La mania salvifica dell’ elezione

Il ddl costituzionale Boschi-Renzi è tornato in questi giorni a occupare le prime pagine dei giornali. L’attenzione è ancora una volta sul Senato e soprattutto sulla sua elezione: diretta o indiretta. Trala-sciando, come sta facendo l’opinione pubblica, un’analisi delle nuove e minori competenze della seconda Camera, vorrei limitarmi ad alcune argomentazioni in favore di un Senato non elettivo.

Partiamo da un po’ più lontano, per comprendere meglio il percorso regionale italiano. In Assemblea Costituente due furono i principali motivi per cui si scelse, per la nascente Repubblica, una forma di stato regionale: dopo il centralismo fascista si voleva evitare che il potere politico fosse concentrato nelle mani di una sola persona o in un unico centro decisionale e, coerentemente con l’approccio giacobino della politica italiana, si voleva rieducare il popolo alla democrazia, avvicinandolo, in una logica sussidiaria, a istituzioni substatali create dall’alto.

Di fatto, però, l’ostruzionismo dei partiti rimandò l’elezione dei primi Consigli Regionali fino agli anni Settanta. Se il Partito Comunista credeva che il partito si governasse meglio in modo centralizzato, la DC temeva governi regionali comunisti nelle regioni rosse. Saltando qualche decennio, in cui comunque le regioni sono riuscite a penetrare nel tessuto culturale nazionale, arriviamo alla ben nota riforma del Titolo V (legge cost. 3/2001), che aumenta in modo sostanziale l’autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria delle regioni.

È opportuno ora soffermarsi brevemente sulle differenze tra Stati federali e Stati regionali. Riprendendo la rilevantissima posizione dottrinale di Kelsen, non si tratterebbe tanto di differenze qualitative, della possibilità di dotarsi di una propria costituzione, con diritti e doveri o di un proprio ordinamento giurisdizionale. Le differenze sarebbero meramente quantitative. Gli stati federati hanno generalmente più competenze delle regioni, ma sia gli Stati federali che quelli regionali possono esser ricondotti al più ampio tipo degli stati composti.

Vi sono tuttavia elementi sintomatici che possono aiutare un più chiaro posizionamento delle esperienze statuali su un continuum che vede agli estremi gli stati composti e gli stati unitari o centralizzati e, tralasciando distinzioni lessicali troppo manualistiche, intendo tutto ciò che ha a che fare con il federalismo come intriso di una dinamica decentralizzante.

Diversi, allora, sono gli elementi tipicamente federali contenuti nella riforma del 2001. L’equiordinazione di Stato, Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni, ora tutti enti che costituiscono – allo stesso modo – la Repubblica; l’inversione dell’enumerazione delle competenze: alle regioni la competenza legislativa generale e allo Stato le competenze enumerate; il principio di sussidiarietà nell’esercizio delle competenze amministrative; l’autonomia finanziaria di entrata e di uscita, e così via.

Un importante elemento federale manca però all’assetto istituzionale italiano: un canale costituzionale di partecipazione delle istituzioni regionali alle decisioni che vengono prese al centro. Infatti, non è certo l’elezione del Senato a base regionale a rendere la seconda Camera rappresentativa delle regioni, come non è il diverso elettorato attivo e passivo a renderlo qualitativamente dissimile dalla Camera dei Deputati. La conseguenza, confermata dalla prassi, è una netta deparlamentariz-zazione delle decisioni su tematiche di interesse regionale, della fissazione dei principi generali delle leggi cornice e di tutti quei casi in cui, di fatto, è indispensabile la collaborazione delle Regioni: patto di stabilità interna, piani per il rientro dai disavanzi regionali sanitari, ecc. L’esonero per queste tematiche dal dibattito parlamentare è reso effettivo dagli accordi presi in sede di Conferenza Stato-Regioni tra Governo (N.B. non Parlamento) e governi regionali (N.B. non Consigli regionali), portati poi in Parlamento sostanzialmente blindati.

Una camera rappresentativa delle istituzioni regionali, i cui membri siano eletti dai Consigli regionali con particolari meccanismi che garantiscano la rappresentanza delle minoranze – oltre che a ridurre nettamente il contenziosi dinnanzi alla Corte – è da accogliere con entusiasmo da chi vuole salva-guardare la democrazia parlamentare rimanendo coerente al percorso regionalista italiano.

Due parole sull’attenzione mediatica a questo tema e sul dibattito politico. Pierre Rosanvallon, stori-co e influente intellettuale francese, riflette nel suo recente saggio “Controdemocrazia” anche sul ruolo dei media. Enti privati con un enorme potere pubblico. Un potere di manovra della attenzione pubblica su temi che diventano rilevanti per il solo fatto di esser sbattuti in prima pagina. La rilevan-za e l’urgenza che dovrebbero guidare l’attività di agenda setting si risolvono così in pubblicità e capacità di “far parlare”. E così, chi vuole un Senato non elettivo viene dipinto come un dittatore liber-ticida e chi si batte per l’elezione diretta, un paladino della democrazia. Di conseguenza i policy-makers, coerentemente alla teoria della public choice, si schierano dalla parte più elettoralmente conveniente. Ma si sa; nel dibattito pubblico italiano regna la scorciatoia e il pensiero breve. È facile discernere il giusto dallo sbagliato, è tutto chiaro, banale e con note di contraddittorietà. Nella politica di Twitter non c’è tempo per lo studio è la scientificità è così vogliamo tutti la frutta italiana ma speriamo che continuino a comprarci le Ferrari, rosse.

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