Il sapore più dolce

Illustrazione di Camilla Neri

Quando incominciai a scrivere il mio articolo, mi uscì quasi di getto, rileggendolo mi pareva anche convincente, aggiustai la grammatica, aggiunsi una metafora sul carrozzone di Renato Zero, e lo mandai ad un esperto Mumblar perché me lo “recensisse”: morale della favola, riscrivere da capo.

Tra le tante correzioni sue e non solo, due mi hanno colpito: non parlavo di caramelle e avevo preso una posizione molto seriosa, auspicando l’abbattimento di un sistema di cui io stesso faccio attivamente parte, perché la logica del discorso mi portava in quella direzione.
Arrovellandomi sulla critica alla mia prima stesura, ho capito una cosa: le caramelle sono belle, dolci, colorate, e io ho scritto con logica, serietà e tetraggine, non potevo pretendere un capolavoro.

Allora adesso mi fermerò, mangerò una caramella, e per un momento non penserò a niente, mi farò trasportare da sentimenti elementari, suoni dolci, spontanei, immagini naturali, e il naufragar m’è dolce in questo mare…

Prima o poi però si torna a riva, ci si accorge di quanto la vita sia diversa, schematica, organizzata, la vita è l’essenza dell’organizzazione, dalle cellule, ai gruppi sociali, alle infrastrutture. Chi si proclama spirito libero mente a se stesso, forse per semplicità, forse per la paura di doversi confrontare con una realtà scaduta nella predominanza del grigio sui colori, del prezzo sul valore. O forse no. Forse è libero chi si sente libero, come è felice chi si sente felice e bello chi si sente bello, e forse la libertà, la felicità e la bellezza si nascondono nelle cose più semplici, come il sapore più dolce ed appagante può esplodere in bocca d’improvviso da qualcosa di piccolo ed insignificante, una caramella.

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