L’accordo bomba

di Arash Falasiri e Giacomo Vincenzi

Per capire le potenzialità dell’accordo con l’Iran ci sono un paio di punti principali che è necessario considerare, tenendo a mente che le sanzioni hanno indebolito l’economia iraniana e che il regime islamico teme di trovarsi eventualmente costretto a mantenere lo stato iraniano in una situazione precaria, sia internamente che sul piano internazionale.

D Innanzitutto, questo accordo scambia la minaccia nucleare agitata per anni da Ahmadinejad e dal regime islamico, con le sanzioni Onu comminate all’economia iraniana. Accettando il “disarmo”, sembra che il potere nucleare sviluppato dal regime islamico servisse o per mere ragioni di ricerca scientifica o per riavere la Coca-Cola sugli scaffali. Cos’altro c’è in ballo con questo accordo? Quanto lo possiamo giudicare buono e affidabile?

R Questo non è ancora un vero accordo. E sebbene molti indizi suggeriscano che il leader supremo Ali Khamenei e i più alti comandanti delle Guardie Rivoluzionarie sosterranno la sua approvazione finale a luglio, i più radicali da entrambe le parti faranno di tutto per sabotarlo. Ci sono comunque alcune, ma significative, differenze cruciali fra l’informativa iraniana e quella statunitense riguardo ad esso. I loro dettagli non coincidono soprattutto su due punti: (i) l’informativa iraniana tace sull’organizzazione delle ispezioni mentre quella americana sancisce diversamente, e (ii) sulla procedura di fine delle sanzioni: l’Iran dice che le sanzioni cadranno a pochi giorni dall’accordo finale. Al contrario, i 5+1 affermano che le sanzioni saranno sospese solamente dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA), e secondo John Kerry ci vorranno dai sei mesi a un anno.

D Sembra esserci molto fermento tra gli stati del Medio-Oriente per quanto riguarda le loro alleanze e allineamenti nella corsa per la supremazia politica nella regione. Sto cercando (non senza fatica) di capire che ruolo giochi la divisione tra governi sciiti e sunniti in questo, e se ci sia una coerenza nei suoi effetti politici e militari. Potresti aiutarmi?

R Nonostante molti repubblicani e alcuni democratici suggeriscano che l’accordo possa danneggiare le relazioni tra gli USA e il mondo arabo, è importante sapere che c’è un enorme disaccordo tra i paesi arabi intorno ad esso. In altre parole, mentre qualcuno come James Baker, ex Segretario di stato USA, ha affermato che l’accordo nucleare “ci alienerà da tutti i nostri alleati nella regione. Non soltanto Israele, ma tutti gli stati arabi moderati che adesso stanno combattendo l’Iran, o sono in guerra nello Yemen e in altre zone”, molti governi arabi hanno salutato positivamente l’accordo. Per esempio, l’Algeria ha parlato di “intenzioni positive”, la Tunisia e l’Oman hanno annunciato che “ogni soluzione che ci permetta di evitare la guerra nella regione è benvenuta”. Oltre al fatto che tutti gli alleati dell’Iran come il Libano, la Siria, l’Iraq, che hanno governi sciiti, hanno sostenuto l’accordo semplicemente perché, come affermato da Dhafir al-Anni, uno dei leader della maggioranza sunnita irachena Mutahidoun, “come iracheni, paghiamo il costo delle deteriorate relazioni tra Iran e USA”. Così, quando ci riferiamo retoricamente al mondo Arabo, è importante notare che vale principalmente per l’Arabia Saudita. Questo considerando che, subito dopo avere annunciato l’accordo, Obama ha chiamato il re saudita Salman per riassicurarlo della “perdurante amicizia” americana.

I rapporti di forza con l’Arabia Saudita
Nonostante la prima reazione dell’Arabia Saudita sia stata prudentemente positiva verso l’accordo, a causa della continua guerra in Siria, Yemen, Iraq e persino in Bahrein, il livello dello scontro tra Iran e Arabia Saudita – le due potenze regionali – si sta alzando. Ciò che rende il Libano, la Siria, lo Yemen, l’Iraq e il Bahrein terreno di scontro tra i due stati è la loro enorme popolazione sciita unita al tentativo iraniano di rafforzare la sua egemonia nella regione: l’Iran è l’unico stato sciita nell’intero mondo islamico, mentre l’Arabia Saudita è la patria dei Sunniti. L’altra differenza cruciale è che l’Iran non è uno stato arabo, e considera la cultura araba come “sostanzialmente differente” dall’eredità persiana.

