La coscienza di Willie

Tempo fa, lessi un articolo su La Stampa nel quale Willie Peyote veniva definito un “alieno”. Il collegamento con il romanzo di Svevo, La Coscienza di Zeno fu immediato se considerate che Zeno, in greco, significa “straniero”.

Il confronto tra i due lavori, sembra calzare già prendendo in considerazioni gli aspetti meno incisivi del romanzo. Basti immaginare un parallelismo tra il rapporto con il fumo, quello con il padre, o il senso di “inettitudine” che accomuna i due protagonisti.

Ma c’è qualcosa di più.

Entrambi, romanzo e disco, sono caratterizzati da una sfuggevole, difficoltosa e delicata ricerca della verità; presentata in forma incerta, mai univoca, a tratti  contraddittoria.

Il pubblico viene fornito di informazioni messe a disposizione dalla coscienza di un narratore che si può solo presupporre possegga la verità, ma non ne abbiamo mai la certezza.

Potremmo definire i protagonisti “pretendenti alla verità” che forniscono indizi orientativi  a chi ascolta, o legge  per poterla rintracciare.

 

“La verità non esiste in natura”

[…]

 “però in fondo di me puoi fidarti

dico sempre la verità”

(La scelta Sbagliata, Educazione Sabauda)

 

“Forse la verità esiste però non si può raccontare

Che già nel guardarla la cambi

Che già nel pensarla scompare”

(Truman Show, Educazione Sabauda)

 

Lo stesso romanzo si apre così:

“Tante verità e bugie egli (Zeno) ha qui accumulate”

 

Ma a mentire, ad ingannarsi spesso è proprio lo spettatore proiettando il suo modo di essere, la propria coscienza, in quello che vede, sente. Forse perché siamo tutti inetti che tentano di placare il dolore causato dalle contraddizioni, dalle disillusioni dei desideri e  delle aspettative che la vita ci impone.

Se ne conclude che la verità come concetto puro, in quanto tale non esiste se non permeata di una certa soggettività.

 “Siamo tutti il riflesso di ciò che gli altri proiettano”

(Etichette, Educazione Sabauda)

 

“La sorpresa della verità non deriva da un punto di vista esterno o superiore ma dall’interno, e perciò è carica di ambiguità”

(Eduardo Saccone, Prefazione de “La Coscienza di Zeno”, Garzanti, 1985)

 

Ma c’è un grido ancora più forte, quello del trionfatore, la coscienza. L’acquisizione di una certa consapevolezza di sé stessi, dei propri limiti, e infine l’accettazione.

Gli anti eroi non si preoccupano più di essere come gli altri perché Gli altri, sono come gli altri, smettono di considerarsi “anomalia” e di guardarsi da fuori.

Chi soccombe non è l’inetto, ma il presunto sano, il malato inconsapevole che non riesce a spingere lo sguardo verso l’interno di sé e della realtà che lo circonda, non sa adattarsi all’imprevedibilità della vita, quella vita che somiglia un poco alla malattia, procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure.

Arrivare più vicini possibili al senso della vita è capire che l’interesse per la morte non è altro che un interessamento alla vita, e interrogarla non è che una professione di amore per essa, prendendo per vero che l’amore accompagnato da tanto dubbio sia il vero amore.

 

Perciò non fidatevi davvero quando Zeno ripete mai più e quando Willie Peyote vi saluta –allora ciao

A perdere, questa volta, non è “l’antieroe”.

 

M: Hai letto il romanzo?

 

“Devo essere sincero, è un libro che ho letto tanti anni fa e che non ricordo più, però posso dirti che è viva la sensazione che mi ha lasciato. È stato il primo libro ad avvicinarmi alla letteratura, chissà magari mi ha talmente –flashato- che inconsciamente ne sono rimasto influenzato. Tra l’altro è da un po’ che mi riprometto di rileggerlo.” ironia della sorte.

