Il manoscritto “Polacco” che ha preceduto la stesura definitiva di “Cuore di tenebra” di J. Conrad, introdotto da Ale*san*ro B*ricc*

(Palladium Lectures #5 – Bologna 21.11.2015, Cortile Café)

Je ne rêve pas je sais quand j’arreterai
Je vais quitter Paris
Je sais après, je vais payer pour ça

Julien Doré

The man that hath no music in himself,
Nor is not moved with concord of sweet sounds,
Is fit for treasons, stratagems and spoils.

Shakespeare

Vi dovete spaventare!

Richard Benson

Un uomo si diverte con le cartine geografiche mute del mondo cercando “gli spazi indefiniti della terra”, territori che un tempo erano stati suddivisi arbitrariamente da Francesi e Inglesi con gli accordi di Sykes-Picot e che adesso venivano messi a repentaglio da uno Stato che non era uno Stato – lo Stato islamico – anch’esso senza confini definiti. L’uomo di cui stiamo parlando aveva forse di meglio da fare che baloccarsi con le cartine mute? Probabilmente sì, ma quest’uomo si chiama Tovolow, ha appena visto che esistono spazi “indefiniti” nel mondo, con una mancanza sempre più manifesta di limiti e confini, e decide che quel che vede sulla cartina è la possibilità di essere desiderio desiderante, pura volontà di potenza slegata da qualsiasi vincolo.

Quaranta pagine e qualche mese dopo: Tovolow, a bordo di una jeep, risale lungo il ventre di quello spazio indefinito, nel magma di quell’infinito. Ha intorno tutto: i risultati della guerra asimmetrica prodotti dai bombardieri americani ed alleati, la rabbia e l’impotenza di chi può solamente subire. Ma al momento di spiegare dove sta andando, dice: verso Roglia – esclusivamente.
Nel tempo di un viaggio, il desiderio di indagare l’infinito si è tramutato nell’ossessivo bisogno di incontrare un uomo.

La storia del manoscritto che precede la stesura definitiva di Cuore di tenebra di Joseph Conrad – interamente scritto in polacco e dal titolo parzialmente diverso di Al gran ballo dei minatori – è comunque la storia di un’ossessione, assurda e inspiegata.
Lo sfondo storico sociale è costituito dalle guerre di invasione perpetrate dall’Occidente e dagli orrori che da queste sono scaturite: si parla delle torture di Abu Ghraib, ma anche dell’uso delle armi al fosforo bianco a Falluja, dell’ospedale di Medici senza frontiere bombardato dagli Stati Uniti, di marines che urinano su cadaveri afghani. E certamente Conrad ha qualcosa da dire anche sulla mercificazione del patrimonio artistico e culturale portato avanti da Matteo Renzi. Ma non c’è solamente questo; il fulcro della narrazione sembra interessare il concetto di “limite”. L’avventura di Tovolow parte proprio da questa sua necessità di vedere spazi “indefiniti” del mondo, confini che saltano, come quelli politici in medio-oriente, ma anche e soprattutto confini psicologici.

La prima volta che Tovolow sente parlare di Roglia è durante il suo viaggio di avvicinamento a Raqqa, in una Stazione della Compagnia. Che cos’è questa “Compagnia”? È una multinazionale che, su ordine del monarca Leopolda II.0 d’Italia, è entrata in affari con il califfato islamico per la compravendita di antichissimi reperti archeologici. È stato Tovolow a chiedere a sua zia – l’indimenticabile Sig.ra Mary Helen Woods – di usare tutta la sua influenza per fargli ottenere un posto di lavoro presso la Compagnia come agente di commercio.

Tovolow raggiunge la Stazione di Abu Ghraib. Prigionieri ammassati gli uni sopra gli altri in piramidi umane, cani da guardia aizzati contro vittime nude; dappertutto vi sono schifo, malattia, mosche, Gianni Riotta. E, in mezzo, la soldatessa riservista Lynndie England, che tiene al guinzaglio un prigioniero nudo. Così commenta Conrad: “C’è un tocco di pazzia in tutta la faccenda, un’aria di lugubre buffoneria nello spettacolo di soldati americani che considerano le loro torture al pari di una goliardata tra amici; qualcosa che non venne dissipato nemmeno quando non so più chi in macchina mi assicurò, con gran serietà, che ‘quegli uomini che abbiamo visto denudati, violentati e sottoposti a tortura sono in realtà nipoti di Mubarak. L’ha stabilito oggi il Parlamento Italiano all’unanimità’”.

