E-democracy: sì, no, come?

Ho scambiato due chiacchiere con il rapper riminese Zona Mc, da anni impiegato in una ricerca sul significato della democrazia e sui suoi risvolti economici, soprattutto alla luce dei rapporti tra le istituzioni nazionali e le istituzioni europee. Questa la sua riflessione, e a seguire il nostro scambio.

Z: La società di oggi sembra organizzata per promuovere in ogni cittadino un’informazione onnipervasiva, in grado di coprire tutto lo spettro delle azioni politiche esistenti: leggendo i giornali o discutendo il tema del giorno su Facebook, ogni cittadino matura almeno un’opinione al giorno (sua? Sorvoliamo), ognuna su un tema diverso. Ed è ovvio che sia così, perché alla fine di ogni legislatura è chiamato ad eleggere un altro partito che poi deciderà su tutti quei temi, ed è quindi sensato farsi un’idea complessiva. Ma, non so voi, io di sicuro non sono in grado di (né ho interesse a) farmi un’opinione su tutto. Troppe cose da sapere in ogni direzione, troppo tempo da spendere che non ho. Mentre sarei interessato, molto interessato, ad esprimermi su alcuni temi in particolare: quelli che mi riguardano nel modo più diretto e anche quelli su cui sono più informato. Quindi, domanda: c’è più democrazia in un sistema in cui tutti possono votare solo una volta ogni tot anni (durata della delega) e su tutti i temi in una sola volta (come avviene nella democrazia rappresentativa) o in un sistema in cui ognuno può votare tantissime volte, ognuna su un solo tema (come nella democrazia diretta o liquida)? Ovviamente i due metodi potrebbero fondersi (e in parte sono – sarebbero – già uniti). Ma ragioniamo separandoli come se fossero puri ed opposti. Probabilmente il secondo metodo sarebbe molto più fedele all’opinione pubblica, oltre a scoraggiare il “meccanismo der panino”: oggi infatti i politici ci convincono a votarli per A e C (vedi 80 euro, promesse di posti di lavoro, ecc.) e poi però, una volta al governo, attuano anche B (vedi Jobs Act, Buona scuola, ecc.), che quindi viene proposto tra due belle fette di pane che invogliano ad addentarlo. Nel secondo sistema che propongo, invece, tu – in quanto cittadino – potresti votare tante volte, quindi:
1) voteresti per A e C (come fai ora, CAPRA!), ma avresti anche il potere di rifiutare B;
2) e soprattutto, alla fine, chiamato alle urne mille volte all’anno, ti ritroveresti per vari motivi a votare solo per ciò che ti interessa veramente e ciò potrebbe (non è l’unico scenario, ma è possibile! Oggi invece – questo è certo – è totalmente impossibile) spingere la democrazia verso un’ottima aristocrazia. Infatti, su ogni tema potrebbero votare tutti, ma i più competenti su un tema sarebbero spesso i più interessati a votare a riguardo e quindi avrebbero più possibilità di pesare sul risultato finale. Ovviamente una visione complessiva servirebbe comunque, altrimenti tutti voterebbero solo ciò che gli interessa, difendendo solo sé stessi e distruggendo tutti gli altri: “Chi paga più tasse? Gli insegnanti? No, noi no, tassate LORO!”. O meglio, provando a distruggere gli altri, poiché va ricordato che tutti avrebbero la possibilità di difendersi direttamente, cosa che oggi è impossibile, e che quindi (forse) potrebbe compensare i rischi appena citati: “Gli insegnanti? NO! I medici? NO!” E così via forse fino a “I più ricchi? Sìììììì!”.
Riassunto: non esiste il sistema perfetto, ogni sistema ha potenzialità e problemi differenti, ma di sicuro saremmo dei paranoici catastrofisti a pensare che il nostro sistema è il migliore e tutti gli altri sono il caos. Eppure tutti la pensano così, ed è anche grazie a questa stupida opinione complessiva che viviamo in una “democrazia” (si fa per dire…) rappresentativa. Questo vi da lo sfondo delle mie riflessioni sull’UE: non sono uno di quelli che vogliono difendere lo stato dalle istituzioni internazionali, piuttosto credo che il problema delle attuali istituzioni internazionali sia lo stesso degli stati (poca democrazia) solo più estremo ed esplicito. Come abbiamo potuto accettarlo?

G: Molto interessante, sono riflessioni che a volte faccio anche io, arrivando a conclusioni leggermente diverse, tipo: il sistema “diretto” – permettimi di chiamarlo così – condurrebbe a una situazione non diversa da quella in cui versano i partiti ora, cioè una guerra tra bande organizzate in vista del singolo obiettivo capaci di condizionare l’opinione pubblica e così le scelte…Una sorta di lobbysmo permanente e iperdiffuso senza un obiettivo definito e organico. L’obiezione a questo punto è che nemmeno la democrazia rappresentativa lo garantisce, ed è vero, ma secondo me perché è venuta meno la capacità dei partiti di organizzare le istanze dei cittadini. Magari non è mai successo, ma io vedo questo come l’obiettivo…

Z: D’accordo su (quasi) tutto. Ma la speranza finale non la condivido. Io spero in (o meglio, tendo verso) un’e-democracy (con tutti i difetti che hai elencato, cogliendo il vero problema del discorso), non in un perfezionamento della democrazia rappresentativa (anche se i partiti di oggi non vanno confusi con ogni forma di democrazia parlamentare, hai ragione anche su questo. Il punto è: arrivati a questo punto, una riforma del sistema parlamentare è sufficiente? Dopo un ventennio di conflitto d’interessi mi risulta difficile pensare che il problema sia esclusivamente partitico). Storicizzando e semplificando un po’, il mio discorso è un aggiornamento tecnologico di quello secondo cui “il parlamento è il comitato d’affari della borghesia”…

G: Ma la piattaforma di e-democracy non si potrebbe innestare al livello dell’organizzazione dei partiti? Cioè, secondo te non basterebbe che i partiti si organizzassero in modo da tenere fede al loro mandato costituzionale, cioè di essere i portatori delle istanze della società, pur convergendo in un sistema rappresentativo parlamentare? Lo dico perché le proposte di ampliamento della partecipazione diretta ai processi di decision-making mancano sempre di una proposta altrettanto valida sul lato della responsabilità della decisione. Quando il corpo sovrano di uno stato si esprime in maniera individualista come nel caso della democrazia diretta, come fa la responsabilità a essere collettiva? Io non credo sia possibile. È un problema di cui i filosofi devono occuparsi.

Z: Certo, il Partito Pirata, ad esempio, sembra proporre quello che dici nel modo più estremo. Altri partiti, anche in Italia, propongono cose apparentemente simili, ma sono spesso delle vie di mezzo che somigliano più a una richiesta di conferma di ipotesi già elaborate, a un plebiscito, più che a una reale raccolta ragionata e democratica delle istanze della base, anche se alcuni esperimenti sono in corso ed è quindi difficile dare un giudizio definitivo. Di certo l’unico movimento che propone e sperimenta cose simili muovendo grandi numeri è il 5stelle, che però, va ricordato, ha ottenuto e gestito il suo potere soprattutto grazie a un leader – televisivo! – e non a una collaudata e fondata strumentazione/filosofia di e-democracy, quindi ha tutti i difetti di un sistema verticistico. Ma ne riparliamo, è un tema tanto bello quanto complesso. E non riguarda solo i filosofi, ma anche e soprattutto i programmatori e i matematici: ci sono ricercatori e programmatori, come ad esempio Pietro Speroni di Fenizio o i creatori della piattaforma Airesis, i quali dimostrano che un modo diverso di unirsi ed elaborare proposte collettive è possibile ed auspicabile! Consiglio a chiunque di cercare questi nomi su Youtube, fanno anche un ottimo lavoro di divulgazione a riguardo! Detto ciò, sarebbe bello se quella “responsabilità delle decisioni” valesse anche oggi, invece Berlusconi o Monti (ad esempio) hanno forse pagato per i loro errori? In entrambi i sistemi ciò che fallisce può essere sostituito, ma non sembra essere punibile (almeno non in Italia). Grave difetto, ma di entrambi, non solo della democrazia diretta.

G: Assolutamente, hai ragione, la responsabilità delle decisioni deve valere per qualunque decision-maker. Al momento la democrazia rappresentativa prevede che a pagare sia l’istituzione rappresentata, come ad esempio nel caso delle multe per la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania. I criteri con i quali fissare il limite oltre il quale la responsabilità istituzionale diventa privata (una sorta di responsabilità civile dei politici) è un tema enorme, importante e delicato! Ho ascoltato la prima parte della lezione (del video “eDemocracy e Matematica” di Pietro Speroni di Fenizio), mi sembra molto interessante, non conoscevo questa disciplina della matematica per la e-democracy. Prima di continuare ti lascio una riflessione che mi è venuta in mente, e che rappresenta la seconda debolezza della democrazia diretta (almeno nei modelli che conosco, che sono pochi!). Quella che viene chiamata democrazia partecipativa secondo me rischia di non essere altro che un governo tecnico formato da tutti i cittadini. Perché le domande possono anche essere aperte, e questo può essere un bene, ma devono assolutamente essere organizzate in una visione organica della realtà che voglio realizzare. E questo riduce nettamente gli spazi di decisione, perché tutte le istanze devono essere incastrate e compresse tra di loro per trovare la benedetta “copertura finanziaria”, rispettando i valori che voglio attuare con le mie decisioni. Ti faccio un esempio banale: quando un’amministrazione comunale, volendo dare un segnale politico, decide di diminuire le tariffe del rusco (Tari) se si utilizzano i pannolini lavabili, agevola gli utenti che vanno in una direzione, ma genera un buco che deve essere coperto spalmando il costo sugli altri utenti. Se tale decisione venisse rimessa al singolo cittadino/utente, puoi immaginare la difficoltà nell’indicare una direzione verso cui si vuole andare. Ma è solo un esempio, magari non c’entra niente, però è una cosa che mi è venuta in mente dato che a livello politico locale mi occupo di rifiuti.

Z: Nel form delle proposte sui vari software di e-democracy è sempre prevista una sezione chiamata “copertura economica” (o simili) in cui l’utente deve specificare come intende coprire il buco creato, quindi in teoria il problema del bilancio non è quello principale (ovviamente la visione di insieme ci vuole lo stesso, come detto sopra, ma la situazione così è meno catastrofica nel caso in cui manca.). Detto ciò, la “copertura”, a livello di bilancio nazionale, è fondamentale solo nel caso di pareggio di bilancio, in altri casi la questione è diversa (e qui iniziano i discorsi sui trattati europei, quindi mi fermo e rimando agli esperti). Ma soprattutto, perdonami se mi autocito, la debolezza da te citata era già stata notata e smontata in questo stesso post, nel finale: forse ognuno vuol far pagare l’altro, quindi è molto probabile che si creino dei conflitti tra le proposte; ma se l’altro (quello che dovrebbe pagare e non vuole) non accetta la proposta (ne ha il diritto in una democrazia diretta, oggi no)? Si va avanti finché non si trova la proposta più accettabile/meno sgradita per la maggioranza, cosa che non mi sembra così catastrofica…

G: Sì, infatti avevo in mente di citarti ma poi me ne sono dimenticato…Se ciò a cui si arriva è un compromesso, non è così diverso dalle scelte che vengono compiute dalla politica già ora. Certo si avrebbe una visione chiara della logica che rende necessario il compromesso, cosa che nella democrazia rappresentativa dovrebbero spiegare le agenzie socio-politiche (partiti, sindacati ecc). Temo che comunque anche la massima trasparenza dei processi decisionali non servirebbe a impedire le critiche, le polemiche e le dietrologie che accompagnano ogni scelta frutto di compromesso. Poi se ci sarà l’occasione approfondiremo ulteriormente!

Z: Il compromesso attuale è tra governi e trattati internazionali, quello di cui parliamo qui invece sarebbe tra cittadini, un po’ diverso no? Però sul fatto che ci sarebbero comunque problemi ovviamente avrai sempre ragione. Un altro problema che non abbiamo citato, ad esempio, sarebbe quello della sicurezza del voto elettronico, tema che non conosco bene e che per ora mi sembra un punto debole notevole, ma anche su questo punto le elezioni attuali non sembrano essere poi così perfette…

Post scriptum conclusivo.

G: Il Partito Pirata è esemplificativo di una contraddizione dei modelli di democrazia diretta che è necessario approfondire per promuovere un sistema alternativo efficiente ed equo. Non si può sostenere la democrazia diretta e allo stesso tempo dichiarare di battersi per la trasparenza della politica (sia attiva, tramite gli open data e i portali di “amministrazione trasparente”, sia passiva, tramite il giornalismo e i mass media) e la privacy dei cittadini nell’uso di internet. Trasparenza e privacy sono concetti contraddittori per se, ma la contraddizione non costituisce un problema politico in un sistema rappresentativo, in quanto la sfera politica è separata dalla sfera privata: a quella è chiesta trasparenza, da questa è chiesta riservatezza. Il discrimine, oltre il quale si cela il deleterio conflitto di interessi, è riassunto nella formula politichese che recita: “Nell’esercizio delle sue funzioni”.
La contraddizione tra trasparenza e privacy diventa problematica in un sistema democratico diretto, che di fatto (come dicevamo) accetta e organizza il conflitto di interessi. A quel punto, volendo essere coerenti con le esigenze di trasparenza richieste in una democrazia rappresentativa, tutti i cittadini devono rinunciare alla propria sfera privata, e i loro interessi devono essere trasparenti e conoscibili da tutti, in quanto tutti possono prendere parte ai processi decisionali.
È evidente che quanto richiesto diventerebbe difficile da accettare dalla maggior parte dei cittadini. Le soluzioni potrebbero essere due: perseguire lo stesso obiettivo dichiarato e richiesto in una democrazia rappresentativa, e trovare di volta in volta un discrimine tra le due esigenze, con tutte le difficoltà del caso, perché di votazione in votazione cambierebbero gli interessi in conflitto “nell’esercizio delle proprie funzioni”. Oppure accettare un modello politico meno legato agli interessi privati di volta in volta in gioco e più votato alla realizzazione di un’idea di società e di un progetto organico di realtà, nel quale i singoli cittadini, oltre a vedere realizzati i propri interessi, possano sostenere scelte e progetti in maniera disinteressata, meno a proprio favore e più a favore della società nel suo complesso. Quello, cioè, che sarebbe richiesto da un’equa ed efficiente democrazia rappresentativa.

Z: Non essendo un iscritto/seguace (semplicemente perché, come detto sopra, non mi interessano i partiti, nessuno escluso) non conoscevo questo abbinamento/contraddizione di valori del Partito Pirata. La contraddizione che esponi esisterebbe, ma in molti l’hanno già notata ed hanno immaginato possibili soluzioni (per questo dicevo che contano anche i tecnici, quelli che inventano sistemi informatici che risolvono alcune contraddizioni): esistono infatti tanti sistemi di votazione che contengono passaggi (o sono totalmente) anonimi: anzi, questo è uno dei punti forti della democrazia diretta digitale. Un sistema in cui il voto è potenzialmente anonimo può anche richiedere un processo di iscrizione al sistema assai identificativo e sicuro, senza per questo entrare in contraddizione: persone reali, burocraticamente identificate e certificate, che propongono e votano – se vogliono – anche anonimamente. Uno dei sistemi migliori che conosco permette di votare anonimamente proposte anonime ma poi svela l’identità di colui che ha fatto la proposta dopo che la votazione si è conclusa. Infatti oggi votiamo sempre per un soggetto, un volto, un valore estetico, dimenticando spesso il contenuto, il messaggio, la proposta che stiamo sostenendo: direi che questo è evidente dopo l’improvviso “ringiovanimento a catena” dei leader dei partiti italiani. Ma, per usare un concetto deleuziano, credo sia necessaria una de-viseificazione della politica. E credo che votare proposte anonime in una piattaforma online, invece di votare dei volti visti in programmi tv con chissà quale condimento erotico/estetico/pseudo-ideologico, potrebbe essere un buon modo per valorizzare il contenuto della politica: molto probabilmente, se ciò venisse fatto oggi, dal nulla, vedremmo spesso le proposte dei partiti attuali tradotte da soggetti anonimi. Ma io credo che la sovranità sia auto-plastica, ossia che avendo la possibilità di gestire certe questioni i cittadini potrebbero partorire collettivamente nuove istanze e trovarsi anche a votare una proposta anonima che, chissà, in altri contesti avrebbero disprezzato a priori ragionando per appartenenza o per estetica (metodi ormai troppo simili). In fondo è il tema principale di una delle ultime opere del filosofo Peter Sloterdijk, “La mano che prende e la mano che dà”, il quale prova ad immaginare un sistema in cui i proventi delle tasse vengono direzionati direttamente dai cittadini, chiedendosi come mai ciò non è mai successo prima d’ora e che cosa succederebbe; ma, soprattutto (e molto probabilmente questo era il suo vero scopo) scatenando uno scandalo tra i recensori del libro e facendo emergere tutta la loro sfiducia nel genere umano.

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