Esattamente cosa diavolo è un sound system?

In Italia, le idee su cosa davvero siano i sound system non sono chiarissime. Di solito, quando si sentono parole simili, il pensiero vola a gruppi musicali tendenza reggae, si pensa a una specie di vezzo lessicale anglofono, per fare intendere da che parti si attinge, musicalmente parlando. Ovviamente, la storia della loro genesi è assai più complessa: si parla di una delle sottoculture urbane del secondo dopoguerra che (insieme ad altre) ha letteralmente plasmato l’estetica della musica pop moderna, parto di luoghi precisi e di un momento storico assai conflittuale. È una storia di sovrapposizioni, incroci, mescolamenti culturali, epidermici, musicali. Neri giamaicani, africani, proletariato bianco, perfino immigrati di origine araba, riuniti dalla musica e da una caratteristica comune: essere vittime di qualche tipo di apartheid. Razziale, economico, sociale.

I primi sound system di cui si ha traccia vennero costruiti durante gli anni ’50 del XX secolo nella zona del ghetto di Kingston, Jamaica. Rispondevano a un’esigenza cruciale: divertirsi a basso prezzo. Se avete una vaga idea di quanto sia povera la Jamaica – ma pure se non l’avete – potete capire quanto possano essere poveri i suoi ghetti, e dunque perché nessuno si sarebbe mai sognato di scialacquare dollari per svaghi serali. Due famosi produttori discografici dell’epoca, Clement Coxsone Dodd e Sir Duke Reid, intravidero questo spazio da riempire, un desiderio da soddisfare, magari guadagnandoci qualcosa. Si armarono di speaker, mixer, subwoofer e microfoni e li montarono su piccoli furgoni. Iniziarono a girare per la città e a fermarsi ogni sera in posti diversi. They be doin selecta, facevano da selezionatori di vinili e li facevano suonare, senza alcun tipo di attenzione a tutti gli aspetti (e alle paranoie) del mixing che ora affligono i dj (anche perché, a voler essere precisi e storicamente fedeli, la tecnologia nemmeno glielo consentiva). Insomma, davano vita a discoteche en plein air. Col passare del tempo, tra i due selecta si creò una vera e propria rivalità: una guerra per attirare sempre più gente alle proprie esibizioni. Dodd arrivò perfino a pagare pubblico, per far sì che partecipasse ai suoi sound system, disertando quelli di Reid. Ovviamente era una guerra buona: non solo pacifica, ma anche assai prolifica dal punto di vista della produzione discografica. Per rendere le proprie dancehall (per ora intendiamo la parola in accezione letterale…) sempre più attraenti, Dodd e Reid avevano iniziato a girare per gli hotel di Kingston, quelli che ospitavano artisti americani in tour, molto noti all’epoca. Elemosinavano incontri e, una volta registrata una canzone, di essa veniva stampata una sola copia su un vinile a 78 giri. Questa unica copia, durante le celebrazioni, si trasformava in una vera e propria arma da guerra: molte volte si usava a inizio serata per far vedere che si possedeva un pezzo unico, irreperibile altrove. A volte poteva capitare che due dj suonassero coi loro sound a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, pompando l’impianto al limite. In questo caso ognuno cercava di mettere in cattiva luce il suo vicino, scegliendo i pezzi più ricercati ed esclusivi: erano vere e proprie battaglie a suon di vinili. Presto, queste guerre musicali presero il nome di soundclash.

Alla metà dagli anni ’60, in Jamaica, si iniziò ad interpretare lo stile r’n’b in chiave autoctona: da questa fusione nacque lo ska. Con il suo avvento aumentò il numero dei sound system. Il loro successo fu tale da renderli parte imprescindibile della vita sociale, musicale e culturale giamaicana. Così, quando l’emigrazione da Kingston verso Gran Bretagna o Stati uniti iniziò a farsi pressoché costante, i sound system iniziarono a spuntare anche all’ombra del Big Ben e della Statua della Liberà. Nell’isola di Sua Maestà durante gli anni ottanta, la moda del sound system esplose a Bristol, Londra, Leeds, Liverpool. La declinazione inglese del concetto di sound system si mostrò da subito per qualcosa di difforme dall’idea originale. Innanzitutto perché, almeno in quei primi anni, intendeva il sound system unicamente come dance hall, ossia luogo in cui suonare musica prettamente da ballo (in Jamaica si poteva incappare in intere serate di musica lenta, da ascolto, addirittura meditazione, il cosiddetto genere roots). E poi per la letterale esplosione delle linee di basso e l’accelerazione delle ritmiche. Questo imbastardimento, come noto, portò alla dubstep, alla drum’n’bass, alla jungle, alla two step, all’Uk garage. Ma, dopo un po’, anche la tradizione roots venne recuperata, e possiamo dire, anche se forse in modo un po’ grossolano, che il trip hop ne è una derivazione. Uno dei primi sound roots a nascere in terra inglese fu quello di Jah Shaka, ancora oggi attivo e conosciuto praticamente da tutti gli amanti del genere visto che ha prodotto pezzi intramontabili quali Kunta Kinte Dub o Babylon. Questo sound fu uno dei pochi, se non l’unico, che continuò a dedicarsi a testi di carattere spirituale e religioso in linea con la tradizione giamaicana.

Lo slogan di Outlook Festival è, da sempre, a celebration of sound system culture. Esatto, culture, perché tutto ciò che si è sviluppato intorno ai sound system ha portato a esplorare nuovi territori artistici, ha influito in qualche modo sulla vita urbana europea e americana; nati come luogo di ritrovo e svago per i meno abbienti, nel giro di quindici anni sono diventati “laboratori artistici”. Se venite a Pula (Croazia), questo settembre, capirete di cosa si parla.

Ora un po’ di musica

https://www.youtube.com/watch?v=wKCPIEkKVKg

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