È Lynndie England che per prima pronuncia la parola Roglia. “A Raqqa incontrerà certamente il signor Roglia”. Chi è?, chiede Tovolow. La soldatessa England si accende una sigaretta e risponde: “è un uomo notevole. Erezioni poderose”, poi dà uno strattone al guinzaglio facendo gemere il poveretto nudo a terra: “mica come qualcun altro di nostra conoscenza”. Lynndie England si scosta la frangia e conclude “Lo vede quello?” indicando un enorme buco sul soffitto della galera: “Roglia. Decollando col pene”.

Ottanta pagine e qualche mese dopo: Tovolow è in un pub di Bologna, a migliaia di chilometri da quello schifo. Corone di fiori, ombrellini da cocktail e ananassi giganti. Al tavolo, una ragazza visibilmente ubriaca. Tovolow appoggia sul tavolo le lettere di Roglia. La ragazza dice poche parole prima di chiedere: “Era impossibile conoscerlo senza che ti attaccasse al muro, vero?”. Tovolow deve rispondere qualcosa. Ha risalito il ventre di un mondo maledetto, quello del terrorismo islamico e delle sue discutibili ragioni, per incontrare quell’uomo. Ha visto il suo regno, ha sentito la sua musica, e l’ha visto decollare col pene. “Era impossibile conoscerlo senza che ti attaccasse al muro, vero?”.
Quel che risponde Tovolow – con voce malferma – è: “Era un uomo notevole. Le ragazze gli si infilavano sotto le lenzuola con la stessa facilità con cui Renzi riesce a spostare l’attenzione su un qualunque altro argomento”.

La storia del Polacco – così chiameremo d’ora in poi il manoscritto iniziale di Cuore di tenebra – è la storia di un viaggio nella vita, che ti insegna come si difende la vita, ad esempio smettendo di votare PD.
Quando è ormai a poche miglia dal rifugio di Roglia, Tovolow viene colto dal terrore di non riuscire a trovarlo. Si rende conto di come a furia di immaginarlo, quel che ha in mente, quando pronuncia il suo nome, non è nemmeno una figura umana, ma qualcosa di più pervasivo: un processo osmotico. “Fu strano scoprire che non avevo mai pensato a lui nell’atto di agire, capite, ma solo in quello di diffondersi. Non dissi a me stesso: ‘Ora non lo vedrò mai più’, ‘Ora non gli stringerò mai la mano’, ma ‘Ognuno di noi si terrà i suoi liquidi. E lui ne avrà di più’. L’uomo si presentava come un’osmosi”. La storia del manoscritto polacco di Conrad è la storia di un’ossessione puntata sull’osmosi, cioè sulla permeabilità dei limiti, sul loro liquido oltrepassamento.
Partito dall’altro pianeta del migliore dei mondi democratici possibili, e finito nelle viscere di un mondo costruito su idee violente che prevedono scelte di vita più ambiziose e definitive di quelle che servono per risparmiare sul detersivo, Tovolow si addentra nello Stato Islamico per entrare in osmosi.

Venti pagine e una notte dopo, vivrà finalmente quello scambio di vita liquida. Ed è stupefacente il modo in cui Conrad lo descrive. Roglia si presenta a Tovolow in infradito e calzoncini estivi, trasuda vitalità da tutti i pori. Intorno a lui un gruppo di terroristi islamici intabarrati nelle loro uniformi nere sta cantando il ritornello de “L’universo tranne noi” con la stessa grazia dei bambini dello Zecchino d’oro.

Roglia fissa Tovolow negli occhi e gli dice: “La sente questa canzone? Max Pezzali ha scritto veramente tutto, è la Bibbia della musica”. Alcuni terroristi smettono di cantare e protestano per l’uso della parola “Bibbia”. Roglia ne afferra due per il collo e li getta in un fiume vicino: “Bestie siete! Dovete imparare l’uso delle metafore!”. Poi, rivolto verso Tovolow: “Li perdoni, non conoscono nemmeno l’artificio retorico della metafora. Figuriamoci se possono capire che una metafora trova il suo luogo di origine nel sostrato culturale di partenza di chi la usa”.

Il Polacco è un geometrico gioco di specchi e di rimandi intertestuali. Non a caso infatti Tovolow insieme alla voce narrante e ad altre quattro persone si trova su una bagnarola che risale il Tevere. L’indicazione che essi si trovano proprio dove tramonta il sole ci fa comprendere come questo sia certamente il Sud di Roma, come spesso viene ripetuto nel Polacco, ma anche e più precisamente un punto a Sud-Ovest di Roma. Roglia stesso fornisce una spiegazione quanto mai chiara del rapporto speculare che intercorre tra la sua storia e la storia dei cinque “naufraghi” che risalgono il fiume Tevere: “Li guardi Tovolow. Cantano perché hanno capito che sono il maschio alfa qui in mezzo, ma sono incazzati neri. Minacciano di essere a Sud di Roma. Non ne faccia dei romantici idealisti, la prego, tra di loro sono molti quelli che agiscono per denaro, un po’ come me, quando ho rivenduto i resti dei leoni di pietra della città di Ninive ad Oscar Farinetti. Ma tra di loro vi sono alcuni che hanno visto morire i propri cari a causa di bombe intelligenti che piovevano dal cielo; hanno visto gli invasori pisciare sui cadaveri degli amici morti. Mi chiami folle. Io non credo che il sangue debba essere lavato con altro sangue. Sono venuto qui insieme a mia moglie e adesso abbiamo dato alla luce quello splendido pargolo che sta giocando di là in cortile con Abu Bakr Al-Baghdadi. Lavoro. In uno Stato retto dalla legge divina dove si ha paura di occuparsi di qualsiasi cosa per timore di incorrere in un qualche divieto di Allah. Certo, è un lavoro riprovevole. Ho smerciato un papiro di Nabucodonosor perché Re Leopolda d’Italia potesse esibirlo come un prosciutto a una sagra del tartufo a Montecatini Terme. Ma come farei a difendere tutto questo senza un qualche compromesso? Prima che me ne andassi, i miei concittadini continuavano a sostenere con il loro voto un pensiero unico, guerrafondaio, reazionario e liberista che cerca di governare il mondo con le sue politiche antisociali, il precariato di massa e le speculazioni finanziarie. E ora, guardi, ci troviamo a parlare qui, io e lei, ospiti indesiderati del figlio indesiderato di queste politiche. Posso non dirmi anch’io incazzato nero? Mi creda, mi trovo anch’io a Sud di Roma. Ma difenderò con tutto me stesso questo angolo di pace in un mondo che non conosce limiti all’orrore. Lo farò imponendo i miei confini e, se sarà necessario, mi immolerò seguendo l’insegnamento di Gesù Cristo, senza uccidere nessuno. Al massimo, attaccherò qualcuno al muro. Meglio se femmina, ovviamente”.

Un gioco di specchi. Roglia si trova idealmente a Sud di Roma, come i terroristi islamici. Tovolow si trova fisicamente a Sud di Roma, quando ha inizio la narrazione del Polacco. Ma Roglia ha deciso di mettere al mondo una vita, e di difenderla. Egli si trova dove sorge il sole, ad oriente. Mentre Tovolow e le altre quattro persone si trovano con la loro bagnarola a Sud-Ovest di Roma. È da notare inoltre che sussiste tra i cinque personaggi una relazione basata sul precariato sociale e sull’indigenza economica: “C’era tra noi, come ho già detto da qualche parte, il vincolo della sfiga. Il Direttore della Compagnia, un ricercatore di storia dell’arte, contemplava il suo portafogli vuoto. L’Insegnante, il migliore dei vecchi, aveva diritto, per i molti anni di supplenza in giro per l’Italia, a tornare a studiare per il Tirocinio Formativo Attivo, che il prossimo anno non avrebbe più avuto validità. L’Esodato aveva tirato fuori di tasca una bambolina voodoo con le fattezze di Elsa Fornero e andava infilzandola con uno spillo. Alla sua destra, a poppa, sedeva Tovolow. La sua magrezza, vista in quella penombra, lo faceva assomigliare a Fassino”.