“Durante l’adolescenza mi appassionai anche a Bukowski, trovai per casa un libro che stava leggendo mio padre, da li mi innamorai di questo personaggio. Attenzione però, quando lo lessi io tanti anni fa non era così abusato. Come tutte le cose che diventano, appunto “cose”, viene considerato solo un aspetto di esse. C’è molto di più in Bukowski: la costante sensazione di inadeguatezza, il suo dubbio, la capacità di analizzare, raccontare il mondo senza giudicarlo. In primis giudicava se stesso, non se la sentiva di giudicare gli altri.

Se ci si limita a leggere Storie di Ordinaria Follia e Donne non si coglie la personalità di Bukowski, è più profondo di così.  Non si può ridurre all’ubriacone che si scopa tutte, anche perché fino a 24 anni non ha visto un pelo di figa, la gente si ferma troppo in superficie.

Ho sempre preferito gli anti eroi, gli sfigati, l’inetto. Preferisco il loro approccio. Per questo ho scelto Glik come simbolo, per questo ho letto Bukowski nella vita. Lui non era un vincente, lo è diventato col tempo. Non era Hemingway che aveva successo con le donne, aveva fatto la guerra, molto –macho- per certi versi, profondo indubbiamente, ma un vincente.

Non mi piacciono quelli convinti, mi hanno sempre messo in difficoltà perché io sono così dubbioso che avere a che fare con gente sicura in tutto quello che fa mi ha sempre messo a disagio. Preferisco chi invece resta nel dubbio.”

 

L’ULTIMA SIGARETTA E IL SENSO DI COLPA DOPO IL PIACERE

“io penso che il rimorso non nasca dal rimpianto di una mala azione già commessa, ma dalla visione della propria colpevole disposizione” (La Coscienza di Zeno, Italo Svevo)

 

“l’ultima sigaretta è quella che sto per accendermi.”

 

“Non ci provo nemmeno a smettere, mentirei a me stesso se mi dovessi imporre di smettere qualcosa che mi piace. Tutto può essere benigno o nocivo, dipende dalla persona, dalle circostanze, ognuno deve sentirsi libero di capire e scegliere quando una cosa non fa più bene per sé.

Infrangere propositi genera un certo senso di colpa, che poi, è davvero senso di colpa o semplicemente egoismo? Se davvero non vuoi fare un errore, lo eviti. Forse non sai ammettere a te stesso che quello che fai, ti piace. Facile dire che ti senti in colpa per giustificarti, darti un’aria etica; ti senti in colpa adesso e poi rifarai lo stesso errore domani. Non spacciarmi il piacere per senso di colpa e sii sincero con te stesso.”

E lei mi odiava per questo, perché il più grande torto che puoi fare a qualcuno talvolta è essere onesto…

(Etichette, Educazione Sabauda)

 

“Anche Annetta lo odiava, questo gli doleva; […] Non lo conosceva; in tanto tempo in cui egli l’aveva amata, ella non aveva saputo comprendere quanto schietto e onesto fosse il suo carattere. Questo era il doloroso”

(Una Vita, Italo Svevo)

 

“…se non te l’ha chiesto, se non ne ha bisogno. Però è necessario essere sinceri con se stessi, fa sempre parte di un percorso, ed è il più difficile. Con gli altri non è obbligatorio essere sinceri, certe volte. Conoscere se stessi è il primo passo per essere in grado di avere un buon rapporto con gli altri. E riuscire ad avere dagli altri quello che vuoi. Devi capire chi sei, quello che hai, imparare a dire no a persone e cose per essere meno egoisti in senso assoluto.  Secondo me la gente ha paura di star da sola, perché non si conosce, ha paura di sentirsi pensare davvero. Io non ho più paura di star da solo. Avevo più paura una volta perché mi lasciavano da solo, ora sto bene, io stesso cerco la solitudine.

In qualche modo avere qualcuno accanto ti aiuta, magari anche a essere diverso da come saresti se fossi solo. In base a chi hai di fianco ti comporti in un modo piuttosto che in un altro, quindi la gente forse ha bisogno degli altri per non essere se stessa.”

