Parlare da liberale, agire da realista – la politica estera di Obama

Gli Stati Uniti stanno per tornare al voto, quello del mid-term, che con ogni probabilità consegnerà entrambe le camere ai repubblicani. Obama è ai minimi storici nei sondaggi e sempre più raramente candidati democratici si azzardano a farsi fotografare o riprendere in sua presenza. Un tale calo di popolarità è fisiologico per un presidente giunto alla metà del suo secondo mandato. Ma, senza dubbio, Obama ha dato di che discutere, in questi anni. Dalle mancate promesse su una svolta verde dell’economia, all’eccessiva difficoltà nel portare a casa la riforma della sanità (che concepita come è ora, per quanto apprezzabile, rischia di causare grossi problemi ai futuri bilanci statunitensi), al rischio di “default tecnico”, alle spesso ambigue posizioni in politica estera.

Tutti queste mancanze sono state reali, come gli ostacoli che le hanno causate. Eppure il bilancio complessivo del governo Obama non può che essere positivo.

Il presidente si è insediato in un momento critico per l’economia americana. Grandi aziende sull’orlo del collasso, disoccupazione ai massimi storici (9%), mercati finanziari ancora totalmente in burrasca e completamente deregolati.

Nel giro di un mandato, Obama ha salvato le banche e le aziende strategiche per il paese, ha dato un chiaro segnale di vigilanza ai mercati, ha abbattuto la disoccupazione al di sotto del 6%, ha investito pesantemente in ricerca e innovazione tecnologica. Tutto questo, portando a casa una riforma comunque epocale per valore sociale e storico (quella della sanità).

Senza dubbio la politica energetica, e la mancata “promessa verde”, rappresentano il passaggio decisamente meno giustificabile della presidenza. L’investimento in fonti rinnovabili c’è stato, ed è stato percepibile, ma le condizioni dell’economia e il progresso tecnologico hanno indotto il governo a puntare forte sullo shale gas, che è eco friendly quanto una distesa di impianti fotovoltaici su cinquecento ettari di terreno coltivabile (okay, metafora difficile. Il senso è  che se da un lato lo shale gas risulta essere meno impattante dei combustibili fossili sull’emissione complessiva di CO2, al contempo implica processi di estrazione spesso disastrosi per l’ambiente).

Negli ultimi mesi gli analisti e l’opinione pubblica di tutto il mondo si sono accapigliati intorno politica estera di Obama. Le critiche sono fondamentalmente due, ovviamente opposte: Obama è troppo blando con gli “stati canaglia”; Obama è un imperialista mascherato che interviene appena può in ogni conflitto in aree di interesse strategico.

Sotto questo aspetto, il discorso alle Nazioni Unite da lui tenuto nel settembre scorso è stato rivelatorio.

In qualche modo, è stata l’espressione forse più chiara dei valori in cui Obama sinceramente crede, della sua Weltanschauung, rimanendo al tempo stesso la dimostrazione più evidente di come le sue decisioni in campo internazionale quasi sempre non abbiano collimato con tale visione.

Il discorso, scritto dal presidente stesso, ha rivelato due cose: 1) Obama è un incrollabile ottimista, profondamente convinto che l’uomo si sia costruito, dopo guerre e tragedie di ogni tipo, le fondamenta per un futuro sempre più splendente; 2) è pronto a qualsiasi cosa, a risposte e ad azioni aggressive se non ciniche, per assicurare all’America e ai suoi alleati quel futuro.

Questo è il motivo per cui la sua retorica e le sue politiche spesso risultano agli antipodi.

“I often tell young people in the United States that this is the best time in human history to be born”

Come spesso accade, Obama dice la verità. Nel mondo, le persone vivono in media più a lungo e più libere rispetto ad ogni altra epoca passata. Malattie e povertà sono in declino. Le guerre sono sempre meno e, quando accadono, sono meno letali per la popolazione civile.

Ma perché è lecito avere una visione così positiva, così escatologica, dell’umanità e del suo futuro? Rispondendo a questa domanda, Obama arriva al cuore della sua filosofia, della sua politica, del suo mandato: il mondo sta migliorando perché ha deciso di farlo. Organizzazioni internazionali, come l’ONU e i suoi dipartimenti, incanalano risorse collettive per risolvere problemi come le guerre, le malattie, la povertà.

