L’insostenibile leggerezza dell’equo

SPOILER ALERT!!! Niente caramelle qui, ma cioccolatini. Credo che abbiano la stessa funzione psico-socio-ricreativa, con quel tocco di prestigio in più. Chi si sentisse offeso da questo off topic potrà benissimo passare all’articolo successivo, ma lo so che vi piace di più la cioccolata della gomma arabica.

C’è chi dice che mangiare cioccolata dà sensi di colpa. Peccato di gola per eccellenza, agognata tentazione non sempre vinta da chi cerca di rimettersi in forma, di mangiare sano, o di ciocco-santificare solo le feste e non tutti i giorni dell’anno. Questa la linea di pensiero generale, ma negli ultimi anni c’è chi ha iniziato a sentirsi in colpa per altri motivi: gli ettari di foreste abbattute per fare spazio alle piantagioni di cacao; i bambini sfruttati come manodopera a bassissimo costo per far fronte ad una domanda sempre più in crescita e a prezzi sempre più in calo; l’uso massiccio di insetticidi e fertilizzanti per garantire una produzione massiccia su un suolo ormai impoverito dall’agricoltura intensiva.

Per fortuna, i consumatori consapevoli e sensibili sono in aumento e qualcuno deve essersene accorto: sempre più prodotti a base di cacao presentano una certificazione di sostenibilità, sia ambientale, sia economica. Bello vero? Più o meno. Fatte le dovute felici eccezioni, per ottenere questo tipo di certificazioni, assegnate da ONG come Rainforest Alliance e Utz, spesso basta utilizzare una percentuale molto bassa di cacao certificato, mentre l’intera filiera produttiva resta un mistero, sfruttamento minorile compreso. A noi dicono che il cioccolato con sopra il bollino con la rana costa di più perché chi lo ha coltivato e raccolto, di sicuro un adulto e non un bambino, ha ricevuto un salario giusto, e perché magari chi produce quel cacao ha scelto di contribuire al rimboschimento o di utilizzare tecniche di coltivazione più costose che però permettono di non dover radere al suolo le foreste così tanto spesso. E noi ci crediamo perché è una bella storia.

Poi un bel giorno, cammina cammina, arrivano in Costa d’Avorio i Tommasi ficcanasi francesi del CIRAD (Centre de coopération internationale en recherche agronomique pour le développement) e scoprono che le piantagioni certificate sono praticamente uguali a quelle non certificate. Le condizioni dettate dalle ONG non vengono rispettate, ma sono anche difficili da rispettare per i produttori, che si ritrovano ad affrontare un calo sempre più grave di produttività e di prezzo.

E quei due euro in più che abbiamo pagato così tanto volentieri dove vanno a finire? Un po’ nelle tasche degli agricoltori certificati, tramite una sorta di fondo di garanzia quando la produzione vacilla. Un altro po’ se lo prende chi non se lo merita, come gli intermediari, quelli che comprano il cacao “green” dalle piantagioni e lo rivendono agli esportatori o alle aziende che lo trasformano. Questi scaltri soggetti fanno finta di essere degli agricoltori e creano delle cooperative; e per le cooperative che producono cacao certificato hanno diritto a un premio per finanziare la distribuzione di prodotti fitosanitari e consulenze, con lo scopo di aumentare il rendimento dei coltivatori. In più, le tecniche promosse dai consulenti agricoli “certificati” non tengono conto né del tipo di clima, né della mole di lavoro necessaria, tanto che i produttori non riescono a metterle in pratica, e in fin dei conti ci perderebbero anche. Allora non resta che usare qualche prodotto chimico in più, tanto anche quelli vengono dalla stessa cooperativa certificata.

Lasciamo poi stare la tracciabilità. Già i produttori si scambiano il cacao all’occorrenza; se poi finisce tutto nei magazzini delle cooperative fantoccio ecco che la mitica tracciabilità, che nella nostra mente assomiglia molto ad un “unisci i puntini”, prende più la forma del labirinto del Minotauro.
Ecco a cosa servono le certificazioni. E questa è solo una parte del fango che intorbidisce una filiera ancora molto poco trasparente. E i bambini dove sono in tutto questo? Sempre lì, nelle piantagioni. Nel 2009 erano 230.000 solo in Costa d’Avorio e Ghana, e più della metà erano schiavi. La situazione oggi non è molto diversa ma d’altronde, finché gli enti certificatori non garantiranno un salario minimo ai lavoratori del cacao e un ricavo che permetta ai produttori di non sfruttare il lavoro minorile, oltre ad un’etichetta scintillante, sarà difficile che la storia cambi.

Ma qui arrivano a salvarci, o a provarci, le felici eccezioni di cui sopra. Max Havelaar, Alter Eco ed Ethiquable certificano e appoggiano il commercio equo, ma equo davvero, cambiando le priorità: garantiscono un prezzo minimo ai produttori, premiano lo sviluppo e sostengono le cooperative di agricoltori, cercando così di eliminare la povertà per permettere davvero l’abbandono del vecchio modello produttivo. Nel 2014, quelli di Max Havelaar hanno anche inventato un bollino nuovo, Fairtrade, e per ottenerlo basta avere un solo ingrediente equo, diciamo il cacao, in tutto il prodotto, diciamo una tavoletta di cioccolato. Però tutto ma proprio tutto quel cacao deve essere equo. Così i consumatori sono spinti a comprare quella tavoletta, e sostengono le aziende che comprano cacao equo.

Sempre quelli di Max Havelaar, però, hanno deciso che le aziende che acquistano una parte di cacao equo, diciamo il 20%, possono avere la loro certificazione sul 20% della produzione, che ci sia dentro questo cacao oppure no. Forse queste eccezioni non sono poi così felici. Infatti, Ethiquable non ci sta, perché va bene “rubare clienti” a Rainforest e Utz, che sono meno esigenti e controllano meno, ma imbrogliare i consumatori, no. E soprattutto con questo sistema, chiamato “bilancio di massa”, i bambini continuano a restare dove sono e la foresta continua a sparire.
Insomma, c’è ancora parecchio da fare. O forse c’è solo da fare un po’ meglio, perché le buone idee non mancano, ma continua a vincere chi fa più soldi, anche se perde di vista l’obiettivo lungo la strada. Il “verde” vende bene? Ecco subito pronto un bel bollino ad hoc da appiccicare sulla coscienza sporca come una medaglietta degli scout, e vissero tutti felici e contenti.

Simon Gouin, Il cioccolato equo solidale, un prodotto in via di estinzione?, in «Basta!» (http://www.bastamag.net/Basta-in-italiano), 18 aprile 2014.
Alexandra Bogaert, Chocolat: des labels à côté de la plaque, in «Terra eco» (www.teraaeco.net), 25 aprile 2014.

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