1915 – Un’Europa di mostri

di Roberto Batisti

Può darsi effettivamente che, nonostante Putin, non scoppierà una terza guerra mondiale in Europa (ciò non rende meno probabile che scoppi altrove: è solo che l’Europa non è più, da un pezzo, ‘il mondo’), e che le affinità fra certi umori cagneschi d’oggi e quelli di cent’anni fa siano ingannevoli e superficiali. È innegabile però che stia tornando di moda, fra i popoli del continente, la stereotipizzazione etnica più bruta: quante reductiones ad Hitlerum della Merkel ma anche della Germania tutta sono oggi, nei paesi mediterranei, moneta corrente non solo nelle chiacchiere da taverna ma anche sulla prima pagina di quotidiani un tempo rispettabili? e, di converso, quanti malumori per i greci spreconi o gl’italiani inaffidabili si traducono ormai, nel discorso pubblico del Nord, in schietto insulto razzista? La letteratura su questa deplorevole e sempiterna prassi è sterminata; il recente saggio ‘Costruire il nemico’ di Eco (i) non ne è che un esempio relativamente brioso, per quanto scritto – come ormai spesso càpita all’Umberto – col pilota automatico. Che poi i rigurgiti di xenofobia idiota possano esser aiutati da certo politically correct che vieta di constatare come le differenze tra popoli e culture non siano solo e sempre, ahinoi, arricchenti e positive, non è da escludere; si sa che quanto è represso tende a tornar fuori nelle forme più virulente e disgustose. Comunque sia, in giorni in cui si è giunti allo squallore di rinfacciarsi a vicenda uno Schettino e un Lubitz come presunte epitomi d’un intero spirito nazionale, reimmergersi nella propaganda bellica del 1915 risulta sinistramente familiare.

Non c’è che da spulciare, ad esempio, fra i materiali grafici raccolti da Jerry Kosanovich e Paul Hageman su www.ww1-propaganda-cards.com (cercate la sezione ‘Mocking Cards’) per vedere quanto e come la deformazione caricaturale, disumanizzante del nemico fosse ossessivamente impiegata in particolare dalla propaganda delle potenze centrali. Là, gl’inglesi sono sempre, per qualche ragione, allampanati e anoressici (ma non erano il popolo dei cinque pasti?); i francesi hanno tutti il naso di Cyrano de Bergerac, mustacchi e pizzetto neri, e solitamente le pezze al culo; gl’italiani, perfidi traditori della Triplice (“questo popolo di zingari e camerieri”, tuonerà Goebbels dopo il secondo tradimento in due guerre consecutive), sono gnomi olivastri, baffuti e mal rasati, con naso ricurvo e labbra carnose; i russi, dei corpulenti alcolizzati, rubizzi per la vodka, con narici mostruose spalancate sul ceffo fra stopposi cespugli di barba e capelli (ma non li aveva già rasati a forza Pietro il Grande nel 1698?). I giapponesi, semplicemente scimmie gialle; mentre dei belgi o dei serbi è persino difficile distinguere i tratti perché erano regolarmente raffigurati come nanerottoli frignanti. In poster, cartoline, illustrazioni, queste caricature ritornano con variazioni minime. E i tedeschi? Naturalmente sempre sorridenti, atletici e robusti, con uniformi impeccabili (così invece li vedeva quel sovversivo di Kurt Tucholsky (ii): “testa grossa, fronte non troppo alta, occhietti piccoli e inespressivi, il muso sempre pronto a tuffarsi in un boccale di birra, un paio d’antipatici baffetti a spazzola”; e come spiegano bene gli autori del sito, la propaganda alleata tendeva a raffigurarli come bruti sanguinari, distruttori della libertà a colpi di Kultur). Un’Europa di mostri.

Stupisce il confronto con analoghi materiali risalenti al secondo conflitto mondiale: neanche la Germania hitleriana, istituzionalmente razzista, raffigurava i propri nemici europei e americani in maniera così grottesca (la caricatura deformante era riservata, come noto, all’Ebreo; gli altri ariani, nella logica del Reich, erano invece in qualche modo dei partner da cooptare nel Nuovo Ordine germanocentrico). Oggi invece, dando pure per scontato l’odio e il terrore per il Negro il Cinese l’Ebreo l’Arabo, non sarà mica che in tempi di crisi i popoli dell’Unione, soppressa ogni censura, stanno ricominciando ad ammettere francamente – dopo qualche decennio d’idillio favorito dal benessere – di farsi schifo a vicenda?

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i. In Costruire il nemico e altri scritti occasionali, Bompiani, Milano 2012:9-36
ii. Citato in W. Laqueur, La repubblica di Weimar. Vita e morte di una società permissiva, Rizzoli, Milano, 1979:65

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