiedereste legittimamente quando la vostra azienda si è trasformata in una ONLUS. La RAI va avanti così da circa due decenni. E questo dimostra, in modo abbastanza lampante, come i buchi di bilancio e le conseguenti difficoltà non derivino dall’ altissima evasione del canone o dai ritardi di versamento dello stesso da parte dello Stato, che pure esistono, ma dalla totale incapacità del management di sfruttare e valorizzare le proprie risorse interne.

In generale, un confronto con la BBC, l’emittente pubblica con la miglior reputazione al mondo, può aiutare a capire, sotto altri aspetti, quanto la RAI – questa RAI –  abbia davvero rotto il cazzo.

 

 

(Fonti: BBC – Full Financial Statement 2012/2013; RAI – Bilancio RAI 2012)

Il gruppo BBC è esattamente il doppio del gruppo RAI in termini di entrate totali, ma ha un costo del lavoro e un numero di         dipendenti che sono superiori solo del 40 e 70 per cento, rispettivamente. Una conseguenza di questi dati è che la remunerazione media dei dipendenti è più alta in RAI che in BBC.

Anche confrontando le remunerazioni dei dirigenti, si rimane abbastanza sconcertati. La BBC pubblica ogni anno la remunerazione e i nominativi di circa 70 tra i maggiori dirigenti. La RAI è sempre stata molto restia a pubblicare gli stipendi dei propri dirigenti. Tuttavia, in una audizione alla Commissione di Vigilanza del dicembre 2013, il direttore generale Gubitosi ha fornito il numero di dirigenti della RAI, per fasce di 100.000 euro

 

 

La BBC non ha stipendi sopra i 500.000 euro e solo tre stipendi tra 400.000 e 500.000 euro. La RAI ne ha quattro e quattro, rispettivamente. Inoltre, la BBC ha una percentuale di stipendi inferiore a 100.000 euro molto maggiore.

Ma, si dirà, in fondo è un servizio pubblico. Si può concedere un po’ di elasticità manageriale e finanziaria, a patto che si riceva in cambio un prodotto di qualità. Un’ indagine di Inflection Point del 2013, mostra che la percentuale di intervistati in Italia che ritengono il livello dei programmi offerti dal servizio televisivo pubblico “molto buono”, è la più bassa d’Europa.

La RAI è come uno di quei titanici traghetti Costa, lanciati a tutta birra verso la scogliera più vicina, per un inchino.

Per fare in modo che affondando non si tiri dietro tutto ciò che di buono le appartiene o ha creato, è necessario riformarla. Ad esempio, tagliando di un quinto il personale, sfruttando al massimo le risorse interne, diminuendo l’assurdo numero di dirigenti e uniformando gli stipendi dei rimanenti alle medie europee; vendendo tutte le frequenze televisive a parte le tre originarie.

Perché sarebbe necessario fare cose di questo tipo bene e in fretta? Perché le alternative, di cui già si parla, per risanare l’azienda sarebbero molto peggiori. Una fra tutte: la vendita di RaiWay.

Questo articolo spiega molto bene perché.

More from donato gagliardi

01.2010 – I dolori del giovane Obama.

di donato gagliardi. Come è già stato detto, forse il più grosso...
Read More

1 Comment

  • Bell’articolo Donatello, non fa una piega la tua tesi. Aggiungo solo un elemento: la RAI per come è gestita in Italia è un appendice del potere e dei partiti, essendo lottizzata e spartita fino agli inservienti che si occupano di fare le pulizie. Com’è possibile che da un canale all’altro cambino le notizie, il tono, e l’aggressività con cui vengono date? La BBC è molto più equilibrata e non si dota di personaggi come Mariella Venditti, Augusto Minzolini, etc. Servizio Pubblico deve rimanere servizio pubblico, ma non propaganda! Vedi le ultime pubblicità progresso sul ruolo dell’Europa, guarda caso sotto le elezioni europee, rappresentando di fatto uno slogan.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *