Piovono Bombe

di Mattia Marchi & Marco Bonfiglioli

Bella regà, è da un po’ che non batto chiodo e qua la grande M: mi sta addosso, soprattutto Tupac che continua a minacciarmi col suo ferro dall’ oltretomba, quindi mi sono deciso finalmente a sistemare questo articolo. No in realtà non lo faccio per Tupac, e nemmeno per la grande M:. Ma aspettate eh, che vedo già che vi state montando la testa, non lo faccio nemmeno per voi, lo faccio per tutti quelli come Feras, quelli che si pongono un obiettivo irraggiungibile, quelli che pensano che una goccia nel mare faccia la differenza. Lo faccio per loro perché è giusto che tutti sappiano che se le gocce fossero un po’ di più e diventassero pioggia forse a quel punto potrebbero anche smettere di far piovere bombe.

PIOVONO BOMBE

Ciao, mi chiamo Feras Garabawy, sono un ragazzo arabo-israeliano. Sono di religione musulmana anche se fondamentalmente non do molta importanza alla mia fede. Sono nato in una provincia del nord di Israele a venti minuti dal confine con il Libano ventisei anni fa. Da sei anni vivo a Modena, mi sono trasferito per venire a studiare medicina. Qua sono entrato in contatto con diverse realtà umanitarie e da due anni ho iniziato ad occuparmi in prima persona della crisi siriana e dei profughi da essa generati e ho fondato con alcuni amici di Trento un’associazione, Speranza – Hope for Children.

Il nome e la missione coincidono, l’obiettivo è di dare una speranza ai siriani sfollati che ancora abitano in Siria e a quelli che vivono nei campi al confine con la Turchia.

Questa di Hope for Children non è stata la mia prima esperienza in campo umanitario, sono sempre stato attivo nel mondo del volontariato e della beneficenza. Casualmente mi è capitato di partecipare a una cena di raccolta fondi e in questa occasione ho conosciuto diverse persone del settore e mi è venuto spontaneo dare la mia disponibilità.

Creare un’organizzazione come questa non è impossibile. Molto dipende dagli obiettivi che ci si pone. Ma se ci si rivolge a un commercialista specializzato in associazioni no profit, crearla è facile come bere un bicchier d’acqua. Il difficile viene quando bisogna ottenere certificazioni. Noi siamo una onlus, certificazione che ritengo fondamentale per avere una certa trasparenza.

Inizialmente, poiché conosco quattro lingue, mi occupavo di traduzioni, poi, in un secondo momento, dato che tra queste lingue c’è l’arabo, mi è stato chiesto di partecipare ad una missione. Fu la prima volta che entrai in Siria e mi si aprirono gli occhi. Capii che c’è una differenza abissale tra il farsi raccontare le cose e viverle in prima persona.

La Siria è un miscuglio di realtà. Essendo vissuto fino ai vent’anni in Israele già sapevo cosa mi sarei potuto aspettare da un’atmosfera di insicurezza come è quella generata da un conflitto civile. Ci abituano fin da piccoli ad indossare maschere anti gas, ad iniettarci ossime e atropina qualora fossimo attaccati col gas nervino. In Israele la guerra si sente, in Siria si respira.

La gente è accampata in tende di fortuna, che coprono appena la testa, dormono sul terreno. Venticinque mila persone che dormono in questi campi improvvisati senza alcun servizio. I bagni sono a cielo aperto, non esistono docce e il cibo è quello che viene offerto. Quando viene offerto.

Fuori da questi campi il nulla, e questa è forse la cosa che fa più paura.

Perché in Siria la gente non era abituata a vivere in questo modo. È molto differente da altre situazioni di miseria, la Siria era un paese ricco. Le persone avevano l’aria condizionata e i bambini andavano a scuola. C’erano ospedali e musei e alcuni tra i più bei monumenti del pianeta.

Pensate segretarie, insegnanti, medici, operai che da un giorno all’altro si trovano sbattuti in una situazione a cui è impossibile adattarsi e nella quale è impossibile smettere di pensare a ciò che si è perso.

Il fatto è che parlare con queste persone ti mette nella testa che avresti potuto essere tu, che può capitare anche a noi. Si fa davvero in fretta a passare dall’avere tutto all’avere nulla da perdere.

Una cosa che mi piace dire è “se una cosa non ti piace, non lamentarti; muoviti e cambiala”.

Queste persone hanno tantissimo da insegnarci. Nonostante la situazione di estrema indigenza in cui si ritrovano riescono ad essere generosi ed ospitali, quando entri nelle loro tende non pensano ad altro che ad adoperarsi per farti avere una tazza di tè. Questo ti fa sentire coinvolto nella loro vita, facilitando il mio ruolo.

Io, per questo, voglio cercare di migliorare le loro vite dall’interno, conoscendoli, ascoltando le loro storie e vivendo alla loro maniera. Ho dormito con loro nel campo di Aleppo e sentivo il rumore delle bombe che piovevano dal cielo. Queste sono cose che creano una forte empatia e anche ora molte volte non riesco a non pensare a loro.

