A che punto è il mesozoico?

di Roberto Batisti

“Dinosaures, gentils dinosaures
que voyaient vos grands yeux stupides?
[…] Répondez, gentils dinosaures:
pourquoi la vie est si cruelle?”

Michel Houellebecq, Après-midi, Boulevard Pasteur

Non intendo guardare neanche un minuto di Jurassic World alias Jurassic Park 4, tardo pseudo-reboot d’una saga che segnò la mia generazione alla prima puntata e fece in tempo a disinteressarmi violentemente alla terza, e che sgusciato fuori dal development hell raggiungerà i cinema italiani l’11 giugno. Il pretesto è tuttavia propizio per saggiare a che punto stanno i cari vecchi dinosauri nella cultura popolare (e non) del 2015. Tanta acqua è passata sotto i paradigmi scientifici, e i produttori del film han dato scandalo twittando che no, Velociraptor non avrà le piume, e abdicando così a ogni pretesa di correttezza paleontologica. Che aspettarsi, d’altronde, se la star annunciata sarà un quadruplice ibrido (!) battezzato Indominus rex, trovata che fa violenza, insieme ai dinosauri, anche a un’altra nobilissima creatura estinta, il latino (i).

La franchigia completa così, e rivendica con orgoglio, il passaggio dalla fiction scientifica al monster movie più smaccato; sì, perché nel lontano 1993 il primo JP, accanto a tante libertà, un qualche ruolo ce l’ebbe, nel traghettare spettacolarmente alla cultura di massa il new look dei dinosauri, non più mostri antediluviani o pigri lucertoloni ma animali dinamici e scattanti, a sangue caldo, come reinventati dalla ‘Dinosaur Renaissance’ degli anni ‘60/’70. Però niente da fare, oggi si sa che molti di loro erano piumati, e per tanti aspetti molto più vicini ai loro discendenti volatili che ai rettili; le immortali parole del ragazzino cicciotto al dr. Grant sul “grosso tacchino” suonano più precise che mai. Di far rispettare questa verità s’incaricano nientemeno che dei feather nazis, che all’accuratezza nella rappresentazione paleoartistica applicano un ferreo prescrittivismo degno del nome che si sono scelti. La storia della mutevole rappresentazione dei dinosauri nella coscienza pop, e del suo rapporto non sempre facile con le acquisizioni scientifiche, è stata ottimamente tracciata in diversi interventi dall’eccellente Andrea Cau, paleontologo (ora all’Università di Bologna) e divulgatore ‘militante’ sul suo blog Theropoda. Post dopo post, con rigore e ironia, Cau ci mette in guardia dalle mistificazioni massmediatiche e ci spiega come “l’unico modo veramente intelligente di proporre un dinosauro al cinema sarebbe evitando di proporlo”.

Alla rivoluzione concettuale di cui a Hollywood non è giunta notizia partecipano anche altri nomi talentuosi, come gl’illustratori John Conway e C.M. Kosemen, che insieme al paleozoologo Darren Naish propongono nel volume All Yesterdays (Irregular Books, 2012) uno stimolante esercizio di ricostruzione che tratta gli animali estinti come, appunto, animali realistici (còlti nelle più plausibili attività quotidiane: dal sonno all’accoppiamento…), e al tempo stesso cerca di superare gli stereotipi della paleoarte con un’intelligente speculazione.

Lontano da simili preoccupazioni era Giorgio Manganelli quando, ‘In onore dei dinosauri’ (ii), si domandava, con la sua ironia paradossale e malinconica, se questi “avessero avuto una loro tecnologia, o comunque fosse esistita una ‘cultura dei dinosauri’”, e quali sarebbero stati gli sviluppi di tale ipotesi – una lunghissima e scomparsa civiltà, calcata su quella umana ma su scala smisurata, fino a che “un giorno – magari un giovedì piovoso – un genio dinosauro concluse che era una gran fatica esser padroni di un mondo incomprensibile; e allora cominciarono, tutti d’accordo, a morire”. Come nelle beffarde vignette di Nicholas Gurewitch alias The Perry Bible Fellowship. Né era questa la prima o l’ultima volta che i bestioni preistorici, in qualche modo condannati al favoloso (dalle loro forme che inverano i dragoni mitologici; dalla durata impensabile del loro regno; dalla loro sorte tragica), fungevano non già da serio oggetto di studio dei paleontologi, né da spunto per registi col blockbuster facile, ma da portale d’accesso privilegiato alle speculazioni paradossali dei letterati più geniali e malmostosi. Lo provano, fra gli altri, la poesia di Houellebecq citata in esergo (iii) (bruttina, come tutte le sue cose in versi), e l’estrosa Lettera sull’estinzione dei dinosauri (iv) di Manuel Micaletto (autore giovane e geniale, che a Manganelli deve più di qualcosa), dove la notte eterna in cui si sono addormiti gli antichi dominatori della Terra è l’archetipo, la massima insuperabile espressione di quel sonno che, solo, al poeta “appare come possibile via di fuga dall’infrequentabilità della vita e dell’azione, una prova di ritorno verso il grande oceano dell’inesistenza”, come osserva Davide Nota (v).

