Intervista a Erri De Luca

a cura di Paolo Roglia ed Elisabetta Biagiola

Lo scorso 22 gennaio, MUMBLE: ha intervistato un maestro: Erri De Luca. L’incontro è stato organizzato in collaborazione col liceo Morandi e l’istituto Calvi di Finale Emilia, e patrocinato dal comune stesso. Davanti a una nutrita platea di studenti, abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’autore di “Tre cavalli” , “Aceto, arcobaleno” e tanti altri romanzi (e poesie) a cui siamo affezionati.

M: Da dove nascono le sue storie e il suo desiderio di raccontare?

EDL: Mi definisco un assorbente di storie. Spesso in montagna, dopo una scalata, mi ritrovo a parlare con la gente del posto, ma più che parlare ascolto. Ascolto e li avverto che tutto quello che dicono potrà essere usato a mio favore, ovvero potrà finire in quello che scrivo. Il peso della farfalla infatti è un riassunto di storie di bestie e di uomini. Racconta quello che succede nel corpo quando si avvicina alla fine, in condizioni difficili come quelle dell’alta montagna. I protagonisti, l’uomo e il camoscio, sono due esemplari a fine carriera, che affrontano la fine in modo diverso. La mia preferenza va al secondo, e non solo perché è l’unico vero padrone delle vette, autorizzato ad abitare le quote senza bisogno di strumenti o vestiti. Preferisco il camoscio perché, come accade tra gli animali, sa cosa fare quando sente arrivare la fine, sa che è ora di ritirarsi e di lasciare spazio a chi verrà dopo di lui. Gli uomini invece sono meno lucidi: avvertono un cedimento nella loro vita ma sperano sempre che non sia ancora il momento di andarsene, si distraggono. Gli uomini pensano al passato e al futuro, e prestano poca attenzione al presente, a differenza delle bestie. Tutti i rimpianti e rimorsi derivano dal non aver saputo cosa fare nel presente.

M: La maggior parte delle sue storie è ambientata o in montagna o davanti al mare di Napoli. Che significato hanno per lei questi due luoghi?

EDL: Della montagna si è sempre detto che costituisce un confine naturale, ma questa definizione è stata data sicuramente da qualcuno che la montagna non la conosce. In realtà le montagne sono un fitto sistema di comunicazione tra i due versanti. In montagna si vede bene come i confini siano stati inventati dall’uomo: è molto facile sconfinare, passare da una parte all’altra di una linea immaginaria, stare con un piede di qua e uno di là. La montagna è diversa da molti altri luoghi, nei quali chi arriva per primo pianta una bandiera e reclama la proprietà: finora nessuno ha lottizzato una parete, non si paga il biglietto per salire. Le montagne sono di tutti, o meglio di nessuno. Appartengono a loro stesse. Il mare è una via di comunicazione. Il nostro Paese è un ponte nel Mediterraneo, abbiamo ricevuto tutto dal mare: letteratura, filosofia, matematica, addirittura Dio. Dal nord Europa abbiamo ricevuto soltanto il baccalà. Il mare rappresenta per me anche l’esperienza fisica della libertà: da piccolo vivevo in un vicolo stretto e affollato di Napoli, ma l’estate la passavo su un’isola, a piedi scalzi. Tra l’altro credo che l’infanzia di oggi stia perdendo un po’ di questa libertà fisica, e abbia bisogno di inselvatichirsi, di recuperare un contatto fisico con la materia.

M: Il mare sta portando anche molte vittime. Secondo lei, c’è una responsabilità?

EDL: Evidentemente sì. Non c’è modo di impedire o fermare i flussi migratori, neanche dalle frontiere di terra. I messicani immigrati clandestinamente negli Stati Uniti, alla fine, sono stati tutti regolarizzati. Ed è anche grazie a questa regolarizzazione che l’economia statunitense sta vedendo il momento migliore degli ultimi vent’anni. Questo per dimostrare quanti i flussi migratori siano fertili. Noi però affidiamo questi flussi a dei contrabbandieri, che hanno contribuito a fare dei migranti la merce più redditizia in circolazione nel Mediterraneo, con un mercato di 5 miliardi di Euro. Ed è il sistema di trasporto peggiore della storia. Addirittura gli schiavi africani diretti in America viaggiavano meglio, perché gli schiavisti venivano pagati alla consegna, a differenza degli scafisti di oggi. Lasciando questo mercato ai contrabbandieri perdiamo l’opportunità di migliorare la nostra condizione, oltre che quella dei migranti.

