Lettera dall’Africa

di Carolina Paltrinieri & Pierpaolo Salino – foto di Carolina Paltrinieri

Ho scritto a Carolina perchè un suo post mi aveva colpito. Carolina si trova ad Adwa, in Africa. Le ho chiesto di raccontarmi cosa sta vivendo laggiù, di spiegare a un occidentale cosa significa vivere una situazione così diversa dalla nostra quotidianità.

Le ho chiesto di scrivermi cosa vede tutti i giorni. Perchè quando parliamo di popoli diversi, della loro cultura così lontana dalla nostra siamo profondamente ignoranti. Perchè fondamentalmente non conosciamo. E questa ignoranza è l’arma più pericolosa di tutte. Non si vende e non si compra ma è sempre disponibile.

Carolina ha accettato il mio invito e questa è una delle “Storia di tutti i giorni” ad Adwa, in Africa.

***

In Africa ogni mattina è una sorpresa. Apri gli occhi con un programma giornaliero ben impresso nella mente e sistematicamente capita qualcosa che lo sconvolge. Io sono una fotografa. Mi occupo di fotografare i bambini per le adozioni a distanza. Quando sono nell’ufficio aiuti sociali vedo sfilarmi davanti una dopo l’altra queste donne afrikaneer con i volti che raccontano la loro quotidianità.

“La loro” perché per noi la vita che conducono non è neanche lontanamente immaginabile.

“Quanti figli hai ?”
“Quattro… No… Cinque… No… Sei”
“Quanti ne hai partoriti?”
“Sei… Ma a casa con me sono quattro… Gli altri sono andati via”
“Dove?”
“Non lo so”.

Per noi occidentali un figlio è per la vita. E’ un legame indissolubile, ancestrale. Qui, in Africa, ad Adwa, un bambino è una bocca in più da sfamare. Ma è anche un aiuto in casa, pulisce, sistema, porta i carichi pesanti. A cinque anni sono piccoli adulti che portano in spalla già il fratellino o la sorellina. Il padre è quasi sempre assente, ha un’altra famiglia o magari è un soldato che torna due o tre volte all’anno, si riproduce e poi torna in servizio. Versare gli alimenti per i figli è un’eccezione di pochi.

“Questi bambini hanno tutti lo stesso padre?”
“No… Diversi”
“Hai la malattia?”
“Non lo so”
“Dai vieni, facciamo il test”

Oppure

“Sì”
“Ti curi? L’hai trasmessa ai bambini?”
“No… Loro sono sani” oppure “Malati”

Se l’uomo vuole avere rapporti non protetti la donna obbedisce e così si diffonde la piaga africana, la malattia, l’AIDS. Le guardi negli occhi queste donne e in poco tempo impari a riconoscerne i sintomi. Magre, deboli, vuote, si spengono lentamente. Per loro è molto difficile anche accettare di essere malate: non vogliono prendere gli anti retrovirali.

Quando i bambini vengono a sapere del destino che pende sulla testa della madre nei loro occhi si legge il terrore. Sanno cosa succederà, rimarranno soli e dovranno occuparsi dei fratelli più piccoli.

In questo ufficio si sente di tutto, i muri si sono rinforzati ad ascoltare queste realtà. Una settimana fa è entrata lei, una donna sciupata. Malata di AIDS. Fa la prostituta. La bambina di 12 anni fatica a camminare. Non capiamo il motivo e la mandiamo a fare una visita medica dalla nostra infermiera.

L’esito.
Stuprata.

Questa volta il cliente ha preferito la carne giovane. Parliamo con la madre, le proponiamo di tenere la bambina qua con noi nell’ostello con le altre orfane e abbandonate. Le offriamo un futuro, un’istruzione. E, soprattutto, le offriamo di vivere la sua infanzia. La sua vita.

“No” Questa è la risposta della madre.
“No. Mi serve la bambina, va a prendere l’acqua al fiume e pulisce la casa”. Le serve una serva.

Non si può fare niente, è proprietà della madre. La giovane ” cenerentola “ non troverà mai il suo principe azzurro e i muscoli del suo viso non si tenderanno più per fare un sorriso. Le priorità di questo paese sono diverse. La fame e l’esigenza non lasciano spazio all’amore.

Le informazioni sull’Associazione Amici di Adwa li trovate sul sito www.amicidiadwa.org

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