Quando parto per una missione, ho sempre qualche regola che mi sono posto per essere il più al sicuro possibile. La prima è l’assoluta segretezza. Ci si trova in un paese in guerra dove è facile trovare qualcuno che si voglia approfittare di te. Non sarebbe certo il mio, il primo caso di rapimento di un cooperante. La cosa più importante è avere dei contatti fidati e appoggiarsi a questi.

Non c’è un manuale per capire di chi ci si possa fidare al 100%. Si parla di interessi il più delle volte. Si dice ‘io sono qui per aiutarti, io ti aiuto e tu mi garantisci che questo mio aiuto sarà efficace e che tornerò a casa sano e salvo.’ Cerco di mettermi in una situazione in cui morto non servo a nessuno.

All’inizio scendevo spesso, due anni fa ho fatto ventidue missioni (sticazzi, ndr) e ho individuato sia il dottor Alì che è poi diventato il medico della nostra clinica, sia un gruppo di Huritan che si chiama Sirian Team for Progress and Prosperity, un gruppo di giovani siriani. Prima di entrare la prima volta in Siria li ho conosciuti sul confine turco, abbiamo parlato, ci siamo confrontati. Più di questo non puoi fare, devi buttarti. È impossibile annullare il rischio. È sempre un salto nel vuoto dopo il quale o sei fortunato o sei fottuto.

Ora sono costretto a fare molte meno missioni, la situazione è più complessa e i rischi aumentano. C’è anche da aggiungere che ormai certe relazioni sono stabili e fidarsi di persone che da là portano avanti il mio progetto è diventato più semplice.

È esattamente questa la mia idea di beneficenza: un aiuto anche piccolo ma costante nel tempo; le missioni spot servono ma fino a un certo punto. Non si riesce mai ad aiutare tutti, quindi è fondamentale distribuire nel tempo le energie e gli aiuti.

A questo proposito abbiamo diversi progetti avviati: innanzitutto c’è il progetto Pane per fornire gratuitamente due chili di pane ad ogni famiglia tutti i giorni. Con questa iniziativa vorremmo togliere dalla testa della gente la domanda ‘mangeremo oggi?’.

Abbiamo poi aperto una clinica per curare la leishmaniosi che è una malattia molto diffusa in Siria, tanto da meritarsi il nome di bottone d’Aleppo. Prima era circoscritta a tremila casi ma ora, con le precarie condizioni in cui si vive, i malati sono più di centomila. Questa infezione colpisce principalmente i bambini che hanno un sistema immunitario più debole e si cura con un farmaco molto costoso, il glucantime. Nella nostra clinica si curano dai trecento ai seicento casi di leishmaniosi al mese, considerando che si lavora in un arco di sei mesi poiché il pappataceo, l’insetto vettore, c’è solo d’estate.

Stiamo poi lavorando alla costruzione di scuole, per ora ne abbiamo fondate cinque che ospitano seicentocinquanta bambini. La nostra associazione vuole avere una prospettiva che veda oltre l’emergenza, come per dire alla gente: “finché ci saremo noi avrai una scuola per i tuoi figli e il pane per nutrirli”.

I soldi che servono sono quindi tanti, anche perché a tutti questi progetti si aggiungono le missioni, anch’esse molto costose. Per esempio, portare beni di prima necessità come trecento pacchi alimentari, trecento coperte, ottocento stivali, costa quasi quindicimila euro.

Per cominciare tutti noi di HfC abbiamo fatto una donazione di tasca nostra all’associazione secondo le nostre disponibilità. Ora cerchiamo di raccogliere fondi tramite eventi mirati a determinati problemi, poi inviamo i soldi in Siria. Spedire beni da qua è molto più complesso e soprattutto meno economico.

Le scuole meritano un discorso a parte, a volte non si capisce l’importanza che ricoprono nella formazione di un bambino. Fa molta più compassione un bambino malato o malnutrito che uno analfabeta quindi i fondi per la costruzione delle scuole sono stati molto più complessi da raccogliere. Nell’immaginario collettivo la scuola non rientra in uno scenario di emergenza perciò le persone ne sono meno entusiasmate. Per noi invece le scuole sono importantissime per evitare in futuro derive estremiste dettate dall’ignoranza e dalla rabbia. Credo che sia anche per questo che, ad oggi, la maggior parte dei giovani tra i quattordici e i diciotto anni sono arruolati con l’isis.

L’isis (Islamic State of Iraq and Syria) nasce nel 2004 in Iraq, ma si manifesta in Siria nel 2013 su un terreno reso fertile della rivoluzione scoppiata due anni prima. Alla base c’è una profezia religiosa, secondo la quale i tempi sarebbero maturi per l’istituzione di uno stato islamico guidato dal califfo. In realtà però, l’isis si vende molto bene: la maggior parte dei consensi che raccoglie, sono ottenuti instaurando un clima di terrore sul quale sviluppare propagande illusorie. Lo spirito critico dei sostenitori dell’isis è spento.