EDUCAZIONE SABAUDA

Io non sono affatto obbligata a dire a Fanny una verità che aumenterebbe la sua disgrazia -Emilia-

(La Verita, scena IV, Italo Svevo)

 

“Una delle cose che rappresenta l’educazione sabauda è il “quieto vivere”, non tirar fuori un problema, specialmente nell’ambito familiare, per non creare un precedente, una polemica. Io questa cosa non la sopporto, ho cercato di scardinare nella mia famiglia questo concetto sabaudo del fare finta di nulla.

È necessario dire sempre certe cose, se creano una discussione a maggior ragione, non ne può che venire fuori qualcosa di buono se tutti gli attori in gara hanno voglia di metterci del loro e spingersi avanti.”

 

FORSE LA VERITA’ ESISTE PERO’ NON SI PUO’ RACCONTARE, CHE GIA’ NEL GUARDARLA LA CAMBI, CHE GIA’ NEL PENSARLA SCOMPARE

“Ho che un solo grande amore a questo mondo: La verità. Essa è la grande purificatrice e pacificatrice. Io l’amo!”

(La verità, Italo Svevo)

 

“Amo troppo la verità per fare carriera”

(Giudizio Sommario, Educazione sabauda)

 

“La verità non esiste. O meglio, la verità assoluta, ho cercato di raccontare la mia verità, attraverso i miei occhi, e non è detto che gli altri possano condividerla, in fondo ognuno recepisce e percepisce le informazioni dall’esterno in maniera soggettiva. Cerco di essere sincero e di esprimere tutta la gamma di sentimenti che uno attraversa nella vita. In una giornata sola uno può essere allegro, incazzato, innamorato, stanco, determinato, abbattuto e poi riprendersi in cinque minuti. Figurati in una cazzo di vita! In un disco io devo parlare solo di quanto sono bravo a fare il rap, o di quanto mi piacciano le maschere e le camicie a quadri? Superati i trent’anni penso di avere una visione del mondo un po’ più profonda di quando ne avevo venti, ed è giusto che dia a chi mi ascolta un quadro complessivo di quella che è la vita secondo me, che non è niente, eh! Semplicemente, esprimo il mio punto di vista, prendendo in considerazione anche quello altrui.

Magari nella stessa canzone parlo di un argomento mostrando molteplici punti di vista sull’argomento stesso.

In C’era una vodka, parlo dell’alcool come un problema sociale, contemporaneamente, non ne sono esente.  Cerco di mettermi nel mucchio. “L’alcool è un problema” ma di tutti, mio per primo. Non voglio guardare le cose dall’alto in basso. Stesso vale per pezzi come Soulful, in cui do un attacco frontale all’umanità ma dall’interno. Non mi è mai piaciuto chi si sente superiore.

Non ho la presunzione di insegnare qualcosa a qualcuno, io spero che dalle cose che faccio si evinca soprattutto questo.”

E’ la vita che non voglio, una scopata a settimana e un ti amo finto al giorno, io fossi rimasto un altro secondo giuro sarei morto perché in fondo sono troppo più profondo

“disprezzava quelle ch’egli riteneva fossero le loro abitudini sessuali, l’amore alla donna in genere e la facilità dell’amore” (Una Vita, Italo Svevo)

 

“C’è egoismo nei rapporti sociali, l’amore è il sentimento che rispetto meno, se lo leggiamo nei termini in cui oggi tutti lo intendono. L’amore, in tutte le sue forme necessita di una ricerca più profonda, tutti si riempiono la bocca d’amore, ma poi le cose che fai le fai davvero per gli altri o perché vuoi qualcosa in cambio? o più semplicemente pensi che abbiano bisogno del tuo aiuto?e quanto ti senti importante? Quanto è disposta davvero la gente ad ascoltare, a mettersi nell’ottica degli altri, a guardare le cose dalla loro prospettiva? Perché è uno sforzo, l’egoismo è molto più naturale, più umano. Quanto siamo sinceri con gli altri? O vogliamo solo compiacerli?

PORTO IL CINISMO CON IL MIELE, SONO WILLIE POOH

“Non si era né buoni né cattivi come non si era tante altre cose ancora. La bontà era la luce che a sprazzi e ad istanti illuminava l’oscuro animo umano. Si poteva perciò manifestarsi buoni, tanto buoni, sempre buoni, e questo era l’importante” (La Coscienza di Zeno, Italo Svevo)

“Rimasi molto colpito una volta da una frase che recitava “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre”. È vero, è verissimo, ognuno di noi nella propria quotidianità ha i suoi piccoli problemi, ha i suoi scazzi, se uno ha una giornata no, dove sta scritto che lo sforzo lo deve fare lui nei confronti degli altri? Perché non si può essere gentili con lui? Se hai rispetto per l’umore e la vita degli altri, di tutta risposta riceverai lo stesso. Non so quale meccanismo si metta in moto, lo vogliamo chiamare Karma, Dio o chi per lui? Come volete, ma le risposte arrivano, a volte addirittura non dalle persone con cui ti eri mostrato gentile. Poi dov’è sta scritto che gli altri ti debbano qualcosa? Che pretesa assurda, nessuno ti deve nulla. Però è vero che se ti poni in una maniera diversa, quando impari a comunicare con gli altri, gli altri rispondono positivamente.

A me non piace il branco, la gente cambia all’interno della collettività. Sono ambienti claustrofobici, io non mi sono mai sentito parte di nulla, non mi piace rispondere a delle regole rigide, limitanti.

La differenza sta tra la gente raggruppata e le persone singolarmente prese, in quel caso sono persone. In altri contesti sono branchi, masse, entità a parte, tipo il blob.

Non mi piace la gente, le persone si.”

 

IL SENSO DEL DOVERE

“Stanchezza? Somigliava piuttosto a nausea. Lentamente il suo lavoro di giorno in giorno aumentava, ma in qualità di poco o nulla mutava.”

(Una Vita, Italo Svevo)

 

“Il lavoro nobilita l’uomo, no questo non credo,

e non mi serve la boccia di vetro,

merda già vi vedo

fra dieci anni vi sarete mossi ma non più di un metro”

(Che Bella Giornata, Educazione Sabauda)

 

“Il giusto medio fra le due malattie si trova al centro e viene designato impropriamente come la salute che non è che una sosta. E fra il centro ed un’estremità stanno tutti coloro ch’esasperano e consumano la vita in grandi desideri, ambizioni, godimenti e anche lavoro” (La Coscienza di Zeno)

 

“Nel disco non parlo della mia rottura con il lavoro in generale. Ma con quel tipo di lavoro che mi ha rovinato la vita. Nell’educazione sabauda rientra un forte senso del dovere ereditato anche dal contesto familiare. A Torino c’è un gran culto del lavoro, mio nonno e mio padre hanno sempre lavorato,  spesso stando lontani da casa, io sono cresciuto principalmente con le donne della mia famiglia.

A un certo punto, quel lavoro non faceva più per me e l’ho lasciato, ma fino all’ultimo giorno io ho lavorato sul serio, cazzo! All’etica del lavoro ho sempre tenuto. Non mi sono mai assentato, né ho preso un permesso se davvero non ce n’era bisogno. È un lavoro che non mi è mai piaciuto, ma quando entravo li dentro, mettevo le cuffie e vai che andare, sempre. Quella cosa non faceva per me, le persone devono essere libere di capire qual è la propria strada.

 

In quest’epoca in cui si da la possibilità a tutti di raggiungere il proprio sogno, bisognerebbe riscoprire la cultura della specializzazione. Nel senso, non tutti possono fare tutto, solo perché lo vogliono fare.

I talent show, sono la dimostrazione di ciò. -C’hai un sogno nel cassetto, ti piace cantare? Vieni ad x factor diventerai il nuovo Mika- Beh, non è detto. Bisogna saper accettare i propri limiti e capire qual è la strada che più fa per sè.

Non basta avere un sogno per realizzarlo, avere talento. Magari certe volte ti rendi conto che oh, non è il tuo. Non gliela fai.

Ci insegnano che devi vincere per forza se no sei un fallito, non è vero.

