Marino Deve Morire

MARINO DEVE MORIRE

Marino è a un passo dalle dimissioni. Il primo cittadino di Roma non ha scelta: il PD non lo sopporta, il papa ne ha fin sopra i capelli, il ristoratore della “Taverna degli Amici” (da cui viene il famoso scontrino circolato ieri su tutti i media) non ne può più di apparecchiare per intere delegazioni e poi vedere arrivare sempre il sindaco solo con la moglie.
Marino deve lasciare: lo dice l’uomo mandato dal PD che doveva salvare la giunta, Stefano Esposito (il senatore manganello contro i No – Tav, l’assessore ai trasporti del famoso “Roma merda perchè sono ultras”) parlando di “Fine inevitabile per l’amministrazione”, lo chiede l’autorevole firma di Sebastiano Messina su “La Repubblica”, lo gridano le dimissioni del vicesindaco Causi di queste ore. Ma, soprattutto, chi non ne può più di Marino è il segretario dem e presidente del Consiglio Renzi.
Ignazio non è mai piaciuto a Matteo: questione di feeling, questioni di correnti. Non sia mai che al chirurgo passi per la testa di ripresentarsi alle prossime primarie per fare il segretario del PD (si era già candidato nel 2009 sfidando Bersani e Franceschini). Molto meglio farlo fuori politicamente quando se ne presenta l’occasione. E quale occasione, anzi quali occasioni migliori dell’inchiesta di Mafia Capitale, dei funerali di Casamonica, delle cene al ristorante e dei viaggi d’oltreoceano pagati dai romani. Già, i romani: chissà cosa ne pensano, dopo che circa 50.000 di loro erano andati a votare per lui alle primarie – Marino aveva surclassato sia l’ex volto del TG1 Sassoli sia quello che diventerà poi il ministro degli esteri nel governo Renzi, Gentiloni – e dopo che altri 664 mila lo avevano eletto sindaco con il 63,93% di preferenze.
I soliti noiosissimi numeri e la solita vecchia storia della legittimità del voto popolare: pare che solo se ti votano puoi governare. Ma tutto questo è fuorimoda, demodè, non è cool.
Meglio allora affidarsi ai tweet di Orfini e di Renzi. D’altronde la democrazia rappresentativa qualcosa vorrà pur dire. E passi che si scelga di far dimettere Marino in barba al garantismo che ha consentito a De Luca di insediarsi come presidente della Regione Campania, passi che Marino non sia stato indagato per gli affari che Buzzi & Co stringevano con uomini del Partito Democratico, passi che la procura non abbia nemmeno aperto un fascicolo su di lui dopo l’esposto degli scontrini del M5S e di Fratelli d’Italia, passi che la Costituzione – per dirla alla Scanzi, o alla Travaglio, o alla Di Battista – venga modificata dal plurindagato Verdini e passi pure che al papa Marino non stia simpatico: il cittadino romano se ne farà una ragione e il fedele cristiano se la risolverà nel segreto dell’urna la prossima volta.
Perché i (demo)cristiani non dimenticano mai. Nemmeno quando diventano segretari di partito.

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