Comunque, quel che il funambolico letterato ipotizzava per giuoco di spirito, altri – in quella terra di nessuno tra fantascienza, complottismo e puro delirio – hanno provato a dettagliarlo sul serio. Così, nello stesso anno in cui appariva il corsivo manganelliano, John C. McLoughlin (vi) regalava al mondo il concetto di ‘bioparanoia evolutiva’, definita come “un sentimento di paura acuta, paralizzante, generata dalla spossatezza mentale in coloro che s’interessano al tempo stesso d’attualità e della storia evolutiva della vita sulla Terra”. Più in concreto, secondo McLoughlin i geologi che fra 60 milioni d’anni scaveranno i resti della nostra civiltà umana globale, obliterata da guerra nucleare e disastri ambientali, troveranno qualcosa di molto simile ai documenti fossili dell’estinzione di fine Cretaceo; questo lo porta a immaginare una civiltà ‘antroposaurica’ avanzata quanto la nostra, ad opera di dinosauri intelligenti, che inquinavano allegramente, impoverivano l’ecosistema, allevavano mandrie di Triceratops per farne bistecche, e infine si annichilirono in un olocausto ecologico e nucleare.

I teropodi senzienti di McLoughlin richiamavano vagamente il coevo ‘dinosauroide’ di Dale Russell (vii), creatura bipede e verde, dal cranio tondeggiante, davvero troppo antropomorfa/antropocentrica (come se qualsiasi essere intelligente dovesse replicare, oltre al nostro amore per l’armi di distruzione di massa, pure le nostre proporzioni corporee) e francamente brutta, cittadina a pieno titolo della uncanny valley (gl’incubi che non mi dava, quando pargolo me la ritrovavo sui fascicoli dinosauromaniaci entusiasticamente collezionati!). Anche qui i progressi della scienza ‘vera’ giungono a correggere, se non a cancellare, gl’inquietanti fantasmi della scienza-finzione: lo stesso Kosemen, qualche anno fa, si è provato a immaginare dinosauri senzienti più credibili – ed ecco l’Avisapiens saurotheos, una specie di corvo ipertrofico a suo modo aggraziato; sulle sue eventuali pulsioni d’autodistruzione non siamo informati.

i. Crasi fra dominus e indomitus? Cerchereste invano questo monstrum linguistico sull’Oxford Latin Dictionary, sul Thesaurus Linguae Latinae, o sul Lexicon del Forcellini.
ii. Articolo uscito sul Corriere della sera nel 1984, e ora ripubblicato in Antologia privata, Quodlibet, Macerata 2015.
iii. In italiano ne La ricerca della felicità, Bompiani, Milano 2008.
iv. Leggetevela ne Il piombo a specchio (Cierre Grafica, Verona 2012), oppure su http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/compendio-minimo-della-sproporzione/.
v. ‘L’esordio di Manuel Micaletto’, in Lettera a un giovane poeta in Italia e alcuni scritti precedenti (2010-2014), e-book disponibile su http://www.inrealtalapoesia.com/visioni-1-lettera-ad-un-giovane-poeta-italia-davide-nota/.
vi. ‘Evolutionary Bioparanoia’, Animal Kingdom April/May 1984, 24-30; un’idea molto simile in M. Magee, Who Lies Sleeping? The Dinosaur Heritage and the Extinction of Man, AskWhy! Publications, Frome 1993.
vii. D.A. Russell & R. Séguin, ‘Reconstruction of the small Cretaceous theropod Stenonychosaurus inequalis and a hypothetical dinosauroid’, Syllogeus 37 (1982), 1-43.

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