Ride Alone – Of The Valley

La prima volta che ho visto Of The Valley suonare su un palco, solo voce e chitarra, non era ancora un autore maturo. Il suo show consisteva essenzialmente in una sequenza di cover di grandi autori folk, con qualche manciata di canzoni scritte di suo pugno, o insieme ai componenti delle diverse band nelle quali nel corso degli anni ha militato. L’interpretazione era sempre buona, ma la verità è che ho sempre trovato estremamente difficile valutare le reali capacità di un cantante, basandomi su delle cover. In coda all’esibizione, però, fece qualcosa che mi rimase impressa e che mi fece pensare, molto prosaicamente:“okay, non è solo un maniaco di folk che coverizza Johnny Cash. Sotto alla barba c’è un artista coi controcazzi”. Il qualcosa era in realtà un’altra cover, ma la canzone originale era talmente rimaneggiata da risultare completamente nuova. Era una versione acustica, dilatata e intensissima (oltre che parzialmente tradotta in inglese) di “Bella ciao”. Probabilmente la più bella che abbia mai sentito, e di centri sociali mancini, purtroppo o per fortuna, nella vita ne ho frequentati parecchi.

Diversi anni, band e PhD dopo, ho ritrovato un Of The Valley folkman completo. Prima con i Sink Ships, l’ultima band di cui ha fatto parte e di cui era pietra angolare, poi in versione solista.

Brian della Valle – questo il suo vero nome (sì, la traduzione letterale dall’italiano è un omaggio alle sue radici campane) – è un ragazzone canadese di quasi trent’anni. Da circa una decina vive a Copenhagen, dove ha studiato, lavorato e dove si è formato come artista. Da tempo gira l’Europa con la chitarra, ma fino a qualche tempo fa alternava le sporadiche tournée e sessioni in studio con il più pressante impegno accademico, nel dipartimento di neuroscienze della capitale danese. Una volta ottenuto il dottorato, ha deciso di resettare la sua vita. È tornato in Italia, per l’ennnesimo soggiorno estivo, con una chitarra acustica e una Olivetti Lettera 22. Ha iniziato a scrivere, riscrivere e riarrangiare canzoni che da tempo aveva composto, ma che poi aveva lasciato a prendere polvere in un cassetto.

Il suo è un folk invernale, introspettivo, stratificato come i suoi arrangiamenti e denso come la sua voce baritonale.

Ora l’album inizia a prendere forma. Uscirà in autunno, prodotto da Peter Iversen, ma oggi ha finalmente deciso di pubblicare una delle tracce già pronte. Si intitola Ride Alone, e a noi piace un casino.

Chitarra, voce, contrappunti in falsetto, grancassa e il violino di Rachel Prince a ricamare. L’effetto che mi ha fatto al primo ascolto è stato simile a quello che mi causò Bon Iver, la prima volta che incappai in un suo disco. Troppo lento, so già dove va a parare. Perché la verità è che non sono un maniaco di folk. Per piacermi, cazzo, deve davvero piacermi. Quindi, dicevo, pensavo queste cose. “So già come finisce, ‘sto pezzo”, “ho bisogno di movimento”. Solo che non era vero. Non sapevo dove sarebbe andata a finire, e se lo sapevo mi sbagliavo. Non era troppo lenta, tutto il movimento di cui avevo bisogno c’era già. Non riuscivo a smettere di tenere in repeat la canzone. Mi si stava attaccando addosso, crescendo addosso e, basta, era fatta. Perché è quel genere di folk che ti avvolge come una coperta calda e non ne vuoi più uscire, come alle 07.30 di una qualsiasi mattina di gennaio nel nord Italia, o in un qualsiasi altro nord del mondo.

Beh, ascoltatevela qui.

More from donato gagliardi

09.2010 – Mamma li laici

di donato gagliardi La fortuna della nazione turca (e indirettamente dell'intera Europa...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *