Europei

Kos, Greece - August 21st 2015 -An abandoned rubber dinghy is left abandoned on the beach by refugees, following the cross of the sea from the town of Bodrum in Turkey.The Greek island of Kos, located five kilometres from Turkey, has seen a large influx of migrants. Kos has no migrant reception area, meaning that migrants take up residence on the promenade along the seafront. Ph.Giulio Piscitelli

Immagine di Giulio Piscitelli, da www.contrasto.it

Volevo criticare l’ermeneutica dell’immagine fiorita sulla pubblicazione del ritratto della morte del bimbo Aylan. Poi ho pensato che c’è qualcosa di più profondo dietro, ed è la nostra incapacità di provare sentimenti senza il sostegno di un’immagine. E allora assistiamo all’ennesima umiliazione del nostro senso di umanità, e ammettiamo che l’immagine della morte di questo bimbo sembra aver agito sui cuori di chi deve decidere più delle mille mila denunce ugualmente forti urlate in passato. L’emozione collettiva non fu tanto intensa quando il mare di Lampedusa inghiottì quattrocento persone, meno di due anni fa. Allora gli abissi impedirono di commuoversi guardando le immagini di chi non era riuscito a coronare il suo sogno. Che non è quello di guadagnare milioni sputtanandosi alla tv o su Youtube per poi comprare cose e fingersi meglio degli altri, ma di vivere in pace. Un bimbo, una famiglia, quattrocento passeggeri, tremila persone morte nel mediterraneo da inizio anno. Sembra che non riusciamo a comprendere quello che sta accadendo, perché non possiamo vedere le foto di ogni singolo cadavere.

Dunque prendo atto del fatto che i racconti letti, così come le storie ascoltate alla radio, non ci fanno provare le emozioni necessarie, quelle elementari. Essi non creano empatia tra l’umano che parla, quello che ascolta e quello di cui si parla. Il testo è visto con sospetto, è inutile, è liquidato come sicuramente strumentale e retorico. È fasullo e ci vuole ingannare. Brutta notizia per chi crede nella capacità del discorso di spiegare il mondo meglio delle immagini. Accettiamo dunque la tirannide dell’immagine e spostiamo l’obbiettivo. Chiediamoci che ne sarà del giusto sentimento di umanità suscitato, come sarà governato, come entrerà nelle nostre vite. Se siamo pronti ad essere giusti, e vedere il nostro piccolo mondo antico cambiare un pochino. In questi anni di politica esodata, i partiti si vergognano di avanzare proposte.

Le risposte alle nostre paure ce le danno piuttosto i leader, e anche malvolentieri. Alti, bassi, grassi, magri. Dormono fino a tardi e sembrano svegliarsi giusto perché tutto il mondo parla di un’immagine. O quando un tir intralcia il loro summit fallimentare. A quel punto fanno accordi per tappare i buchi, per salvare la faccia. Spesso in direzioni ostinatamente contrarie. Dov’è la politica in tutto questo? Dove sono i miei coetanei dell’Europa orientale, che appena hanno avuto l’occasione di sfuggire alle grinfie del socialismo reale si sono precipitati in luoghi migliori per svago o per carriera, e oggi lasciano che i nazisti dell’Illinois governino i loro Paesi? Dov’è l’internazionalismo socialista, liberale, democratico o anarchico che sia? Chi me ne vende un paio di chili? O vale soltanto per comprare carne di manzo al gusto di estrogeno grazie ai Trattati di Libero Scambio? Dove sono i partiti di sinistra, che non riescono nemmeno a sussurrare alle bestie leghiste che il regolamento Dublino III lo hanno firmato loro quando governavano con il presidente del Milan?

Gli unici ad avanzare idee in questo deserto sono i singoli cittadini, le associazioni e gli amministratori locali. Che si inventano ospitalità, assistenza e dignità per parte dei 350 mila profughi in arrivo. Sì, sono parecchi, ma rappresentano pur sempre lo 0,07% della popolazione dell’Unione Europea. Un continente che non è esente da migrazioni al suo interno, ovviamente. Un continente che a ben guardare non sta mai fermo. E la politica deve proporci delle idee su una domanda cruciale: come vogliamo la società europea? Per alcuni cittadini è un luogo al cui interno ci si può spostare, per svago o per carriera. Per molti è un luogo al cui interno essi si possono spostare, ma non altri. Agli Altri non è concesso. Gli Altri devono nascere, vivere e morire nello stesso Paese, città, quartiere. Noi non siamo gli Altri, ma perché non può essere così per tutti? Più persone che vivono meglio non aiutano forse il singolo concittadino a vivere meglio? Se è necessario imporre politiche redistributive perché ciò accada, facciamolo. È questo che deve succedere. Le persone devono stare meglio. Vivere in pace se sono in guerra, svolgere un lavoro che li soddisfi e che aiuti al progresso della società, ottenere un compenso adeguato per ciò che fanno, senza essere schiavizzati dai mezzi di produzione del loro benessere.

La politica ci sottoponga dei modelli capaci di rispondere a queste domande, e non solamente all’emergenza di questi mesi. Perché altrimenti saranno le immagini dei bimbi morti a farlo.

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