È interessante notare che il mancato supporto della Turchia e del Pakistan all’azione dell’Arabia Saudita nello Yemen – sebbene non vedano di buon occhio le pretese egemoniche dell’Iran nella regione – è dovuto in parte alla loro grande popolazione sciita e al loro lungo confine con l’Iran. Conoscendo l’influenza iraniana sulle popolazioni sciite, non hanno intenzione di rendere la loro situazione interna instabile. Il 20% della popolazione del Pakistan infatti è sciita e per il governo pakistano il conflitto con l’India è di gran lunga più importante dello Yemen. Anche la Turchia, che è accusata da molti di sostenere l’ISIS in Siria e che ha pesanti contrasti con l’Iran riguardo Bashar al-Assad, non vuole compromettere la sua fragile stabilità interna. Inoltre la Turchia è sempre stata in conflitto con l’Arabia Saudita per la leadership del mondo islamico sunnita.

Tutti i fattori citati hanno portato l’Arabia Saudita a fare la sua mossa incurante dei tentativi americani di concludere un accordo pacifico con l’Iran. In altre parole, sebbene re Salman abbia risposto che egli spera che l’accordo “rafforzi la stabilità e la sicurezza della regione e del mondo”, la realtà suggerisce diversamente. Il sito web di Al-Arabiya ha dichiarato che “il re Saudita ha deciso che il suo paese non può più sopportare la provocatoria politica espansionistica iraniana in Medio-Oriente, o il silenzio americano su di essa”. Una rapida ricerca su Internet basta a dimostrare che la maggior parte dei siti vicini all’Arabia Saudita in questi giorni parla di “dottrina Salman”. Essa sostanzialmente evidenzia la nuova linea del regno Saudita, dichiarando che l’accordo ha solamente rafforzato la loro determinazione a respingere l’influenza iraniana, con o senza Washington. Tutto ciò accade mentre Obama comunica a re Salman che i punti di contatto con l’Iran “non diminuiranno in alcun modo la preoccupazione degli Stati Uniti per le attività destabilizzanti dell’Iran nella regione”. Questo è il motivo per cui i Sauditi stavano conducendo una “campagna di bombardamento” contro il movimento Houthi e la minoranza sciita nello Yemen (sostenuti dall’Iran), come per dire a Tehran che gli stati arabi possono organizzare un’iniziativa di contrasto anche senza l’America. Tuttavia, come atteso da molti esperti, la crisi yemenita non sarà risolta da una soluzione militare; questa è la ragione principale per cui oggi la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha terminato i suoi bombardamenti contro i ribelli nello Yemen.

D Questo accordo arriva nel pieno della crescita di una nuova forza militare nella regione, l’ISIS, che minaccia principalmente Iraq, Siria e Libia. Quanto è necessario il sostegno dell’Iran alle potenze occidentali per combatterla, dal momento che l’Iran stesso è un alleato ingombrante con cui confrontarsi, specialmente se pensiamo alla storica amicizia tra gli USA e l’Arabia Saudita, sicuramente non uno stato amico dell’Iran?

