Outlook Festival 2014 – Non è mai troppo tardi (vol. II)

Vi abbiamo già spiegato di cosa si parla quando si parla di Outlook Festival, e vi abbiamo già raccontato delle giornate iniziali della sua ultima edizione. È stato una bomba, sotto praticamente ogni punto di vista, ma in questa sede vi parleremo brevemente dei tre dj set che più ci hanno convinto.

Partiamo dal piccolo principe della house, uno di quelli che, nel corso della sua lunga carriera, il genere non solo lo ha influenzato, ma fondato, insieme a qualche collega: Moodymann. Più che “piccolo principe”, si potrebbe parlare di “piccolo Prince”, anche se la piccolezza rimarrebbe totalmente metaforica. Il paragone, però, è abbastanza immediato ascoltando l’ultimo album di Moodymann. Inoltre, Kenneth Dixon Jr. e Prince condividono la medesima predisposizione a trasformarsi in una sorta di macchina del tempo sonora, capace di riassumere un secolo intero di black music. Dopo l’attesissima fine e l’inaspettato (ed ennesimo) ritorno del techno minimalismo,  ricordarsi di quante cose possano accadere in una battuta (house) è stupendo. Sotto la consolle di Moodymann ci si sente davvero dentro i vecchi magazzini abbandonati della Motor Town, con potenti soundsystem a celebrare l’intera storia della musica afroamericana, anche se con qualche bpm e qualche sonorità electro in più.

Con Floating Points, aka Sam Shepherd, la musica si trasforma, invece, in matematica e musica razionale. Da un nerd occhialuto pronto ad ottenere il dottorato in “Neuroscienza del dolore” è nato all’ improvviso uno scienziato della dance retrofuturista, driver di viaggi mentali ed eterei sotto forma di djset e fondatore di una delle etichette più lungimiranti in circolazione, la Eglo Records. Oltre che compositiva, l’abilità del buon Sam si vede anche nelle modalità di selezione: tre pezzi spudoratamente funky/dancefloor/uptempo, tre pezzi più deep e introspettivi (il famigerato “elastico”). Quando ai piatti c’è lui, il dancefloor non accusa affaticamenti di sorta e balla fino all’alba che, nella fattispecie, arriva (non voluta) nei fatati spazi boscosi di Fort Punta Christo.

Il maestro Premier, invece, ha suonato nell’area “Harbour”, in riva al mare. Nostalgia old school, inframezzata da motti ed mciing “real hip hop”, tutto condito da scratch sicuramente ancora tra i migliori sulla piazza. Il set è diviso in segmenti dedicati a singoli artisti, etichette o crew. Un’ampia apertura dedicata alla East Coast, e si parte proprio dalle basi: Afrika Bambaataa, Public Enemy, Run DMC, Biggie, Rakim, Nas, The Roots, Jay Z, Wu Tang Clan, un salto a sud con Ludacris e compagnia, e poi via verso la sweet Cali: Snoop, Dre, 2Pac. In mezzo, un lunghissimo (ed apprezzatissimo) tributo a Guru e Big L, costellato da tanti di quei “we love you”, che la deriva spiritual sembrava essere dietro l’angolo. Ovviamente non sono mancati i classici, a partire da Gil Scott Heron. La ciliegina sulla torta, per gli appassionati del genere e delle produzioni old school, è che Preemo si diverte un casino a fare lezioni di storia. Quindi se deve far partire “California love”, lo fa bene, col warm up, suonando prima Woman to woman di Joe Cocker e poi Dance floor di Zapp & Roger. Insomma, si torna tutti a scuola e si imparano tante cose.

 

More from pepito sbarzeguti

Romagna E-migrante #1 Un buon padre di famiglia

Romagna E-migrante è una nuova finestra di dialogo che Mumble: è felice...
Read More

1 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *