A Dio Non Piacciono Le Carnevalate

illustrazione di Desy Criscenzo

Uno degli aspetti sicuramente più interessanti (e divertenti) del frequentare una facoltà teologica è sicuramente quello in cui, all’ interno di una conversazione con persone appena conosciute, emerge la fatidica domanda “Che cosa studi?”: posso dire di aver collezionato reazioni così diverse fra loro da poterci scrivere sopra un manuale, o un romanzo fantascientifico, data l’ originalità di alcune di queste. Esilaranti espressioni facciali a parte, ora come ora posso catalogare le reazioni ottenute in tre macro gruppi. Per prime, quelle proprie di coloro che mi piace chiamare “Anacronisti”: «Dai, quindi cosa vai a fare poi, la suora o il prete?»; seguono poi i “Penitenti Disinformati”: «Perdona la mia ignoranza, ma esattamente questa teologia che cos’è?»; ed infine i “Premurosi”: «ma ci hai pensato al tuo futuro? Ci sono delle prospettive di lavoro? Riuscirai a mangiarci un giorno con questi studi?». Categorie a prima vista molto diverse fra loro ma che, vi assicuro, possiedono tutte un denominatore comune, oltre al primo momento di stordimento.

Infatti, appena hai concluso di trattenerti dal picchiare i primi, di informare i secondi e di rassicurare i terzi, improvvisamente senti che l’ atmosfera cambia, e si entra in un momento molto particolare e delicato che io definisco “Confessionale”: è come se, una volta consapevoli del contenuto di questo studio, gli interlocutori vedessero in me la persona più adatta con cui confrontarsi sui i loro dubbi di fede ed in generale sul loro rapporto con la sfera religiosa. Dio solo sa quanto mi faccia piacere potermi ritagliare questi momenti, anche con persone che magari mi conoscono da pochissimo ma che nonostante questo decidono di aprirmi il loro cuore. Inoltre, una volta che mi sono resa conto della ripetitività del fenomeno della “Confessione”, ne ho approfittato per creare una personalissima stima dei dati che raccolgo in questi momenti di condivisione. È innegabile che ognuno abbia il proprio rapporto con la fede, assolutamente unico e personale, che ogni giorno può essere soggetto a variazioni di qualsiasi tipo: un mio caro amico prete mi ripete sempre: «che tu faccia un giorno due passi avanti e il giorno dopo tre passi indietro nel tuo cammino di fede, l’ importante è che tu possa dire di esserti mosso un po’ ogni giorno».  C’è però un elemento comune, ripetuto, che posso dire di ritrovare almeno nel 90% dei casi, soprattutto quando mi capita di parlare con persone molto giovani. Infatti ognuno di loro, sempre in modo diverso, mi fa capire come sarebbe sinceramente ed autenticamente disposto ad affrontare un cammino di fede, a creare un rapporto attivo con Dio, ad approfondire la lettura delle Sacre Scritture, e al contempo di come si senta frenato nel momento in cui “gli tocca di sbattere il muso” (riporto un’ espressione vera) contro la Chiesa. Personalmente trovo che la Chiesa venga identificata con un carro carnevalesco, contro la consapevolezza che nella definizione di “cristiano” risiede, fra le altre cose, il rispetto e l’obbedienza per questa istituzione.

Questa constatazione mi ha permesso di riflettere tanto, e, dato il luogo accademico che frequento abitualmente, mi ha offerto numerosi spunti di riflessione affrontati con compagni di corso religiosi-seminaristi, frati, suore, o con professori, sia sacerdoti che laici. Così ho sviluppato un pensiero tanto personale quanto insignificante, ma che credo potrebbe risultare interessante per qualcuno, magari per gli stessi che una volta si sono aperti con me palesandomi le loro difficoltà relazionali con la Chiesa e ai quali, al tempo, non sono riuscita a dare una risposta esauriente.

Prima di tutto dobbiamo ricordare che la Chiesa è considerata, da credenti e non, l’ attuazione concreta e storica di un messaggio (o di un Sacramento, se vogliamo fare i tecnici) dal contenuto sacro e universalmente riconosciuto, espresso prima di tutti da una figura, divina per alcuni e storica per altri, che è Gesù. Ora, non credo serva aver ricevuto il diploma di “Studente più meritevole del Catechismo” per sapere che il messaggio di Cristo, proprio perché doveva essere di facile comprensione per tutti, possa essere riassunto in un concetto: AMORE. E di questo amore spesso sembra essere rimasto solamente il nome, usato come maschera per cercare di nascondere, ottenebrare o, ancora peggio, rivestire di una patina inconsistente un marciume di fondo, una cancrena stagnante in cui affondano diversi organi e ambienti clericali.

Lungi dal voler fare di tutta l’erba un fascio, soprattutto perché di esempi di misericordia (parola non usata a caso) ce ne sono eccome. In questo caso come in tutti gli altri, però, è più facile che balzino all’occhio dell’uomo moderno, magari a volte anche un po’ disattento, sempre di fretta, che ha perso il piacere di scoprire e informarsi, soprattutto gli eventi più spiacevoli ed esecrabili. Anche perché spesso, ammettiamolo, si parla di situazioni già vergognose di loro, ma che acquisiscono un sapore ancora più amaro quando a compierle sono coloro che dovrebbero fare il bene, oltre che predicarlo.

La Chiesa non può, non deve aver bisogno di maschere, perché non dovrebbe mai contraddirsi e contraddire il messaggio di cui sopra. Io ritengo normale, pressoché fisiologico, che a tutti (penso a coloro con cui ho parlato ma anche tanti altri, e a me per prima) presto o tardi passi la voglia di festeggiare un Carnevale in cui continuamente l’impegno di povertà viene contraddetto da attici lussuosi, in cui l’umana integrazione viene surclassata da esempi di preti che non benedicono le salme di concittadini professanti altre religioni, in cui il minimo rispetto e rettitudine morale vengono letteralmente stuprati da notizie di abusi di qualsiasi genere. Perché se c’ è una cosa di cui sono sicura è che è inutile parlare di unioni civili e uteri in affitto quando per primo il concetto di etica viene spogliato del suo significato proprio dalle stesse persone che dovrebbero esserne un esempio. Di contro, però, anche soffermarsi su una sterile lamentela e constatazione dei fatti non è produttivo. Infatti, proprio all’ interno di quello stesso percorso di fede di cui tutti ci sentiamo un po’ parte, dovremmo inserire anche la presa di responsabilità di un’azione attiva, di un dis-velamento, di una distruzione della maschera “buona” per poterci trovare a faccia a faccia con il male, lavorare contro di esso e ricostruire un’istituzione sana, non un misero carro carnevalesco. Il cambiamento è molto più attuabile di quello che sembra, e l’ ambiente accademico me lo sta dimostrando: la Chiesa è sì un’istituzione universale, enorme, apparentemente lontana dalle nostre vite quotidiane, ma in realtà essa è composta prima di tutto dalle piccole realtà del nostro territorio, con i loro sacerdoti e le loro azioni (e in un mondo in cui il Papa ti telefona a casa, non venitemi a dire che vi sembrano figure con cui non poter confrontarsi e, perché no, scontrarsi), e con persone che credono in qualcosa di comune e si riuniscono per ricordarlo.

Sono certa che Dio per primo, quando si parla di un suo direttissimo prodotto, non ami le carnevalate. Noi, nel nostro piccolo, potremmo imparare a capire che il gioco è bello quando è corto, ma imponendoci prima di tutto di informarci, scandalizzarci come si deve, e agire di conseguenza.

Mi pare inoltre che qualche millennio di anni fa qualcuno abbia detto che, qualora ci fossimo comportati in questo modo, ci avrebbe tenuto un posto nel privé con free drink compreso, quindi perché non provare?

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