 

Io non ho mai  voluto farcela nel senso canonico del termine. Non aspetto la svolta o cose del genere, io vorrei che la mia musica fosse ascoltata evidentemente, se no non la farei. Ma anche qui, c’è una contraddizione in termini.

Oggi bisogna anche apparire molto per fare la musica, metterci la faccia, essere personaggi spendibili a livello video anche , ci ho messo molto a trovare il mio modo di gestire questa cosa perché da buon paranoico e preso male non mi sono mai piaciuto gran chè, non mi piaceva la mia faccia.”

 

 

 

 

“In fondo sono troppo più profondo, ma da fuori non si vede”

(Che Bella Giornata, Educazione Sabauda)

“Non è per confronto ch’io mi senta sano. Io sono sano, assolutamente” (La Coscienza di Zeno)

 

“Sono più profondo di così, sono diverso, ma da fuori la gente non se ne accorgerà. Parlavo di me a lavoro, stavo per i cazzi miei, tendenzialmente da solo, mal sopportavo gli altri, parlavo poco, in sala fumatori cercavo di andarci da solo perché non sopportavo quel tipo di situazione, ero sempre un po’ chiuso, un po’ incazzato e da fuori sembravo solo questo. La gente non si accorge, si limita a guardare il contenitore e non il contenuto, ecco.”

 

“la gente non capisce e spesso se non sempre fraintende”

(Che Bella Giornata)

 

“La gente non è attenta, non ascolta davvero quando parli, la gente ti appiccica addosso un etichetta e in base a quello che lei vede di te analizza anche le cose che dici. La gente fraintende.

 

“Ogni volta che dico qualcosa di interessante mi rispondi con stupore: -che bello quello che dici-

pensavo di aver dato modo di far capire che so metterle due parole in fila eh, sono molto più di così.”

 

M: Certo, ma un conto è immaginare che personalità c’è dall’altra parte, un conto è averne conferma, stupisce in positivo.

 

“Il modo migliore per stupire qualcuno è non partire dal presupposto che vuoi stupirlo. Un’altra cosa che oggi si manifesta molto è dover fare qualcosa di eccessivo apposta per stupire.

Io oggi per essere un’artista di rottura dovrei entrare in uno studio e cagare sulla scrivania del conduttore, perché, minchia, sarebbe di rottura, ma dici qualcosa? Stai trasmettendo qualcosa o stai solo facendo una cosa grave tanto per far parlare di te? Ci sono modi e modi di stupire e io preferisco farlo a livello contenutistico, non tanto di immagine. Anche fisicamente rappresento un contrasto, perché per certi versi non ci si aspetterebbe da uno con la mia faccia e il mio fisico, che abbia un certo tipo di approccio e dica cose così hardcore, anche la contrapposizione tra la mia faccia da ingegnere e il mio parlare da “ribelle”, fa parte della dicotomia che mi porto dietro.

 

La responsabilità di quello che dico, la sento molto. Non è freestyle, le parole le scelgo, le seleziono, devo usare bene le parole per potermi esprimere nella maniera più esaustiva, chiara e definita possibile. Per quanto riguarda le scelte musicali, se posso arrivare ad un pubblico diverso da quello hip hop io sono contento. Ti ripeto, non mi sono mai sentito parte di una scena, io sono un musicista, nel mio piccolo, quello a cui aspiro è la musica.  Nascondersi dietro una cultura è servita da giustificazione a certe persone che quella musica l’hanno strumentalizzata per pararsi il culo dopo tante cazzate  commesse, anche a Torino ne conosco parecchie. Basta, non è più ammissibile un discorso di questo tipo.”

 

L’ODIO

“Si arriva all’assassinio per amore o per odio; alla propaganda dell’assassinio solo per malvagità”

(La Coscienza di Zeno, Italo Svevo)

 

“L’odio muove, è indiscutibile. Anni fa è stato fondamentale per me andare a votare perché l’odio che nutrivo per un partito politico doveva essere combattuto, e quella era la modalità più efficace per farlo. Ma questo in tutte le cose, anche nel calcio; tifare il Toro a Torino significa convivere con , come li vogliamo chiamare? cugini, vincenti, belli e bravi e che in realtà spergiurano e rubano ma anche qui da fuori non si vede. Anche per questo atteggiamento l’odio muove, e ti fa amare quello che lo contrasta. In questo senso, Glik ne è il simbolo.

Prendi per esempio la Scozia, gli scozzesi tifano due squadre: la Scozia e qualsiasi squadra contro l’Inghilterra. Io tifo Torino e qualsiasi squadra contro la Juve.

Ogni cosa che genera una reazione non si può dire che sia per forza negativa. Quando l’odio è passivo è pericoloso. Odiare vuol dire tanto, si odia perché non si capisce, perché ci si sente defraudati di qualcosa, perché non si ha la risposta che si vorrebbe, per troppo amore, l’odio vuol dire tanto.”

 

MIO PADRE

“Mai non fummo tanto e sì a lungo insieme, come nel mio pianto” (La Coscienza di Zeno)

 

“Anche il rapporto con mio padre ha visto momenti di tensione, conflittualità, come credo sia normale per tutti in età infantile e adolescenziale, ti trascini ancora i residui del complesso di edipo.

Ad essere sincero, ho sempre avuto un rapporto conflittuale con tutto ciò che era importante per me, con me stesso e con gli altri, con ciò che ho intorno.

Io amo profondamente le donne, ma ho un rapporto conflittuale con loro, stesso vale per la musica, per il calcio, per la mia famiglia, vivo la contraddizione in tutto quello che faccio. Un po’ perché per vezzo mio mi piace guardare le cose da più punti di vista.

Ora mi sento maturato, ho imparato a conoscermi, una volta che conosci te stesso gestisci meglio anche il rapporto con gli altri.

Arrivi ad un punto in cui assumi una maturità tale che ti permette di andare oltre le figure genitoriali e inizi a considerarle persone, ti poni al loro stesso livello. Oggi io e mio padre siamo amici, e lo scambio con lui è stato di fondamentale aiuto, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo.”

 

PSICOANALISI

“Ma io in tempo ero ritornato dal mio lontano viaggio e mi trovavo al sicuro qui, adulto” (La Coscienza di Zeno)

 

“C’è stato un percorso terapeutico che ho intrapreso e che in qualche modo ha aiutato la stesura e la scrittura del disco, perché era contemporaneo. Un po’ come ha fatto Zeno, se non sbaglio era in terapia.

Racconto di un anno e mezzo della mia vita nel quale, come per tutto il resto della mia esistenza, ho cercato di arrivare il più vicino possibile alla verità: nei rapporti umani, nei confronti di me stesso, nel capire chi sono, cosa voglio, i miei limiti. Perché conoscerli è il modo migliore non necessariamente per superarli, (questa è una frase fatta,  alcuni limiti non li supererai) ma per inquadrare la dimensione di chi sei e dove puoi arrivare.”

 

LETTERE D’ADDIO

“Rileggo molte volte le tue lettere; tanto semplici, tanto buone, somigliano a te; sono tue fotografie”       (Una Vita, Italo Svevo)

 

“Lettere d’addio ne ho scritte davvero, come esercizio mentale, per ricordarmi tutto quello che di buono stavo perdendo di vista, cosa mi stavo lasciando indietro. Il bello del suicidio è individuare anche quel poco di buono che hai e fare di tutto per salvarlo, piccole motivazioni possono spronarti, muoverti.

Non ho mai avuto nessuno che mi dicesse che ero bravo, non che ne soffra, devo ammettere che il più delle volte non sono state le pacche sulla spalla a spronarmi, i “calci in culo sono stati molto più di aiuto”

 

“Alla fine di tutto, io sono così, mi accetto perché sono stato tutte quelle cose, non sarei così oggi, non sarei maturato, non avrei superato paure, insicurezze, ho cercato per tanti anni di essere invisibile, ora basta, vorrei essere felice.”

Tags from the story
,
More from martina platone

M: intervista BEBA

Chi è Beba ve lo dico subito io: classe ’94, di Torino,...
Read More