Outlook Festival 2014 – Non è mai troppo tardi

Sono stato per la prima volta all’Outlook Festival lo scorso anno, con un amico. Avevamo organizzato il viaggio all’ultimo secondo e non avevamo trovato posto per accomodarci nel (piccolo) campeggio adiacente al parco di Fort Punta Christo, nella provincia di Pula, Istria. In mancanza di migliori alternative, ci eravamo accampati in un’amena struttura a Fažana , un paese a pochi chilometri di distanza dall’area festivaliera. La prima sera di musica, incamminatici di buon’ora alla volta dell’ingresso, ci stavamo già perdendo. La strada dal nostro campeggio era piuttosto complessa e ad ogni incrocio esitavamo, indecisi se imboccare una direzione piuttosto che un’altra. Prima di partire avevo letto qualche recensione sulla manifestazione, e mi era rimasta impressa la descrizione che ne aveva fatto un giornalista britannico: “un rave di cinque giorni per ricchi ragazzi inglesi”. Quelle righe vagamente sprezzanti ci tornarono utili, durante la ricerca. Ci accodammo al primo gruppo di hipster ventenni dall’accento orrendamente cockney che ci guidarono senza esitazioni alla meta, offrendoci da bere pregiatissimo cherry wine croato. I ragazzi, lo ammetto, erano simpatici. Ma tutti quei beanies Comme des Fuckdown, tutte quelle ciabattine Adidas, le canotte e le scarpe giuste, ammucchiate su quel manipolo di individui, come se fosse appena esplosa una bomba di American Apparel in un villaggio molto Tumblr, mi avevano lasciato un po’ di amaro in bocca. Varcati i cancelli (non senza difficoltà a causa dei severissimi – eppure inefficaci – controlli antidroga degli steward), la prima poco confortante impressione pareva essere confermata. Orde di giovinastri usciti da un episodio di Dalston Superstar affollavano i bar, le baracchine per lo scambio dei token e i negozi di memorabilia. Grazie a Dio, a Jah e, last but not least, ad Hailé Sellasié, mi sbagliavo. O meglio: la folla hipster, così hipster da non crederci, proveniente dalla Londra Est più gentrificata e dai sobborghi più modaioli di Leeds, era presente, pulsante, alive’n’muhfuckin kickin’. La potevo vedere e potevo toccarla con mano, se non fossi sposato ed estremamente cattolico; potevo addirittura parlarci e, come al solito, rendermi conto che il genere umano è molto più simpatico e sorprendente di quanto le prime impressioni mi facciano costantemente pensare. Ma il popolo Outlook, col quale ci accingevamo a trascorrere la settimana, era, per provenienza e attitudine, assai più vario. Nella grande calca britannica si nascondevano italiani, tedeschi, olandesi, croati; qualche francese e i soliti australiani a zonzo per l’Europa. Soprattutto: l’hipsterismo nella sua accezione peggiore – il presenzialismo di tendenza, la smania da vetrina social/masturbatoria – non era contemplato. I ragazzi, le ragazze, erano lì per motivi precisi: il basso, la dub, il ballo, i suoni dei neri, africani e giamaicani, mischiati con le casse dritte dei bianchi, preferibilmente anglosassoni. E tutto ciò che da lì partiva e derivava. Musicalmente, coreuticamente, culturalmente. In effetti, la line up concedeva poco all’hype: Mos Def, Talib Kweli, Alborosie, Goldie, David Rodigan, Wailers, Pharaoe Monch, Kode9, Artful Dodger (ma anche i più attuali Joey Bada$$, Bonobo, Digital Mystikz, Mala in Cuba, Jay Electronica). Nel giro di pochi giorni, la folla festivaliera, la selezione musicale, l’organizzazione, mi avevano conquistato e convinto a tornare l’anno successivo. Già dalla primavera scorsa, dunque, avevamo preso contatti con l’ottimo Damo e gli altri ragazzi responsabili della comunicazione, attraverso i potenti mezzi di MUMBLE:. E già dalla primavera scorsa eravamo stati avvertiti che l’edizione di quest’anno sarebbe stata “una bomba”. Il motivo di questa arroganza, di questa granitica certezza che il popolo Outlook sarebbe accorso più agguerrito che mai, è riassumibile in due parole: Lauryn Hill.

Ma prima di raccontarvi di lei e dei suo colleghi (quantomeno di quelli che più abbiamo apprezzato), una breve pausa per parlare della location. Ora, è probabile che io non sia obiettivo quando si parla di Croazia. Mi ha sempre fatto impazzire, me ne innamorai già alla prima visita, a 13 anni, quando i miei mi trascinarono a Hvar, Spalato e al parco di Plitvice. Ci ho pure fatto la vacanza con gli amici nell’estate della maturità: in sette, su un Renault Mastér noleggiato, quindici giorni a bruciare soldi e canapa, seminando panico per la costa dalmata. Tutto molto bello. Ma, al di là dei ricordi nostalgici, trovo difficile non trovare clamorosamente affascinanti i paesaggi lunari dell’entroterra, le spiaggie di ghiaia bianca, o coperte di pinete verdissime a picco sul mare blu, l’architettura bastarda, un po’ veneta, un po’ austriaca, un po’ romana. Insomma, ho come l’impressione che, per non trovare fantastica la Croazia, sia necessario essere aridi di cuore e non adusi al bello. O Ratko Mladic. Ecco, il sito di Outlook mette insieme tutto ciò che di meglio la Croazia ha da offrire. La serata di apertura – che quest’anno vedeva in scaletta Andrew Ashong, Submotion Orchestra, Fatima e Lauryn – si tiene, da sempre, nell’arena romana di Pula. Bianca, bellissima, più piccola e intima di quella veronese, ha il vantaggio di consentire l’allestimento di palchi con ampio parterre e non solo posti sulle gradinate. Il resto del festival – fatta eccezione per i famigerati boat parties – si svolge interamente all’interno di Fort Punta Christo, cioè un parco enorme, in riva al mare, dominato da un promontorio su cui si ergono le rovine di un forte austro-ungarico del 1700. I concerti e i dj set si tengono tutti qui. Un po’ in spiaggia, un po’ in mezzo al bosco, un po’ all’interno del fortino. Non male.

 

Ma dicevamo dell’opening concert, di Ms.Lauryn Hill e compagnia bella.

Fatima ha aperto le danze. Accompagnata da una band di tutto rispetto, è salita sul palco, ha visto, cantato, vinto e se n’è tornata dietro le quinte. Il roster Eglo Records si è arricchito di un purosangue. Voce suadente, attitudine street credibile e genuina. E poi tanta cultura e tecnica, oltre che talento. Perché per arrivare a mettere insieme melodie e ritmiche simili, che spaziano dal Maghreb ai club inglesi anni ‘90, passando per il gospel, di musica devi averne ascoltata tanta, e soprattutto devi averla capita bene. Un po’ meno studio e un po’ più di spontaneità e il suo set sarebbe stato da lode. I Submotion Orchestra sono la band che vorresti vedere sempre in cartellone, nel locale fumoso – un po’ cocktail bar, un po’ club – della tua città. Ruby Wood apre la bocca, fa vibrare le corde vocali e una mano invisibile – non quella di Adam Smith, quella di Jah – ti apre la scatola cranica, ti prende il cervello e lo porta sul tappeto volante di Aladino. I bassi sono avvolgenti, le armonie cupe, ma puntuali arrivano le aperture sognanti della sezione fiati, epica. Andrew Ashong è uno strano miscuglio tra Amp Fiddler, Theo Parrish e Bob Marley. Nei momenti migliori il cocktail è composto esattamente da tutti i più grandi pregi dei signori sopracitati. Tanta qualità, insomma, ma non sempre la Forza (di Jah e del Basso) scorre potente nel giovane Andrew.

E alla fine arriva Lauryn.  Sono passati quasi tre anni dall’ultima volta che Ms.Hill ha fatto la grazia, ed è apparsa su un palco del Vecchio Continente. Il suo show è stato essenzialmente una rielaborazione dell’intero catalogo di hit e di canzoni di culto che ha prodotto, da sola o coi Fugees, da quando ha fatto il suo (trionfale) ingresso nel mondo della musica. La rivisitazione, per alcune di esse, è stata talmente profonda da renderle quasi irriconoscibili. Ma l’energia (verrebbe da dire la rabbia, impastata con tutto l’amore cosmico di cui è capace), con la quale ogni brano viene interpretato, ammutolisce letteralmente. Se avevi dubbi su quanto sia davvero in forma o pronta per uno show, come confesso di avere avuto, te li spazza via, come una tempesta di bora autunnale, già dal primo set di canzoni: grandi classici frutto della sbagliata educazione di Lauryn,  rielaborati in chiave reggae. Poi si passa all’acustico, alla ricerca della pace mentale, la necessità di abbassare le luci e ricordare a tutti, una volta di più, che Bob Marley è imprescindibile musicalmente, culturalmente, spiritualmente. Messa via la chitarra folk, arriva la furia dub con la quale sono state ritrattate How many mics, Zealots, Fu gee la e, in parte, Ready or not. Canzone, quest’ultima, che manco a dirlo fa esplodere l’arena: scene di pazzia e isterismo di massa, ragazzi che si arrampicano, ragazze che si denudano, paralitici che si rialzano, morti che camminano e l’amore di Dio che trionfa imbattuto sul creato. Toni entusiastici? Sì. Se avete bisogno della persona più sbagliata e parziale per scrivere una recensione su Ms. Hill, chiamate il sottoscritto. Mi spiace, ma sono innamorato di lei da circa vent’anni, e manco faccio il critico musicale di mestiere, posso permettermi questi sbrodolamenti.

