Se hai due minuti, volevo parlarti di Einstein, Popper, Piketty e Quine

Qualche giorno fa, durante le nostre quotidiane circumnavigazioni dello scibile nel mare della grande Internet, ci siamo imbattuti in questo articolo:

http://qz.com/590406/philosophers-want-to-know-why-physicists-believe-theories-they-cant-prove/ .

Il tema non è nuovissimo, si parla di rapporti tra fisica e filosofia, e di come sia sempre più difficile da spiegare (e da capire, almeno per alcuni) la piega che sta prendendo certo lavoro di ricerca. Si studiano alacremente teorie al momento non dimostrabili causa lacune tecnologiche: l’ingegneria non tiene il passo della speculazione scientifica. E per di più, di frequente tali speculazioni partono da assunti a loro volta empiricamente non dimostrati, seppur frutto di elaborati ragionamenti matematici. Beh, insomma, non potevamo farci sfuggire l’occasione di montarci un dibattito infinito, e interessantissimo, che sicuramente arricchirà la vostra arida giornata impiegatizia.

***

RAFFAELLA: Sì, la questione è nota e dibattuta tra epistemologi e filosofi della scienza, i quali nel frattempo hanno abbandonato (pure loro) il criterio di falsificabilità di Popper. Comunque non è nulla di nuovo. La Teoria della Relatività è stata assunta come ‘vera’ prima del suo test definitivo. Putnam, il filosofo di cui mi occupavo, ha scritto molte cose sull’argomento.

DONATO: La cosa che colpisce me – da lettore saltuario di articoli scientifici, specificatamente di fisica, dopo la cui lettura solitamente mi accorgo di non essere riuscito a fissare in modo chiaro il benché minimo concetto – è che, effettivamente, sempre più spesso le teorie di cui si dibatte e che vengono divulgate (qui si accenna alle stringhe, ma potrei pure parlare di termodinamica) non hanno la benché minima possibilità di essere dimostrato in modo empirico, né ora, né probabilmente tra dieci anni. E, sicuro, è sempre stato così e non c’è nulla di cui meravigliarsi. Ma un po’ per lo stato avanzato dell’arte, un po’, temo, per la vanità di certi scienziati, sembra che ormai le uniche faccende interessanti di cui parlare siano quelle lontane ere dall’essere potenzialmente dimostrate.

RAFFAELLA: Semmai il problema con la Teoria delle Stringhe non è la ‘testabilità’, ma l’assenza di ‘predittività’. “Some predictions string theory may give cannot be calculated.” Ma ammetto che non conosco la materia a sufficienza per esserne sicura.

DONATO: Beh, la supersimmetria, che è una parte se non erro abbastanza cruciale della Teoria delle Stringhe, è stata abbozzata a inizio anni ‘80 e solo qualche anno fa il CERN ha avuto mezzi per iniziare a testarla (per ora senza ottenere risultati particolarmente favorevoli ai fan delle stringhe). Ma è giusto che sia così, per carità. Che ci si alambicchi in teorie non dimostrabili nel breve termine, intendo. La cosa che mi stupisce, da esterno e totale profano, è l’impressione che il dibattito ormai sia al 90% su argomenti di questo tipo. Probabilmente è pure fisiologico. Comunque la pianto, che poi quel gran fisico di Antonio mi sente e potrei aver detto solo s*ron*a*te. Ciao! (PS: l’articolo ve l’ho fatto leggere anche perché mi ricordava un intervento di Raffaella in materia di teorie economiche. Del tipo: che falsicabilità hanno? Perché si parte da assunti spesso non dimostrabili? Tutte domande, ovviamente, sacrosante. Per quanto mi riguarda una teoria economica inizia ad essere qualcosa di più solo quando la quantità di dati statistici raccolta surclassa di gran lunga quella normalmente richiesta dalle peer reviews. E vorrei sottolineare le espressioni “surclassa” e “di gran lunga”. Thomas Piketty, a mio avviso, ha tanto successo perché il suo lavoro è uno dei rari esempi che supera questa prova. Per il resto, quando si parla di economia, è sempre legittimo essere sospettosi, a mio modestissimo parere).

