BLU, Bologna, le istituzioni e l’arte

Questa vicenda nasce dall’arroganza di chi pensa di poter disporre delle energie positive di una città per i propri scopi. La mostra sulla street art di Bologna, al netto dei previsti ritorni economici, sicuramente importanti, serve soprattutto a dare lustro alla classe dirigente cittadina. In questo modo si mostra attenta osservatrice dei fermenti artistici più avangardisti e ribelli, senza perdere occasione per ribadire che l’idealismo, per quanto simpatico, è destinato ad aeternum a soccombere di fronte al realismo. Perché i Poteri Forti sanno essere concreti. Invito perciò a resistere alla tentazione di riassumere i moventi di questa mostra sotto lo slogan “Facciamo la grana con le scritte di quei punkabbestia”; non c’è solo l’incasso monetario. C’è l’arroganza di voler imporre la propria Weltanschaaung realista a ogni singolo angolo della vita. La classe dirigente bolognese con questa mostra vuole soprattutto dimostrare, ai tanti che lo sentono ma non vogliono accettarlo, che i valori idealisti, polemici e comunistici per vivere hanno bisogno dell’odiato capitale.

Blu ha deciso di cancellare i suoi murales per non permettere che finiscano nel museo. Se caliamo questa scelta nel contesto dell’eterna lotta tra i Poteri Forti bolognesi (università, comune, banche, confindustria) e i centri sociali della città, centro propulsore e sede tra l’altro delle opere murali più interessanti, allora comprendiamo il gesto del graffitista. E comprendiamo che noi – i cittadini, il pubblico – non c’entriamo nulla. È una faccenda “privata” tra chi vuole essere potente strizzando l’occhio a chi ha a cuore i più deboli, la cultura e l’ambiente, e chi sposa le cause dei debolissimi per poter realizzare la sua lotta. Infatti il murale non può essere cancellato da chicchessia. Non può cancellarlo il comitato di quartiere, non può essere imbrattato dagli adolescenti e deve entrare nel novero delle opere d’arte della città. Promosso, apprezzato, valorizzato. Perché un giorno “potrebbe valere milioni”, come ricordato dall’editorialista del Manifesto Dal Lago. Il murale può essere cancellato solamente dal suo autore, con il placet del centro sociale, perché l’artista è il padre-padrone, il proprietario dell’opera d’arte. E lo rimarrà finché campa.

L’artista mantiene un diritto sull’opera, ma non è il solo creatore dell’opera. La certificazione di un lavoro quale “opera d’arte”, l’etichetta, il catalogo, e tutto quanto ne discende, è questione, se non pubblica, sicuramente istituzionale. Se Genus Bononiae è una delle agenzie ufficiali dell’Artworld bolognese, nondimeno il riconoscimento promosso da soggetti diversi che operano ugualmente nello spazio pubblico, come appunto i centri sociali, poggia sullo stesso meccanismo. L’arte ha bisogno di un riconoscimento istituzionale. Qui ci ricolleghiamo – ma possiamo farlo solo superficialmente – al valore dell’opera d’arte, e quindi al rapporto tra arte e capitale. Perché il riconoscimento istituzionale porta ovviamente denaro; e allo stesso tempo il capitale pretende di svolgere il ruolo da protagonista nell’atto di istituzione dell’arte. Quando la pretesa diventa insopportabile, l’artista può decidere di sottrarsi al meccanismo istitutivo, ricordando di poter disporre del proprio lavoro come crede.

Blu va ringraziato perché ha portato questa affermazione al centro del dibattito culturale e politico. Con un gesto fortemente politico, che sgombra il campo da presunte, temute, auspicate velleità democratiche o collettiviste del gesto artistico: lotto con tutto il cuore per i beni comuni, ma lotto innanzitutto per me stesso. E quando vengo punto nell’orgoglio dal mio nemico giurato, lascio da parte il fine pubblico della mia lotta e penso a colpire il nemico. In una simile visione individualista non sorprende la A cerchiata a suggellare la battaglia; alla faccia di chi a sinistra-sinistra difende e supporta questa decisione. Perché in questo modo si perpetra l’idea che l’estetica urbana sia affare di pochi, in barba alle intenzioni sbandierate dai centri sociali.

Ma, dicevo, Blu va ringraziato. Ha compiuto un gesto pulito, coerente, plateale. Ci spinge a riflettere sul mondo dell’arte, sul rapporto tra committenti e artisti, fra curatori e artisti, fra artisti e pubblico. Ha sottratto l’arte di strada dal meccanismo dell’istituzionalizzazione, dimostrando che l’arte politicamente impegnata esiste ancora. Peccato che la visione politica anarchica così affermata, piuttosto che aiutare alla costruzione di un mondo privo dei mostri dipinti nelle sue opere, rafforzi solamente l’individuo impegnato nell’atto polemico.

Tutti i giorni mentre vado a lavorare passo davanti a un murale dipinto sulla parete di una palestra scolastica di viale Vladimir Ilyic Ulyanov Lenin. C’è scritto: “L’acqua bagna, il sole asciuga. E sono beni di tutti”. Non so se porti la firma di un artista famoso, e spero che nessuno lo cancelli mai.

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