Mi è capitato di prestare soccorso ad un ragazzo di sedici anni che era arruolato con l’isis e che è riuscito a scappare. E’ molto difficile fuggire perché spesso ti uccidono prima, ma lui ce l’aveva fatta. Abbiamo scambiato qualche parola, anche se non parlava tanto. Stava zitto e in disparte come se avesse un peso sulla coscienza così grosso da non riuscire a pensare ad altro. Mi ha impressionato quanto chiaramente si leggesse la paura nei suoi occhi.

A Luglio 2013 ero in Siria e c’erano tutti i presupposti affinché l’esercito siriano libero (laico) cacciasse Assad e creasse una democrazia ponendo così fine alla rivoluzione e alla guerra. Improvvisamente, a Settembre, non sono più arrivati soldi all’esercito siriano libero, che quindi cessa di esistere, si frammenta in tanti sottogruppi di ribelli e parallelamente inizia a nascere e a prendere piede l’isis.

Credo che dietro a tutto ciò ci sia un forte interesse da parte di diversi stati, che da questa situazione di stallo possono ottenere vantaggi nel commercio di petrolio e armi, ma anche di organi, schiavi, donne e bambini. E posso assicurarvi che queste cose le ho viste con i miei occhi.

Sono convinto che quella in Siria sarà una guerra molto lunga, anche perché per porvi fine, sarebbe necessario creare un disequilibrio tra queste tre fazioni, così da permettere il prevaricare di una sulle altre. Ma ogni volta che si ha un accenno di questo, dopo pochissimi giorni, l’equilibrio viene ripristinato. La situazione è mantenuta in stasi perché questa guerra, e quindi l’isis, soddisfano interessi forti.

Alla fine di ogni missione sono felice, anche se non riesco immediatamente a capire il perché di questa gioia di fronte a tutta quella miseria. L’unica spiegazione che mi do è che, probabilmente, mi sento felice perché sto facendo qualcosa di concretamente utile: è una soddisfazione enorme poter cambiare la vita delle persone. Ed è proprio questo che mi dà la forza di continuare: sapere di poter fare qualcosa. Ricordo ancora uno dei momenti più intensi di questa mia esperienza. Questa è la storia di una famiglia formata da un padre e una madre sulla quarantina con due figli, uno di due e uno di quattro anni. Abitavano nei pressi di Aleppo e cinque mesi fa, un barile bomba cadde sulla loro casa distruggendola e lasciando il padre senza una gamba e con gravi ferite nell’altra. La famiglia è stata poi portata in Turchia per sottoporsi alle cure e lì non avevano niente: non una casa e nessun’abitudine o tradizione cui affidarsi. Erano loro quattro con il nulla. Sono riusciti a stare due mesi in casa di un uomo del Kuwait che poi però è scappato. Sono quindi andato da questa famiglia per vedere come aiutarli e mi hanno colpito a tal punto che ho preso in carico la famiglia, personalmente, non con l’associazione. Posso dire di averli adottati. Non ho voluto arrendermi neanche di fronte a quei medici che dicevano di voler amputare anche l’altro piede. Ho cercato nuovi dottori, più esperti e coraggiosi che hanno fatto l’intervento. Ora il padre di questi ragazzi tornerà a camminare.
Penso che sia, allo stesso tempo, il momento più bello e il più brutto, perché mi ha insegnato che la vita può cambiare da un momento all’altro, sia nel male che nel bene.

Vedendo queste realtà mi viene da riflettere sulla situazione dei profughi e credo che non sia giusto condannare persone che combattono per avere una vita migliore, prosaicamente sarebbe come dire che io ti condanno perché al mattino vai a lavorare.

Vi posso confermare che se queste persone avessero anche solo un 1% di possibilità di restare in patria ci rimarrebbero.

Vedo la tristezza negli occhi della gente che deve andare via perché non ha più una casa, vedo la disperazione della gente che ha paura di morire e conosco gente che in Siria è rimasta nella loro casa, anche sotto i bombardamenti, perché non volevano abbandonarla.

Penso che la cosa ideale per risolvere il problema sarebbe “aiutarli a casa loro” con umiltà e rispetto. Per esempio se loro mangiano riso io non gli porterò mai la pasta. Questo è un esempio banale per ripetere quello che già ho detto all’inizio: cioè chi aiuta non è migliore di chi è aiutato.

Sempre a questo proposito, un altro progetto che sto portando avanti con la mia associazione riguarda una linea di prodotti fatti delle madri siriane secondo la loro tradizione, da vendere qui in Europa. Aiutarli a casa loro significa mettere la gente nella situazione affinché possa esprimersi e vivere come crede. Facilitando in un senso la migrazione per chi vuole andare via e aiutando nell’altro chi è restato a casa.

***

Caro Feras,
Tupac, la grande M e, credo tutti i lettori, sono con te.
Buona fortuna!

http://www.speranza-hopeforchildren.org/home/

More from pepito sbarzeguti

[storie piccole] Il russo che voleva la Nora

[Maria Elena Abbate] Un soldato russo nel bel mezzo della campagna ferrarese...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *