Roni Size e il mucchio selvaggio di Bristol

Insieme ai Massive Attack e ai Portishead, con cui condivide moltissimo, Roni Size è uno degli artisti simbolo della sottocultura nera jamaicana di Bristol che, negli anni novanta, nel tentativo di riprodurre gli stilemi della scena rap e hip hop americana, finì col partorire qualcosa di completamente nuovo. In quegli anni, lì nella capitale morale del sud-ovest inglese, tra i ragazzi andavano forte i sound system (abbiamo già spiegato cosa fossero esattamente). In particolare ce n’era uno, The Wild Bunch, e soprattutto c’erano giovani aspiranti musicisti che lo frequentevano, ci suonavano, assorbivano e incrociavano suoni, ritmiche, attitudini musicali. Sul dancefloor, o in console, non era difficile trovare Tricky, Daddy G, Beth Gibbons o Roni. Si suonava il rap, il soul, la Detroit house, il reggae: set dopo set, nelle orecchie degli astanti si stratificava un suono che era una miscela inedita di tutti questi. Pressoché chiunque frequentasse quei luoghi, coltivando al contempo ambizioni musicali, dopo un po’ iniziò a codificare quella miscela a proprio modo. Nel caso di Tricky, Beth e Daddy G il tentativo gettò le basi per un nuovo genere, il trip hop. La versione di Roni, invece, risultò essere più dancefloor friendly, con bpm decisamente più spinti. Nasceva (anche se non solo grazie a lui) la drum’n’bass. In pochi anni, Roni Size fondò e portò agli onori dei magazine e delle tivvù musicali i Reprazent, un collettivo di dj, bassisti e percussionisti. Ma l’opera di Roni, fin dai suoi primi passi, si spingeva di gran lunga oltre i Reprazent, con innumerevoli altre realizzazioni sotto gli pseudonimi di Mask e Firefox, senza dimenticare le collaborazioni con il compagno reprazenters, DJ Krust. I suoi primi singoli – ad esempio It’s A Jazz Thing, Brut Force, Timestretch, Dayz e Only A Dream – non erano particolarmente originali nel loro accostarsi alla musica rave. Eppure già mostravano un coraggio sperimentale diverso, un naturale istinto a mettersi alla prova come compositore e autore. Il suo disco del 1997, New Forms, è di diritto nella lista dei capolavori imprescindibili della musica dance tout court del secolo scorso. Suscitò scalpore di critica, e buon successo di pubblico, per la sovrapposizione di breakbeat ed esecuzione strumentale (e vocale) delle linee melodiche; riconciliò persino la forma suite della musica dance con la tradizionale forma canzone della musica rock. Brown Paper Bag, seconda traccia e singolo più famoso, porta l’ascoltatore in uno spettrale paesaggio sonoro di ronzii tastieristici e dissonanze, riempito di languidi ghirigori di chitarra e basso. Potrebbe tranquillamente essere una composizione della scuola di “creative jazz” di Chicago. Ancora meglio, Let’s Get It On vanta la sensibilità strumentale del bebop e del free-jazz. Ballet Dance produce un senso di disorientamento simile a quello di Brown Paper Bag, con temi divaganti, che riecheggiano vagamente Miles Davis, sopra una spessa coltre di doppio basso, percussioni metalliche e brusii trombettistici. L’album non è privo di difetti, ed i riempitivi non si contano, ma rivaleggia con il disco d’esordio di Goldie in termini di importanza storica.

Roni Size, insieme ai Jurassic 5 e ad altri very special guests to be announced, sarà uno degli headliner al concerto di apertura di Outlook Festival 2015, il 2 settembre, all’arena di Pula (Croazia).

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