ANTONIO: L’articolo è molto carino e solleva questioni interessanti, ma che non necessariamente hanno una risposta. Premetto che di stringhe e fisica delle particelle ne so quanto voi, comunque come dice Donato nella storia ci sono milioni di teorie dimostrate solo con decenni di ritardo. La mia personale visione della cosa è che si vada avanti come con le matrioske, si risolvono problemi che nascondono altri problemi, e così all’infinito. Il fatto che la Teoria delle Stringhe non sia ora come ora dimostrabile non significa che non lo sarà per sempre né che con essa si chiuda la questione “Teoria del Tutto”. Che, by the way, sai che merda la Teoria del Tutto? Dopo non si parlerebbe più di un cazzo, ci si annoierebbe a morte. Il mistero è molto più fico del sapere. Per la questione “dibattito solo su cose indimostrabili”, quello che dici, Donato, penso che valga soprattutto per la fisica teorica. Ma esistono infinite altre branche più concrete e ugualmente interessanti. Poi vabbè, non c’è la stessa catarsi dell’unificare relatività e meccanica quantistica ma sticazzi.

GIACOMO: Io la vedo in maniera abbastanza semplice, forse grossolana: come disse Comte la scienza contemporanea ha come scopo il ‘potere’ (“savoir pour prevoir et prevoir pour pouvoir”), e quindi funziona nella misura in cui riesce ad alimentare un apparato tecnologico che non dia soluzioni epistemologiche ma possibilità concrete, tecniche (il potere, appunto) , affinché nuove scoperte possano essere ottenute. Non importa quanto universali e quindi veritiere, l’importante è che anch’esse riproducano nuove possibilità tecnologiche. Tutto ciò succede analogamente alla continua espansione del mercato imposta dal capitalismo. Non odiatemi per questo finale, ma per me l’analogia è troppo evidente. Riflettiamo sul fatto che all’uomo, per essere, la dimostrazione della verità non serve.

RAFFAELLA: Premesso che di ‘scienze dure’ ne so molto meno di voi: no, non posso essere d’accordo con te, Giac. La scienza ha finalità pratiche, indubbio, ma direi che il ‘sapere’, e non il ‘potere’, abbia una priorità, quanto meno esplicativa, nel definire cosa è scientifico e cosa no. Altrimenti che la scienza funzioni, assieme all’apparato tecnologico che essa alimenta, diventa un miracolo e il ‘potere’ un ‘superpotere’ della mente che la mente non ha. La realtà ci prende a cazzotti, quando ci affidiamo a credenze false al suo riguardo. E anche se non riusciamo a definire con esattezza cosa siano la verità e la conoscenza, non possiamo fare a meno di considerare ‘vere’ le descrizioni ‘scientifiche’ del mondo, e di porci come obiettivo la ‘verità’, quando facciamo scienza. Ciò detto, i problemi sollevati dall’articolo restano sul tavolo e investono in particolar modo la fisica, per diverse ragioni, non da ultimo per il ruolo paradigmatico che essa svolge nelle classificazioni contemporanee. La fisica è ‘la scienza’ per antonomasia (per alcuni la sola che possa fregiarsi del titolo), quella in cui il ‘metodo empirico’ ha la sua applicazione più rigorosa e sistematica e che ha l’incarico di dire l’ultima parola sull’arredo del mondo. Così la vedevano i pensatori che all’inizio del XX secolo si posero i problemi meta-teorici menzionati dall’articolo. Per i neo-empiristi più ortodossi, tipo Carnap (gente che ne sapeva a pacchi di filosofia come di fisica, e che al tema si è applicata con più cognizione di causa di Comte) ci sono i linguaggi scientifici, cognitivamente rilevanti (e l’esempio va sempre alla fisica), e poi ci sono le pseudo-proposizioni, il no-sense, il rumore. Tutto un pelo hardcore, okay, ma tant’è. Le ragioni della preferenza accordata alle descrizioni scientifiche del mondo, e in particolar modo a quelle fornite dalla fisica, erano molte (il fatto che fossero formalizzabili ed esprimibili in un linguaggio logico-matematico; o, ancora, che fosse possibile indicare un metodo, una procedura reiterabile per la loro verifica) e risolvevano parecchie grane filosofiche. O si illudevano di farlo. In primis, l’annosa questione di definire che cosa fosse la verità, nozione ambigua, con i piedi in due staffe. Da un lato proprietà di parole o pensieri (vere sono le proposizioni, le teorie, etc.), quando dicono, però, come stanno le cose, la realtà là fuori, e con ‘fuori’ intendo: ‘fuori dalla mente umana’.

GIACOMO: Raffa, ma qui si parla di ‘verità’ come la Teoria delle Stringhe, che in realtà non si possono definire nemmeno come ‘tesi’, al massimo come ‘contesti teorici’ tutti da verificare, per lo più formulati senza stabilire per loro criteri di verificabilità, delle logiche caso-specifiche o degli alfabeti. Se, come si intende dall’articolo, da Einstein in avanti la fisica teorica va avanti così, significa che la sua funzionalità ha vinto sulla sua sostanzialità, e che ha perso l’obiettivo metafisico dell’obsoleta “adequatio rei et intellectum”, sembra che ci siamo pure stancati di cercare una concordanza tra teoria e linguaggio specifico della medesima. Per me, come per te, la cosa è grave, perché tiene la scienza ostaggio di quella funzionalità che la rende strumentale ai modelli economici. Ma forse su questo sbaglio.

RAFFAELLA: Ci arrivo, dammi tempo. In breve, la soluzione proposta dai neo-empiristi era di ‘ridurre’ il significato di ‘vero’ a quello di ‘verificato’, mettendo in un certo qual modo tra parentesi la questione metafisica della corrispondenza tra entità disomogenee (la mente e il mondo). Senza entrare nel merito delle implicazioni che ha tale scelta, ben presto ci si rese conto che una proposizione che enuncia una legge universale non è verificabile in modo conclusivo, come lo è un enunciato osservativo particolare (Carnap e Reichenbach non erano mica scemi, l’ho già detto). Si aprì tutta una discussione sui ‘protocolli’, ovvero sugli enunciati che registrano un dato di senso immediato e che dovrebbero costituire il punto terminale di un processo di verifica che vuol dirsi in qualche modo empirico. E la fase delle cosiddette ‘liberalizzazioni’ del principio di verificazione. La riformulazione di Popper in termini di falsificazione ne è una testimonianza. Fino alla grande dissoluzione del progetto di razionalizzazione logica del processo conoscitivo, operata da Quine. L’americano, che aveva studiato coi pragmatisti, per certi versi l’ultimo filosofo analitico ortodosso, è quello che manda tutto a gambe all’aria (un tipo strambo, un conservatore dotato di senso dell’umorismo. Ti potrebbe piacere, Natiello). L’idea che sia possibile sottoporre a verifica enunciati presi singolarmente venne accantonata – ‘le proposizioni si sottopongono al tribunale dell’esperienza non una alla volta, ma come un insieme solidale’, dice Quine. Ma il come diviene assai più nebuloso e la possibilità di offrire una ricostruzione formale di tale processo vacilla paurosamente. Da lì in poi vennero i Kuhn e i Feyerabend, che al neo-empirismo rimproverarono di aver dato troppo peso alla statica del sapere scientifico, senza prenderne in considerazione la dinamica. Sembrò il colpo di grazia. Ma continuerò un’altra volta, pianin pianino, che si è fatto tardi…

GIACOMO: Intanto ti ringrazio perché hai tirato fuori Quine. Di lui ho un vago ricordo ai tempi dell’esame di epistemologia in Danimarca, se non erro citava come esempio l’idioma di una tribù di nativi americani che non usavano i predicati o i sostantivi, domani vado a riguardare e poi continuiamo il ripasso!

RAFFAELLA: Sì, Giac. Non entro nel merito ma si tratta del ‘Gavagai’, sempre divertente. E scusa se ti ammorbo col ripasso, ma sono arrugginita e se non riavvolgo il nastro (per come lo ricordo e lo comprendo) non riesco a dire quello che voglio dire.

[to be continued]

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