Con la bomba

Me ne tornavo a casa stracco sfinito da una giornata passata a grigliare filetti di manzo per turisti affamati di carne e sangue e pensavo che minimo, per tutti quei filetti da 12 once che arrivavano la mattina già tutti belli tagliati, quel giorno avevo fatto fuori una mandria di quelle che neanche i mandriani coraggiosi dell’Ovest portavano a spasso nei fumetti di Tex e pensavo a dove tutte le restanti ossa e occhi e rognoni di bovino non utilizzati potevano essere in quel preciso momento, mentre noi prendevamo solo i filetti da fare alla griglia per bambini già sazi della merda quotidianamente a loro disposizione. Me ne tornavo – dicevo – a casa, su quel treno foderato di avvisi contro la calvizie, seni bombastici strizzati in tutine da neonato, inviti all’educazione da tenere sul treno, giornali della sera annuncianti terroristi con le bombe ghigliottinatori seviziatori di anziani disabili affamati di carne e sangue di bambino che si aggirano fra noi, me ne stavo insomma su quel dozzinalissimo treno carico di pacchi di carne di donna e uomo seduti in piedi attorcigliati stravaccati quando una bomba di donna, bomba nel senso di quelle che camminano a gambe divaricate e ansimano vorticosamente perché pesano sui centoventi chili, mi cade davanti e mi pianta il ginocchione a forma di anguria nel piede che urlo, si urlo proprio, e poi la aiuto a rialzarsi e le dico che niente che nulla che non si preoccupi ma vorrei dirle che la colpa non é sua ma di chi l’ha resa obesa e l’ha poi stipata in un vagone di corpi in direzione di qualche macello in zona 4 che vi ostinate a chiamare casa, coi vicini bangla che odiamo per i samosa fritti di ogni mattina e gli inquilini polacchi che tornano tardi e sbattono la porta ma non diciamo nulla che saremmo razzisti e il razzismo è bandito da questa società di pace e tolleranza finalmente liberata dalle ideologie totalitarie del XX secolo. Perciò tacciamo e andiamo a lavorare e paghiamo l’affitto e le verdure brillanti ed eterne del supermercato e le birre sotto casa e la connessione a internet e la domenica ci riposiamo davanti alla tv. La soluzione finale per farla breve, finalmente realizzata, accettabile ed edulcorata, nella Londra del 2015. Me ne tornavo a casa, su questo benedetto treno della district line e stringevo al petto il mio prezioso giubbotto invernale, una specie di bomber della Adidas strappato sul davanti che usciva un po’ di quel materiale petrolifero bianco che mi salva dalle gelate e dal raffreddore e tutto macchiato sul di dietro che mi ero seduto su una panchina appena verniciata, uno straccio da vero barbone insomma, ma utilissimo fin dal giorno in cui l’avevo raccattato dentro a un portone in Könneritzstraße a Lipsia e dicevo lo userò per lavorare ma infine l’ho tenuto per tutte le occasioni e mentre lo stringevo quella notte nebbiosa e me ne stavo conficcato come tutti nella nostra melma di cane umana sul nostro treno della disperazione, noto con stupore grazia e sorpresa l’etichetta. L’etichetta del mio giubbotto Adidas strappato recava molti numeri e diciture che non mi dicevano granché ma specialmente significanti furono immediatamente per me le bandiere che l’etichetta recava accanto alle scritte ed erano le bandiere di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Italia, Giappone. A me è venuto di elencarli cosi i diversi stati, con i due oltreoceano in testa, gli stati della vecchia Europa e l’isola orientale a chiudere la lista ma come si vede dalla foto nell’etichetta sono sistemati differentemente, con due degli alleati del vecchio patto tripartito affiancati, le bandiere delle perennemente in guerra Francia e Regno Unito vicine, l’Italia accanto agli States come un cane fedele ed infine la bandiera dell’elogiato agognato ammirato Canada di fianco a quella della travagliata Spagna. Sono i maggiori e più blasonati stati capitalistici del mondo, il cosiddetto Occidente gagliardamente raffigurato sull’etichetta di un giubbotto petrolifero di produzione indonesiana. Sono il baluardo della civiltà, della libertà, della pace e, come non sarebbe neppure necessario sottolineare, il pilastro della modernità e del progresso alla perenne ricerca di un nemico plausibile dal quale difendere il pianeta ed ora che l’idra rossa é caduta in letargo profondo e nessun tiranno pare essere più nazista del dovuto, la fortunata narrazione del jihadismo e le brutture dei miliziani quotidianamente disponibili solo nelle migliori edicole sembrano proprio una boccata di ossigeno per un sistema mondiale minacciato economicamente dai propri stessi squilibri interni. Ma come si é formata questa allegra brigata capitalistica? Voglio dire, appare curioso vedere insieme paesi cosi distanti geograficamente; se non sapessimo che le vicissitudini della storia hanno voluto che proprio loro dominassero sul resto del pianeta