Ogni maledetto giovedì

Illustrazione di Riccardo Boni

Caramelle. Vorrei parlare di pasticche nelle discoteche ma non ne so mezza, mai stata nel giro, mai neanche passata vicino, chissà, frequenteremo ambienti diversi, io e le pasticche. A pensarci bene, anche le altre droghe non le ho mai incontrate, forse sono loro che si tengono alla larga (tranne le zaffate di maria al parco, ai concerti, all’università, nei bagni, così estroverse e amichevoli con tutti e in ogni luogo). Insomma, di droghe non se ne parla. Le mie meningi hanno sudato sangue per una settimana cercando un altro significato nascosto nel ripieno delle caramelle, o avvolto insieme alla carta come nei baci Perugina, e alla fine le ho viste così in difficoltà che ho deciso di parlare di caramelle. Caramelle e basta. Quelle più plastica che caramelle, quelle che si attaccano ai denti tanto che ne ritrovi dei pezzi in bocca dopo due giorni, quelle che non capisci di cosa sanno se non vedi di che colore sono (ah, il grande potere ingannatore della mente!). Non ne vado pazza, ma ogni due mesi circa vado in crisi di astinenza, allora corro dal primo tabaccaio che incontro e mi faccio fuori due e dico due euro di Goleador. Me le biascico tutte di fila in un appiccicoso rituale proustiano.

Era il lontano 1521, e alle scuole medie c’era il rientro pomeridiano al giovedì. I professori non avevano quasi nessun controllo sulla classe, stremati dalle lezioni del mattino; le regole della convivenza incivile che tutti ricorderanno venivano meno. Le caramelle prendevano il comando. Se non avevi le caramelle eri out. Non importava chi fossi: la fighessa o lo stronzetto buffone di turno non valevano più nulla se non riuscivano a recuperare almeno qualche striscia di gomma più o meno commestibile. Se eri amico di un VIP non dovevi preoccuparti, te le allungavano sottobanco, per non farsi notare dagli scrocconi, e potevi mangiarle tirandotela a mille, ma tutti sapevano che non erano tue, e che ve le mangiavate tra di voi VIPs, brutti stronzi. Ma quelli che per tutto il resto della settimana le prendevano, figurate e non, perché erano anche loro un po’ sfigatelli e troppo buoni, appunto perché erano davvero buoni il giovedì pomeriggio arrivavano in classe lanciando mazzetti di Goleador a tutti, senza distinzioni. Proclamati all’istante eroi nazionali fra gli scricchiolii delle bustine di plastica, acclamati da venti bocche bavose e felici, rimettevano al loro posto gli sbruffoncelli strafottenti troppo impegnati a credersi i meglio per essere capaci di tanta magnanimità.

Lo status quo era invertito e finalmente, in una micro-società del caos dove devi poter sfottere qualcuno per stare a galla, per una volta vincevano i buoni.

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