Le bistecche di Gadda e i maritozzi dei poeti

Illustrazione di Rebecca Bergonzoni

La caramella, dal francese caramel, presenta già etimologicamente un curioso legame con l’arte dello scrivere, dato che caramel viene a sua volta dal latino calamellum, diminutivo di calamus, indicante, fra l’altro, sia una pania, ovvero una sostanza vischiosa con cui catturare gli uccelli (da cui probabilmente si arriva al nostro caramello e alla nostra caramella), sia la penna con cui si scrive.

Capita, talvolta, che sia il mangiare che lo scrivere non siano dettati tanto dalla necessità, quanto dal piacere che se ne ricava; ce lo ricorda il Boccaccio tentatore, quando frammischia ai piaceri carnali sognati dai novellatori, quei confetti con cui amano rifocillarsi tra un racconto e l’altro. L’opera di Boccaccio ha radici profonde, dato che nel basso medioevo era nato un genere letterario basato sugli incontri amorosi che avevano luogo durante un pranzo all’aperto: i poeti descrivevano compiaciuti i baci che gli amanti si scambiavano con labbra unte di burro e cosparse di pepe; cosa che a noi potrebbe forse apparire disdicevole, ma che catturava facilmente le passioni di un’epoca affamata di cibo e licenziosità.

L’atteggiamento verso il cibo oscilla dunque tra il compiacimento e la condanna, tra il piacere di descrivere e pregustare e il disgusto per chi cede al vizio, come nel frammento del poeta greco Ipponatte: senza azzannare francolini e lepri, / né temprando nel sesamo frittelle, / né intingendo nel miele maritozzi (fr. 37 Dg.=26aW. tra. E.Degani), in cui non sappiamo esattamente se il poeta derida un morigerato moralista o – più probabilmente – un ghiottone a cui sono proibite le gioie culinarie di un tempo, ma certamente possiamo godere dell’immagine succulenta e derisoria dei maritozzi sfrigolanti temprati dal miele.

Il piacere vizioso per il cibo e il sentimento della condanna sono un tema non trascurabile del grande romanzo di Carlo Emilio Gadda La cognizione del dolore, in cui troviamo la descrizione di un pranzo pantagruelico del protagonista Gonzalo Pirobutirro d’Eltino, durante il quale egli consuma una ferale aragosta delle dimensiioni di un neonato umano, e la divora con occhi stralucidi dalla concupiscenza, papillando bramosamente dalle narici; salvo poi scoprire che all’origine di tanta penosa ingordigia c’erano le ristrettezze e i prolungati digiuni dell’infanzia, oltre che i disgusti di un bimbo sensibile per i compagni sgarbati e meno delicati, che lo ferivano non solo volontariamente, ma anche con i semplici fiati delle loro bocche refezionate a croconsuelo, varrebbe a dire a gorgonzola.

Autobiografico quant’altri mai, il romanzo rimanda alla vita psicologica del suo contorto autore, protagonista di buffi eccessi alimentari. Come la volta in cui – il racconto si deve alla penna deliziosa di Maria Luisa Spaziani – ospite dei Rodocanachi, costretto dal posto a tavola alla vista di un dirimpettaio parco nel mangiare, stiamo parlando di Eugenio Montale, si sentì spinto ad imitarne il contegno da certe occhiate ch’egli interpretò come ironiche. Salvo poi correre adirato in trattoria, dove si saziò di fiorentina. La cosa si ripeté a più riprese, finché Gadda, distratto come suo solito, per due volte uscì senza pagare il conto, poi recato immancabilmente dal trattore alla signora Rodocanachi. Quella pagò e si scusò della mediocrità della propria cucina con un Gadda annichilito dalla imperdonabile tragedia, cui non restò altro che rimbrottare Montale per la sua castità ricattatoria.

La pagina più importante delle letteratura occidentale sul cibo ed il suo rapporto con la vita intellettuale è, credo, quella vergata da Marcel Proust nelle sublimi pagine de Alla ricerca del tempo perduto, nel celebre episodio della madeleine, prima scaturigine di quel movimento della memoria involontaria che è tema ed insieme sorgente della grande opera; non è l’unico caso in cui Proust si sofferma sul cibo: oltre ad accurate descrizioni di piatti, abbiamo la sua riflessione quasi morale sul trucco per riconoscere un vero grande cuoco, ovvero la preparazione di un piatto molto semplice, come una bistecca con patate lesse, in cui sia facile l’errore ed insieme pochissimi i trucchi.

Lo stretto legame del cibo con la vita morale ci porta immancabilmente dal vino che inebria Polifemo, alla cioccolata che il padre spietato serve a Gertrude la mattina in cui si compie il suo destino: la cioccolata della Monaca di Monza, rito di passaggio come il primo caffé o la prima bevuta per gli adolescenti di oggi. È naturale che di questa realtà così terrena, l’immaginario ricolmi il mondo celeste, sia nella variante vegetariana dei popoli del Mediterraneo, che sognavano un paradiso dove la terra desse frutti spontanei, sia in quella carnivora dei Germani, che pensavano i loro déi ritemprarsi negli androni del Valhalla, dove la carne del cinghiale è eterna e sempre si rigenera. Forse non è dunque un caso se Colui che liquidò con poche parole la precettistica alimentare dei suoi padri, ricordandoci che non quello che entra dalla bocca ma quello che esce dal cuore contamina l’uomo (cf. Mt. 15, 11), è lo stesso che seppe pronunciare le mirabili parole del rito più vegetariano e carnivoro del mondo: il rito di pane e vino transustanziati in corpo e sangue.

Tags from the story
, , , , ,
More from giulio antonio borgatti

Le bistecche di Gadda e i maritozzi dei poeti

Illustrazione di Rebecca Bergonzoni La caramella, dal francese caramel, presenta già etimologicamente...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *