Dove va Israele

Il 16 luglio, nel caso ve lo foste perso, MUMBLE: ha organizzato – insieme a La Piattaforma, Ponghino Aps e Elsa – Giardinner III, i cui proventi andranno all’associazione Karibuni (come sempre, si è trattato di un bellissimo evento ai Giardini Ducali Estensi di Modena; forse ripeteremo anche l’anno prossimo: vi consigliamo di non mancare ancora). Durante la serata ho incontrato un amico appena tornato da una vacanza in Israele. Aveva trascorso circa due settimane tra Tel Aviv e Gerusalemme, a casa di una famiglia di amici israeliani. Raccontandomi del suo viaggio, mi spiegava come l’esperienza gli fosse servita a capire meglio il punto di vista ebraico, sulla questione palestinese. In particolare, aveva avuto la fortuna di intrattenere lunghe conversazioni con un ex colonnello del Mossad che lo aveva persuaso della reale mancanza di volontà di Hamas di porre fine alle continue provocazioni (lanci di razzi e rapimenti), perpetrate nei confronti dello stato ebraico con una frequenza assai più elevata di quella generalmente riportata dai media occidentali. Il fatto che proprio mentre si trovava là, Hamas stesse lanciando quotidianamente Qassam su Tel Aviv, nonostante l’operazione Margine Protettivo non fosse ancora iniziata, ovviamente non giocava a favore dei palestinesi, nelle sue personali simpatie. L’esperienza della sirena antiaerea che giornalmente sospende l’esistenza, che ti invita a trovare riparo nella cantina/bunker più vicina, sia tu in spiaggia, a fare la spesa o al lavoro, lo aveva decisamente impressionato. Inoltre, una frase dell’ex colonello gli ronzava in testa: <<Israele è l’ottava potenza militare al mondo. Se avesse voluto distruggere la Palestina lo avrebbe già fatto senza alcuna fatica>>.

Non ho esperienze più dirette di questa, su quanto è attualmente in atto a Gaza. Le mie simpatie sono tendenzialmente pro palestinesi, ma francamente fatico a ritenere Hamas poco più di un’organizzazione terrorista integralista, vagamente “imborghesita” dalla propria (recente) vocazione politica. In più, la mia tensione al lato sinistro della politica e il mio amore per i romanzi di guerra mi spingono a vedere con favore la teoria del linkage – in altre parole, la visione secondo cui l’ascesa a capo del Knesset di protofascisti quali Sharon e Netanyahu abbia portato al rinvigorimento di forze altrettanto reazionarie e disprezzabili tra le popolazioni arabe vicine, dalla Palestina all’ Iran – e l’idea (come spiegato da Malle, Remarque, Fuller, Lilin, Mailer) che guerre così lunghe siano sempre dovute alla presenza, su entrambi i fronti, di gruppi di potere per cui uno stato di allerta continuo rappresenta linfa vitale.

Hamas, eletta democraticamente, governa Gaza dal 2007 e da allora non ha fatto nulla di ammirevole. E’ una forza violenta, reazionaria, guidata da uomini dalle vedute decisamente antimoderne su tutto ciò che riguarda i diritti umani. In sette anni, seppur in risposta alle ingiuste politiche di “invasione edilizia” (passatemi la definizione) israeliane, ha lanciato centinaia di razzi sui territori ebraici e ha operato numerosi rapimenti. I suoi capi sanno perfettamente che ogni volta che riescono a scatenare reazioni spropositate da parte di Israele, la loro organizzazione raccoglierà simpatie in giro per il mondo. Se in Italia esistesse una forza indipendentista simile, sarebbe odiata da tutti, probabilmente anche da molti degli abitanti dei territori reclamati. La riterremmo (a ragion veduta) una formazione nazionalista pericolosa e deprecabile.

Tutto questo giustifica Israele? No.

Anche un uomo delle caverne riconoscerebbe la sconcertante sproporzione tra il torto subito e la dissennata reazione militare, sprezzante di ogni trattato internazionale e delle più primitive forme di rispetto della vita umana. L’operazione militare messa in campo è titanica e, nel medio e lungo termine, totalmente inutile per Israele. I genocidi e i bombardamenti sulle scuole non sono mai giustificabili, tanto meno se arrivano da uno stato con i servizi segreti più blasonati al mondo. Come scrive Shlomo Ben Ami in questo bellissimo articolo che consiglio caldamente di leggere, Israele è la potenza superiore di un conflitto asimmetrico, e la difficoltà ricorrente dei più forti, in questo genere di conflitti è quella di definire gli obiettivi strategici da raggiungere. Nel corso delle settimane si è parlato di “annientamento di Hamas”, di “distruzione dei cunicoli”, ma tutto veniva regolarmente riassunto con un generico “raggiungimento della tranquillità”. Solo che questo non è un obiettivo strategico, non è nemmeno una chiara dichiarazione di intenti. E non cancella la domanda di fondo: cosa farebbe Israele, dopo aver annientato Hamas e annichilito Gaza? L’unico obiettivo intellegibile, per il momento, pare essere quello di creare una spirale di violenza, caos e paura; in altre parole il clima perfetto per le formazioni dell’estrema destra sionista, che prosperano ormai da quasi dieci anni ininterrottamente.

Non è un caso se la società ebraica ha conosciuto, nell’ultimo lustro, un’impennata di gravi episodi di razzismo e intolleranza, di certo non degni della democrazia aperta e tollerante per la quale Israele tenta ancora di spacciarsi.

http://www.vox.com/2014/8/1/5959635/heres-the-full-text-of-the-deleted-time-of-israel-post-backing

http://www.vice.com/it/read/israele-razzismo-481

Questo clima non suggerisce nulla di positivo, porta le parti sempre più lontane dall’unica soluzione possibile, quella che la presidenza Obama cerca di favorire ormai dal suo primo insediamento: lo stato unico binazionale.

Quando le relative trattative sono saltate, qualche mese or sono, il segretario di stato Kerry ha accusato la lobby dei coloni israeliani. La cosa ha causato sdegno tra i simpatizzanti dei partiti conservatori. Ma Kerry aveva ragione. Come ha scritto The Economist di recente, con questa strategia Tel Aviv sta vincendo la battaglia e non la guerra, sta esacerbando la situazione dell’intero Medio Oriente e alienandosi le simpatie degli alleati. Ogni governo davvero amico di Israele dovrebbe esortarlo ad ascoltare le critiche che gli vengono mosse in modo sempre più deciso da ogni parte del mondo.

(La foto raffigura due giovane israeliane che si sono ritratte – a favore di social network – con la scritta: <<Odiare gli Arabi non è razzismo, è un valore>>>)

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