non potremmo immaginare le ragioni per cui – ad esempio – Spagna e Giappone siano paesi oggi cosi vicini. Il modello capitalistico ha trionfato, chi non lo sa, schiacciando come un rullo ogni avversario, condannando alla damnatio memoriae intere culture, proclamando sentenze unilaterali di canaglieria e, nei migliori dei casi, emarginando con durissimi embarghi porzioni di mondo. Addirittura in alcuni casi il magma inarrestabile del capitalismo non si é limitato a scomporre ed assoggettare i sistemi precedenti ma ha fatto si che nascessero nuovi e più raffinati modelli di economia di mercato. Chi sa se fossero completamente deliranti quei pensieri stanchi di geopolitica da mercatino che mi facevo tornando a casa su quel treno di gente sudata, malaticcia, addormentata, drogata, con le cuffie, senza cuffie, che leggeva il giornale seduta, che piangeva con la fronte quasi a toccare un finestrino tutto fatto di condensa di fiati odorosi. Non potevo curarmi di quei pianti, di quelle frustrazioni, di quelle obesità, di quegli sguardi fissi all’ultimo giochino del telefono intelligente, senza andare in qualche modo a toccare una delle sue ragioni storiche: l’alleanza economica e politica del blocco occidentale, la sua prevaricazione sugli altri sistemi ed infine la sua inesorabile globalizzazione con il conseguente disorientamento di ogni attività rivoluzionaria dato anche dall’impossibilità di intravedere uno spazio fisico di “residenza” del sistema classista che ci opprime. Per cui cosa ci fa la bandiera del Giappone su questa etichetta mi chiedevo e la risposta, semplicissima, la so fin dalla quinta elementare: Hiroshima e Nagasaki. Quando sganciarono quella bomba, quelle bombe, su quella popolazione indifesa, su quello stato alleato dei nazisti, l’unico stato che aveva con successo colpito gli States sul proprio suolo nazionale, gli Stati Uniti e con loro le potenze alleate sancivano la sostanziale fine delle ostilità per evidente superiorità militare e davano un nuovo corso alla storia, sbattevano i pugni sul tavolo e chiarivano definitivamente chi avrebbe guidato il mondo, quale paese ma soprattutto quale modello economico. Sbrigativi gli americani ma anche generosi, chi é disposto a rinnegare il proprio passato troverà un tetto e un pasto all’interno della grande famiglia capitalista, la torta é grande e chi collabora sarà premiato. E cosi che é andata all’isola nipponica, ha capito velocemente come giravano le cose e, riposti i samurai in soffitta, si é velocemente mascherata da cowboy che, dopo una sana scazzottata con lo sceriffo, gli stringe la mano e gli offre un giro di bruciabudella per sciacquar via la polvere del deserto. Una bomba, nient’altro serviva. Con la bomba abbiamo vinto la guerra e inaugurato il nuovo mondo. Con la bomba abbiamo tenuto l’altro mondo in scacco fino a che non si é liquefatto come neve al sole. Con la bomba abbiamo garantito la pace e l’armonia fra i popoli. Con la bomba abbiamo sorvegliato e al momento opportuno punito chi dei nostri cittadini non era d’accordo con noi. Con la bomba abbiamo badato a mantenere invariate le catastrofi sociali della maggior parte dei paesi del mondo a vantaggio delle élites. Con la bomba abbiamo ottenuto vantaggi, ammortizzato costi, progettato nuovi metodi di espansione. Con la bomba abbiamo decapitato nazioni, cambiato governi, festeggiato nuove dittature. Con la bomba abbiamo potuto vendere le bombe ai nostri nemici e farci pagare per ricostruire ciò che avevamo o avevano distrutto. Con la bomba abbiamo soggiogato popolazioni lontane e convinto le nostre che tutto andava per il meglio, che la lavatrice era indispensabile e che era indispensabile accendere il mutuo per comprare quella casa. Con la bomba abbiamo potuto costruire sistemi scolatici e sanitari su base classista, profondamente iniqui ma generalmente apprezzati da un popolo consenziente e cieco. Con la bomba abbiamo garantito e garantiamo frontiere sicure e pattugliate e abbiamo eretto nuovi muri. Con la bomba abbiamo creato nuove unioni di stati storicamente in lotta fra loro e alla più clamorosa di queste unioni abbiamo elargito i nostri premi per la pace e l’uguaglianza mentre al suo interno si commettono abusi, si smantellano diritti e si criminalizzano migranti. Con la bomba abbiamo ridisegnato gli assetti e dato un nuovo ordine economico mondiale, i padroni che comandavano sono più padroni di comandare e la base di popolo da sfruttare é più ampia e meno cosciente, sull’etichetta dei nostri giubbotti o mortadelle o barili di petrolio ci sono le bandiere degli stati della libera disperazione ma anche quello é un residuo della storia destinato a perdersi perché la nostra promessa di libertà ha eroso ogni frontiera e sciolto ogni vincolo di nazione e oggi tutte le genti si possono abbracciare

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