Nella pratica, dunque, il perno della politica estera obamiana è la preservazione di queste istituzioni, il loro ampliamento, la cooperazione tra stati. La golden rule, però, può e deve essere infranta se pericoli troppo grandi minacciano le istituzioni stesse.

Sotto questa luce, molte delle più discusse decisioni del governo americano degli ultimi anni risultano coerenti. Come quella di inviare in modo pressoché costante droni antiterroristi in Pakistan, o quella della estrema prudenza nell’attaccare l’Isis.

Lo Stato Islamico poteva essere fermato – o estremamente contenuto – sul nascere, se l’America avesse avviato una rapida azione via terra. Ma un simile attacco senza prima tentare di guadagnare il supporto degli stati limitrofi, per Obama non sarebbe stato concepibile.

Ovviamente la cooperazione ha un enorme difetto: le tempistiche.

Le milizie islamiche potrebbero tutt’ora essere facilmente sconfitte, se truppe americane, turche e iraniane collaborassero. Ma il tentativo di trovare un punto d’incontro tra il governo di Teheran e quello di Ankara si sta rivelando più difficile (e prolungato) del previsto.

Per l’intera estate, il governo turco ha lasciato i confini con la Siria totalmente permeabili al passaggio dei terroristi, consentendo loro di entrare nel proprio territorio per vendere al mercato nero il petrolio estratto dai pozzi conquistati in Iraq e Siria.

La ragione è semplice: Isis e Turchia hanno due problemi comuni: Bashar al Assad e la popolazione curda.

L’odio turco contro Assad è antico e ha trovato nuova linfa durante questo conflitto; i curdi rappresentano da sempre il maggiore problema di politica interna della Turchia. Aiutare i peshmerga nella lotta all’Isis, eventualmente vincerla, metterebbe i curdi nella posizione di avanzare richieste di apertura di trattative internazionali per l’assegnazione di uno stato (che inevitabilmente andrebbe ad intaccare l’integrità territoriale turca).

E poi c’è l’Iran.

Per la prima volta dopo anni, il gigante mediorientale è tornato a dialogare con gli Stati Uniti, grazie soprattutto al nuovo presidente Rohani.

L’Iran è sinceramente preoccupato di un’avanzata dello Stato Islamico. L’Isis è un violenta milizia sunnita, che non ha esitato, fino ad ora, a massacrare i musulmani sciiti che hanno tentato di ostacolarla. Essendo l’Iran a larga maggioranza sciita, lo scontro è inevitabile: Teheran ha già mandato le proprie truppe speciale in aiuto dei peshmerga.

Ma per il governo di Rohani, al contrario che per quello di Erdogan, è imprescindibile sostenere Assad (alleato di sempre) per consentirgli di tornare fermamente al potere.

Questo è il nodo cruciale per archiviare la questione del califfato, secondo le regole di Obama: trovare una soluzione diplomatica che soddisfi, almeno in parte, i contrastanti obiettivi di Turchia e Iran.

Se non accadrà, se l’Isis rischierà davvero di diventare una potenza regionale, la risposta americana ci sarà, unilaterale, e sarà violenta, probabilmente risolutoria.

Sicuramente c’è molto da criticare nella strategia di Obama.

Ma ricordiamoci di lui quando qualche futuro presidente, meno paziente, attaccherà lesto il primo “stato canaglia” che vedrà come minaccia, magari trascinando intere aeree geopolitiche in un caos lungo decenni.

La sensazione di chi scrive è che Obama, per questo e per tantissimi altri motivi, ci mancherà molto.

P.S.: nel silenzio generale, intanto, la Turchia ha bombardato, all’interno del proprio territorio, la popolazione curda. Giusto per chiarire quanto la questione dell’irridentismo curdo sia cruciale in questa guerra.

http://www.economist.com/news/leaders/21623669-coalition-may-already-be-losing-fight-against-islamic-state-will-and-way

http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21623795-reluctance-strike-may-redound-turkeys-president-while-kobane-burns

http://mappa-mundi.blogautore.repubblica.it/?ref=HREC1-4

 

 

 

 

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