Il Polacco è una narrazione che non lascia in pace. Il materiale con cui è costituito è, quasi integralmente, materiale inquietante.

Inquietante, naturalmente, è Roglia. Il suo misterioso vivere rintanato nelle viscere dello Stato islamico, le quantità immani di reperti archeologici che riesce a mandare alla Compagnia, le gigantografie di Tarcisio Bertone che ornano la sua casa, l’adorazione (o forse il timore reverenziale) che i terroristi islamici nutrono per lui. Inquietante è la sua ossessione per “il pensiero unico classista che governa il mondo”. Inquietante è la sua capacità di decollare col pene. Inquietanti sono le voci sulle sue poderose erezioni, inquietante è quel suo discorso sull’insegnamento: “‘Lo sa qual è il mestiere più pericoloso al giorno d’oggi? Tovolow ci pensò qualche istante, poi fece cenno di no con la testa. ‘L’insegnante’. ‘Avrei detto il cameraman dei video di Sara Tommasi e Andrea Dipré’ rispose Tovolow. ‘Non sia superficiale. L’insegnante è il mestiere più pericoloso oggigiorno. Altro che poliziotti o pompieri, bisognerebbe rendere onore agli insegnanti. Ci sono un mucchio di piccoli fascistelli nelle nostre scuole che devono essere educati alla vita civile e un certo tipo di pensiero politico, oggi imperante, li vorrebbe mantenere esattamente così: ignoranti e rissosi, ma di buoni sentimenti. Guardi che cosa succede in giro per il mondo. Sono stati uccisi e carbonizzati quei 43 studenti messicani di Iguala che avevano osato protestare contro il narcotraffico, uccisi i bambini di una scuola pubblica di Peshawar in Pakistan, questi scellerati dello Stato Islamico che addestrano i bambini a diventare combattenti; si gioca tutto sull’educazione e gli insegnanti, con la loro cultura, sono in mezzo ai piedi nel gioco di un discorso politico violento e predatorio. Educate tutti quei bruti!”.
Roglia incarna l’incubo di un Occidente narcotizzato, assuefatto, e soprattutto impoverito dal punto di vista culturale. La sua persona è pura spinta vitalistica, totale fede nella scienza e nella ragione, atto gratuito d’amore e generosità. “Gratis” è appunto la parola chiave, l’amante nascosta nell’armadio della coscienza occidentale. Che sia desiderio o terrore della gratuità, del dono, quel che conta è che da quel tipo di demone della generosità, il gran mercato d’Occidente viene attratto in modo ossessivo, perverso, incontrollabile. Il decisivo tratto inquietante – sottilmente intollerabile – del manoscritto polacco di Conrad è esattamente il suo dimorare, completamente, dentro quella oscura attrazione. Quel che turba il lettore, senza che se ne accorga, non è poi tanto lo schifo della guerra asimmetrica e neppure il profilo vivificante di Roglia. Ciò che davvero suona intollerabile è nascosto nella tessera apparentemente più innocente del mosaico. Ciò che davvero è scandalo intollerabile, è quella voce che narra. È Tovolow.

Tutto ciò che ci viene detto a proposito di Tovolow è che anche lui è un agente di commercio, come Roglia. Ma sembra di capire, almeno dall’assenza di ulteriori descrizioni nel testo, che stiamo parlando di un uomo senza particolari qualità. In Tovolow, il lettore incontra se stesso. L’incoscienza, la voglia di una libertà senza compromessi, l’assenza di limiti al proprio desiderio, l’inerzia con cui si lascia scivolare addosso gli orrori della guerra, il suo buon senso a prova di bomba, l’immediatezza con cui crede alla grandezza di Roglia rimanendone stregato, l’immediatezza con cui arriva a liquidarlo, a cose fatte, come un “poveretto” e un “pazzo”, solo perché questi ha deciso di condurre la propria vita fuori dalla spirale dell’odio, lontano dai riflettori, insieme alle persone amate e, per estremo paradosso, proprio nella capitale dello Stato Islamico, dove cova un odio viscerale verso i nemici, senza limiti, che non conosce le ragioni della diplomazia perché rifiuta l’altro come interlocutore, come persona, essendo esso stesso il frutto velenoso di una guerra piombata dall’alto, di una guerra di invasione che non ha mai riconosciuto il nemico perché non ha mai voluto vederlo negli occhi, disconoscendolo come essere umano.
In questo senso sembra davvero significativo il finale del manoscritto, che in modo un po’ misterioso Conrad riteneva cruciale per capire il significato del Polacco.

