Cannabis terapeutica: a che punto siamo

Il dibattito attorno ai possibili scenari terapeutici della cannabis mobilita da anni l’opinione pubblica che spesso, molto superficialmente, finisce per ridurlo a una discussione cacofonica tra consumatori abituali e conservatori plasmati da leggi repressive come la Fini-Giovanardi.

Attualmente il confronto si è di nuovo aperto, ma con queste premesse il risultato potrebbe essere fallimentare, per un’irrimediabile compromissione dello spazio riservato al nocciolo della questione, ovvero, le malattie e soprattutto i malati. Basterebbe infatti parlare di sclerosi multipla che l’opinione pubblica si troverebbe a concordare su quanto questa malattia sia terribile e necessiti urgentemente di ricerche e nuove terapie. Così come il contatto con pazienti terminali porterebbe la gente a riflettere sul valore delle terapie compassionevoli aldilà del principio attivo impiegato.

Nella lingua inglese inoltre i termini “droga” e “farmaco” sono rappresentati dalla stessa parola, “drug”, e in numerose discipline mediche è pratica comune somministrare farmaci derivati da sostanze stupefacenti. Per fare un banale esempio, dall’oppio si ottengono molecole come la codeina che è un forte antitussivo, la loperamide (imodium) ad effetto antidiarroico e, soprattutto, la morfina che è uno dei più potenti analgesici a nostra disposizione.

Studi recenti tentano di far luce sull’uso degli analgesici oppioidi nella terapia del dolore cronico e, grazie a questi, si è scoperto che per tempi di trattamento e dosaggi opportuni, solo meno dell’1% dei pazienti trattati sviluppa dipendenza e problematiche respiratorie come effetti collaterali.

Allo stesso modo, i derivati dell’LSD trovano impiego nella terapia del morbo di Parkinson e i derivati delle amfetamine per il trattamento della narcolessia e dell’obesità.

In Italia l’utilizzo dei cannabinoidi (i principi attivi della cannabis) a scopo terapeutico è ad appannaggio delle regioni e, a oggi, solo nove l’hanno approvato. Emilia-Romagna compresa.

I derivati della cannabis possono essere somministrati come spray (nome commerciale “sativex”) nella terapia degli spasmi della sclerosi multipla; oppure a effetto ansiolitico e sedativo in pazienti terminali; come adiuvanti dell’appetito nella cachessia da HIV. Ancora si può sfruttare il loro effetto ipotensivante nel trattamento del glaucoma; o ci si può appellare al loro effetto antiemetico per trattare il vomito da chemioterapia*. Si stanno poi approfondendo gli effetti di modulazione sul sistema immunitario da parte di queste molecole.

Oggi questi composti vengono importati, perlopiù dall’Olanda, con un esponenziale aumento dei prezzi (anche di dieci volte) e limitazioni forti nel campo della ricerca italiana. Il prossimo obiettivo sarà quindi quello di ottenere un compromesso anche sulla produzione e, a tale scopo, è stato riconosciuto lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze come struttura ideale, ottenendo anche due importantissime collaborazioni: una con l’Università di Puglia per le sperimentazioni dei preparati farmaceutici; e la seconda con il Centro di ricerca CRA-CIN di Rovigo per quanto concerne la ricerca delle migliori materie prime.

Date quindi le premesse, sarebbe un’opportunità da non perdere investire sul grande potenziale terapeutico che risiede nei principi attivi della cannabis.

*cfr.: Paediatr Anaesth. 1999, Esmail Z et al.; J Clin Anesth. 2005, Shapiro A.

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