La giornata di apertura era iniziata in realtà nel pomeriggio, con l’esibizione in spiaggia di Dub Fx. Non starò a descrivervi le sue abilità, né a dirvi quanto sia tosto. Guardatelo qui. Offro solo ai miei conterranei emiliani – nello specifico a quelli che vivono e lavorano a ovest di Bologna – l’amaro spunto di riflessione che il suo show mi ha ispirato. E lo spunto è il seguente: perché pare non essere più possibile, di tanto in tanto, vedere gente come questa, nei “circoli culturali” della zona (di qualsiasi sigla o colore)? Gente che viene dal nulla, che fa un genere poco seguito (almeno qui), che farebbe dieci paganti, ma brava da aprirti in due. Ché altrimenti tutte le serate – legittime, per carità – per “fare cassetta”, il dj anni ’90, il revival brit pop, quello grunge, il revival 2012, i concerti delle band di fama nazionale – ma rigorosamente le solite quattro perché qui “piace il rock di un certo tipo” – le serate con le dieci band locali che da anni non scrivono una mazza, ma che si tirano dietro tot amici cad., così si recupera col bar, a che cazzo servono? Che poi magari, sai cosa, capita che per sbaglio passa di lì il ragazzino che pensa che la dubsteb sia Skrillex e dice “Che cazzo! C’è qualcosa che assomiglia a Skrillex, ma è molto meglio!” e torna a casa e si attacca al pc e cerca di capire cos’è la dubstep, vede che è figlia dei soundsystem inglesi. E poi impara che ‘sti soundsystem sono nati in un posto e in un epoca in cui gli operai bianchi erano talmente poveri che gli unici locali in cui potevano permettersi di andare erano quelli gestiti dagli immigrati giamaicani, con immigrati nordafricani ai banconi. E lì, in quei cessi di club, i bianchi univano le melodie europee a quelle africane, la techno dei bianchi coi ritmi dei giamaicani. E magari, sai cosa, il ragazzino si chiede, “Ma com’è che in quel periodo erano tutti così poveri a Bristol?” e cerca su Wikipedia e vede che una tizia cotonata umiliava i lavoratori e distruggeva il welfare per rilanciare l’economia. E poi magari conclude che ‘sta vecchia ha fatto bene a distruggerlo, il welfare (e se non dico stato sociale c’è un motivo), perché alla fine l’economia l’ha rilanciata davvero, anche se ha lasciato per strada migliaia di persone. E magari si mette a studiare e diventa Giavazzi. E allora lì, ecco, le bestemmie sarebbero fitte, direi che le orecchie quel giorno te le dovevo amputare col coltello siberiano, piccolo imbecille, invece di mandarti ad ascoltare altra dubstep e i soundsystem di Bristol. Ma alla fine sarebbe giusto così, perché l’arte e la cultura servono solo a questo. E scusa se è poco. Il problema è che se ascolti per tutta la vita la cover band del gruppo che va per la maggiore su Rockit impari solo che se per sbaglio ne parli coi bulli della scuola, quelli per cui i Dogo e Emis Killa sono il punto di partenza e di arrivo della musica mondiale, le pigli forte. E il brutto è che hanno ragione loro, anche se non lo sanno.

Ma sfoghi a parte.

Questa era la prima metà del report. A breve la seconda, a cura del collega Bello Alberto. Si parlerà delle note dolenti (le defezioni di Busta Rhymes e Bishop Nehru), di Action Bronson, noto ai più come Ciccio Pasticcio, Horace Andy & Daddy G, dei magistrali set di Digital Mistykz, Moodymann, DJ Premier e Floating Points. Non si parlerà, ahimè, della Mungo’s Arena, cioè la parte di fortino riservata ai soundsystem giamaicani, perché al mio collega Bello Alberto i sounsystem giamaicani non piacciono. Dice che sono da zecche. Peccato, perché la Mungo’s Arena è un posto bellissimo. In ogni caso: stay tuned.

 

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