L’ultima scena ci mostra un Tovolow finalmente collocato nel suo vero ambiente naturale: una festa hawaiana, in un pub cittadino. Tovolow avrebbe in mano il grimaldello per far saltare quella cassaforte di conformismo e artificiale serenità. L’ex fidanzata di Roglia lo spinge fino a un passo dall’usarlo, quando gli chiede di sapere le ultime parole dell’ex amante. Le ultime parole di un uomo sono l’epigrafe di un destino, sono la chiave del codice con cui è stata scritta la sua vita. Un’erezione marmorea. Bastava riferire quella sorta di grido per devastare tutto un mondo apatico di code nei supermercati, aperitivi analcolici e disillusioni generate da una lettura superficiale di Nietzsche, o dall’ascolto di Marco Mengoni. Ma Tovolow non lo fa. Preferisce optare per la frase che gli detta la retorica da sceneggiato televisivo della RAI cara ai tinelli dell’anima borghese. Occulta la verità e con una menzogna poetica richiude il cerchio della vicenda di Roglia consegnandolo alla memoria di quella festa hawaiana (in pieno centro a Bologna) come il viaggio di un borghese civilizzato in cerca di emozioni forti nel paese degli orrori. Quel mondo è salvo.
Roglia è l’uomo che sceglie di entrare nel cuore della vita e non ne esce mai più. Tovolow è l’uomo che si ferma sulla soglia della vita, e si salva: “Sarebbe stato tutto troppo vivo …” dice, per giustificarsi di aver sepolto per sempre le ultime parole di Roglia. Sarebbe stato troppo vivo. Il manoscritto Polacco è un testo inquietante – in definitiva sgradevole – perché racconta il movimento a pendolo con cui la coscienza dell’uomo normale viene attirata dalla potenza vivificante della libertà e poi se ne allontana per non essere in grado di tollerarla. Molto meglio, in questo senso – nell’ottica cioè dell’uomo normale, di Tovolow – affidare il senso della propria vita a un’entità più forte (Dio, il fato, Youporn), sottomettersi ad essa in cambio di una qualche forma di protezione, piuttosto che decidere di dipendere esclusivamente dalle proprie forze, e sottrarsi una volta per tutte al gioco sado-masochista di una libertà infeudata, diventando così generatore di vita.
“‘Le ripeta,’ mormorò la ragazza, affranta. ‘Voglio qualcosa – qualcosa con cui vivere’. Stavo quasi per gridarle: non le sente? Il tramonto le stava ripetendo intorno a noi, in un sussurro persistente, in un sussurro che pareva gonfiarsi minaccioso come il primo mormorio di un vento che si sta levando: ‘Un’erezione marmorea!’

‘Le sue ultime parole – con cui vivere’ insistette lei. ‘Non capisce che lo amavo – lo amavo – lo amavo!’. Mi ricomposi, e parlai con molta lentezza: ‘Le ultime parole che pronunciò furono ‘Fabio Fazio non è Bashar al-Assad’.
La udii piangere; si era nascosta il viso tra le mani. Avevo la sensazione che il cielo mi sarebbe cascato in testa. Ma non accadde nulla. Il cielo non casca per simili idiozie. Sarebbe cascato, mi domando, se avessi reso a Roglia la giustizia che gli era dovuta? Ma non potevo. Non potevo dirlo alla sua ex ragazza, rovinando questa bellissima festa hawaiana. Sarebbe stato tutto troppo vivo … decisamente troppo vivo”.

Ale*san*ro B*ricc*

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