Cannabis medica: ecco come in Italia va in fumo

È un meccanismo strano e perverso quello che ruota intorno alla cannabis medica in Italia. Un argomento che da alcuni anni occupa i dibattiti politici nel nostro Paese, e a proposito del quale c’è stato un periodo di forte regolamentazione.
Ad oggi curarsi con farmaci cannabinoidi è assolutamente lecito, ed anzi lo stesso ministero della Salute ha emanato da alcuni mesi le sue linee guida per informare medici e farmacisti circa le modalità di erogazione dei farmaci stessi.
Tuttavia in Italia a restare illegale è la coltivazione della pianta; il monopolio spetta allo Stato, che provvede alla coltivazione dei semi di canapa per mezzo dell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze. Si tratta però di un progetto sperimentale, non certo in grado di soddisfare la richiesta di farmaci da parte di tutte quelle persone che soffrono di patologie per le quali si richiede l’utilizzo della cannabis. Che, a livello, medico, viene impiegata soprattutto come cura palliativa del dolore in casi di pazienti affetti da malattie neurodegenerative gravi e incurabili.
Curarsi con farmaci cannabinoidi è legale; la coltivazione dei semi di canapa e più in generale produrre cannabis in proprio conto resta un reato. Un labirinto nel quale è difficile districarsi, e che l’Italia ha provveduto a superare importando il farmaco dall’estero. Precisamente dall’Olanda, dove la coltivazione è del tutto legale e gestito a livello statale.
E dove il business è stato fiutato al punto che il farmaco prodotto dalla cannabis, il Bedrocan, viene esportato in Italia a cifre elevate: i pazienti italiani lo pagano 35 euro al grammo. Cifra che fa capo alla collettività e che raggiunge un totale non certo da poco, se si pensa che solo nel 2015 l’Italia ha importato un totale di 40 chili di farmaco.

Ma, dato che nel nostro Paese si è soliti aggiungere sprechi su sprechi, la questione non si ferma qui; a fronte di quanto spendiamo per importare la cannabis medica dall’estero, quella prodotta sul nostro territorio per finalità mediche e scientifiche viene bruciata una volta utilizzata. A renderlo noto è stato un servizio pubblicato su l’Espresso.

Si tratta di cannabis dalla quale sarebbe stato possibile recuperare il principio attivo e che, invece, prende la via dell’inceneritore seguendo una norma in materia di sostanze stupefacenti che stabilisce come le sostanze utilizzate per finalità di ricerca debbano essere distrutte una volta utilizzate.
È la stessa sorte prevista per i quantitativi di droga sequestrati delle forze dell’Ordine nel corso di operazione di polizia e che per legge non possono essere riutilizzate.
Un iter a piena norma di legge, e che quindi non vìola alcun regolamento; ma che, considerando quanto spendiamo per importare la cannabis dall’estero, rappresenta uno spreco enorme, dato che si potrebbe riutilizzare quella quantità di cannabis generando così un sostanziale risparmio per le casse dello Stato.

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