R In Siria, dove l’Iran ha sostenuto al-Assad in una guerra delegata rivolta principalmente contro ribelli sunniti appoggiati dai governi del golfo Persico e della Turchia, molti tra gli oppositori hanno denunciato l’accordo come tradimento dell’annunciato supporto di Obama alla loro causa. Monzer Akbik, rappresentante in esilio della coalizione all’opposizione in Siria, ha affermato: “Obiettiamo pienamente a qualsiasi accordo firmato alle spese della Siria”.
La situazione sia in Siria che in Iraq non è comunque a favore dei sunniti. In entrambi i paesi gli estremisti si avvantaggiano e attraverso massicci finanziamenti da diversi paesi riescono a respingere i ribelli moderati. È interessante notare come i conflitti tra i governi arabi del golfo Persico e le loro differenti posizioni in Siria abbiano aiutato l’Iran a salvare al-Assad e a rafforzare la sua posizione. Per esempio, mentre il Qatar e la Turchia hanno finanziato e sostenuto un gruppo di estremisti che alla fine è divenuto il cuore dell’ISIS in Siria, l’Arabia Saudita ha finanziato un’altra milizia di estremisti, Jebhat al-Nosrat, che combatte contro al-Assad e i ribelli moderati. D’altra parte, anche l’ISIS e al-Nosrat combattono l’uno contro l’altro. La situazione in Iraq è opposta. L’Arabia Saudita sostiene i sunniti contrari al governo sciita, che è totalmente sostenuto dall’Iran. La scelta per i sunniti in Iraq sembra comunque o il governo sciita o l’ISIS, supportato da molti principi e ufficiali sauditi.
La situazione, per l’Occidente in generale e per gli Stati Uniti in particolare, è pertanto troppo complicata. Per un verso sia Al Qaeda sia l’ISIS sono nemici dell’Occidente e quasi tutti i più influenti governi sunniti sono alleati degli Stati Uniti, mentre per l’altro sembra esserci una significativa sintonia tra fondamentalisti ed estremisti nel mondo arabo. E tale sintonia ha molte ragioni, di cui voglio sottolineare quella che forse è la più importante: la lunga storia di infrazione dei diritti umani da parte dei dittatori della regione che erano o sono perlopiù considerati alleati degli americani.

D Come è cambiato l’Iran, se mai lo sia, con la presidenza di Rohani? L’accordo è frutto di una reale rottura con l’ex presidente Ahmadinejad?

R Come detto questa settimana dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif al New York Times: “Non si possono contrastare Al Qaeda e i suoi fratelli ideologici dell’ISIS permettendo di fatto la loro crescita nello Yemen e in Siria”. Difficile non dargli ragione; il punto è se i governi dell’area, in particolare l’Iran e l’Arabia Saudita, si impegnano e rispettano i diritti umani all’interno dei loro confini oppure no. Perchè la storia recente del Medio-Oriente mostra chiaramente che i popoli oppressi si interessano al radicalismo quando vengono loro negati i diritti fondamentali. E da questa prospettiva non vi è un cambiamento significativo nella retorica dei governi. Anzi, i più recenti dossier dell’Osservatorio per i Diritti Umani e di Amnesty International indicano che in tutti i paesi del Medio-Oriente il rispetto per i diritti umani ha subìto un drastico deterioramento negli ultimi anni. Il Rapporto 2015 di Human Rights Watch evidenzia, per esempio, come le autorità saudite abbiano condannato parecchi attivisti per i diritti umani di spicco e come un’altra riforma spinga a comminare lunghe detenzioni per la loro militanza pacifica. Tutto questo mentre alcuni leader della minoranza sono stati torturati e altri si trovano nel braccio della morte. Nel mese di gennaio 2015 nel solo Iran sono state eseguite 70 condanne a morte e almeno 21 attivisti arrestati. La International Campaign for Human Rights indica che a marzo le esecuzioni sono salite a 109.
L’osservatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Iran, Ahmed Shaheed, notava nella sua ultima intervista qualche settimana fa che “nel 2014 in Iran è stata registrata l’impiccagione di più di 200 persone, mentre un grande numero di prigionieri nel braccio della morte rischiano un’esecuzione imminente. Ci sono circa 900 “prigionieri di coscienza” in Iran, e molti di loro sono in prigione per avere semplicemente espresso le loro opinioni”. Come dimostrato chiaramente da queste parole, la situazione dei diritti umani in Iran è persino peggiorata da quando Rohani è diventato presidente. Un’interpretazione comune tra gli esperti è che l’amministrazione Rohani abbia un’unica missione, cioè quella di risolvere il problema nucleare con l’Occidente, mentre riguardo alle circostanze domestiche – come appunto il problema dei diritti umani – non si vede un cambio significativo tra Ahmadinejad e Rohani.

Pertanto, nonostante l’accordo nucleare e nonostante la confusione tra alcuni governi arabi circa i cambi di strategia tra l’Iran e l’Occidente, se la questione è: tale accordo potrebbe portare a una situazione più pacifica in Medio-Oriente? La mia risposta è che potrebbe, in via ipotetica; ma finché il problema cruciale del rispetto dei diritti umani nella regione non viene affrontato da parte delle potenze occidentali, ed i loro unici interessi rimangono il petrolio e l’influenza politica sui governi, tanto la violenza quanto l’estremismo continueranno a crescere e a minacciare non solo quella regione, ma l’intero mondo occidentale.

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