M: Prendendo sempre spunto dalle vicende recenti, parliamo ora di libertà di espressione. Secondo lei, quanto possiamo osare senza rischiare una stroncatura?

EDL: La nostra costituzione ci lascia liberi di dire tutto ciò che vogliamo, e lo dico ricordando che è stata scritta da persone che sono state censurate, imprigionate ed esiliate a causa del loro pensiero. Il mio caso era talmente fuori dal segno che sono stato assolto «perché il fatto non sussiste».
La libertà di espressione effettiva di un Paese è data dalla stampa. In questo senso, l’Italia è il paese meno libero di tutta l’Europa. Il giornalista è passato dall’essere un professionista dell’informazione a un dipendente aziendale, che si preoccupa solo di soddisfare con il suo prodotto le direttive dei piani alti. Questo cambiamento ha generato un processo di autocensura deleterio per l’informazione.

M: Cosa ha portato della sua esperienza da operaio nella sua attività di scrittore?

EDL: Ho fatto l’operaio per campare. Quel mestiere mi ha insegnato la disciplina a distribuire le energie durante la giornata, e mi ha dato la possibilità di tornare al lavoro quando ce n’è stato bisogno. L’operaio infatti è un mestiere che si sceglie per necessità, e non per vocazione. Nessuno dei miei colleghi voleva che i figli prendessero quella stessa strada. Io continuo a fare dei lavoretti sia per me che per gli altri, ma non perché abbia nostalgia del mio passato da operaio. La scrittura invece non è mai stata un lavoro per me, ma più un modo per tenermi compagnia, da quando ho scritto la mia prima storia a undici anni. Se dopo il lavoro trovavo il tempo per scrivere, allora sentivo di non aver perso quella giornata. Scrivo solo quando mi va, e solo di quello che mi fa piacere scrivere. Se mi chiedono «A cosa stai lavorando?» io rispondo «A niente».

M: Ci racconti della sua esperienza come volontario in Bosnia.

EDL: È tutto partito da un mio articolo del 1992 su Avvenire, nel quale ho scritto il mio congedo al ponte di Mostar, costruito nel XVI secolo ed abbattuto durante la guerra. La mia esperienza di muratore mi ha insegnato che i muri servono a separare, e sono belli solo quando vengono buttati giù. I ponti al contrario servono a scavalcare le rive e le rivalità. Mirella, che partecipava in un’associazione cattolica di volontari, ha letto l’articolo e mi ha invitato a partire con loro per la Bosnia, e io ho accettato. La mia è stata la prima generazione a saltare il turno della guerra e a vedere la nascita dell’Unione Europea. La guerra in Bosnia era un’offesa, una vergogna per questa Unione, creata apposta per contrastare l’insorgere dei conflitti. Mirella ha risposto a questa offesa e ha deciso di sfregarsi via di dosso questa vergona.
Io guidavo i camion che portavano aiuti umanitari ai più deboli, in maggior parte musulmani, anche se l’associazione era cristiana. La missione era giusta e ben fatta: portavamo confezioni su misura dove servivano e con quello che serviva ad ognuno, non c’erano sprechi e la distribuzione era capillare. Per raggiungere questo livello di efficienza abbiamo seguito tre indicazioni riportate nel libro dell’Esodo, dove si racconta di come Dio tenne in vita il suo popolo con il dono della manna, e di come si dona l’indispensabile a chi ne è privo. La prima regola è distribuirne a tutti in parti uguali. La seconda è impedirne il commercio, mantenendo solo il valore di uso e non quello di scambio. La terza, che ho capito solo partecipando attivamente alla distribuzione, è portarne più del necessario, per evitare che ci sia un ultimo pacco da prendere: solo così si possono evitare corse folli, liti, e addirittura risse.

M: Consiglia la lettura della Bibbia? Se sì, come si può leggere questo testo in modo laico?

EDL: Non consiglio nessuna lettura perché i libri sono incontri, e non medicine. Le circostanze sono molto influenti sull’esito dell’incontro, e fanno sì che ogni incontro sia diverso anche se il libro è lo stesso. Non considero la scrittura sacra come letteratura, ma più come un verbale di quegli accadimenti. Ogni piccolo episodio della Bibbia sarebbe lungo cento pagine in più se si soffermasse sulle emozioni e sulle esperienze dei suoi protagonisti, se fosse cioè letteratura. Se non fosse diventato sacro, la Bibbia sarebbe un testo abbandonato. Io l’ho letto per vizio di lettore, c’era solo quello nella mia stanza d’albergo, e mi è piaciuto perché non voleva catturare il lettore. È un testo indifferente, che non ci chiede di identificarci con nessun personaggio. Sono stato io ad andargli incontro, fino a volerlo leggere in lingua originale. Resto non credente. Credere è dare del tu alla divinità. Il credente rinnova il suo credo ogni giorno, anche davanti all’evidenza del contrario. Non ha detto «credo» una volta per tutte; quello è un talebano. Anche l’ateo dice «non credo» una volta per tutte, e decide che Dio non esiste né per sé, né per gli altri. In Bosnia ho capito invece che per gli altri Dio può esistere, continuando a non esistere per me, e ciò non ci ha impedito di rispettarci e apprezzarci a vicenda. Il mio rapporto con i volontari credenti è stato efficace e produttivo.

M: Cosa ne pensa del fatto che a scuola non si studi più la costituzione, e che non ci sia più uno spazio dedicato all’educazione civica?

EDL: Togliendo l’educazione civica hanno dimostrato di voler formare un popolo di “incivici”, e hanno ottenuto un ottimo risultato. Io non ho mai studiato la costituzione a scuola, ma non ho obiezioni da fare su questo. Bisognerebbe però rispettarla, la costituzione, in quanto patto che costituisce una comunità nuova, che prima non c’era: è la costituzione a renderci concittadini, a unirci in un’alleanza. Oggi il rapporto tra Stato e cittadini sta danneggiando questa alleanza, perché assomiglia troppo a quello tra azienda e clienti. Ormai si “accede” a dei “servizi”, che prima erano diritti, in base al reddito. Tutto ciò è causa di degrado: si è perso il senso di appartenenza ad una comunità perché ognuno risponde solo del proprio salario.

M: Come è iniziata la sua partecipazione ai presidi NO TAV?

EDL: Nel 2005 sono stato invitato a prender parte ad un presidio a Venaus, sito del primo cantiere della TAV. Il gruppo era composto per lo più da anziani e pensionati, ed è stato comunque attaccato durante la notte: il campo distrutto, i partecipanti percossi. Il giorno dopo tutta l avallata era in strada a protestare contro i soprusi, e io ho deciso di restare con loro nella lotta di resistenza facendo sapere a tutti le loro ragioni. Non sono il loro portavoce, perché loro hanno già una loro voce pubblica. Io sono solo un’antenna che amplifica il segnale. Per chi non la vive, la lotta sembra un prezzo esagerato; per chi lotta in difesa della propria casa non lo è di certo. Siamo riusciti a ritardare i lavori di anni, e ormai la costruzione della linea ad alta velocità ha raggiunto un costo proibitivo, che i fondi della BCE coprirebbero solo in piccolissima parte. L’opera rimarrà incompiuta, come è già successo per molte altre opere pubbliche del nostro Paese, pagate in anticipo come gli scafisti.

M: Propongo di chiudere l’incontro con la sua preghiera laica Mare nostro.

EDL: Ho scritto questa poesia insieme ai pescatori lampedusani che, dopo i naufragi dei barconi carichi di migranti, recuperano i corpi di chi non ce l’ha fatta.

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati

Mare nostro che non sei nei cieli
all’alba sei colore del frumento
al tramonto dell’uva di vendemmia,
Che abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste
tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto
custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale
fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di padre e di madre prima di partire.

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