Come Mark Zuckerberg dovrebbe donare 45 miliardi di dollari. È complicato.

di M. Hobbes

Traduzione di G. Vincenzi

Per molto tempo, la filantropia ha operato in maniera semplice: i Ricchi davano i loro soldi ai musei e alle chiese e ai teatri e a Harvard. I loro nomi venivano messi sugli edifici, gli istituti benefici gli consegnavano premi su misura, i loro nipoti andavano in disintossicazione, la Terra girava intorno al sole.

Ma la filantropia sta cambiando. I miliardari di oggi sono meno interessati a lasciare un segno sulle istituzioni, meno ossessionati dal prestigio e dall’eternità. In parte è dovuto alla loro età: nel 2012, il 4% delle maggiori donazioni in beneficenza era fatto da persone con meno di 50 anni. Nel 2014, un quarto di esse lo era.

L’altro fattore che guida i nuovi filantropi è il modo in cui essi hanno iniziato a guadagnare. L’anno scorso, delle dieci maggiori donazioni effettuate negli Stati Uniti, sei sono venute dal settore tecnologico, rafforzando il ruolo della Silicon Valley come epicentro della più nuova, più grande, più dirompente filantropia. Lì i miliardari tecnologici formano “circoli dei donatori” per condividere suggerimenti sulle donazioni più promettenti ed assumono gli stessi consulenti per vagliarle. Usano termini come “filantropia hacker” e “altruismo efficace”. Questi ragazzi – sono per lo più ragazzi – credono di essere diventati ricchi uomini d’affari sovvertendo le istituzioni tradizionali, applicando idee semplici su larga scala, “spaccando tutto”. E, con poche eccezioni, è proprio così che pensano di diventare filantropi di successo.

Tutto questo è diventato molto più importante a dicembre, quando Mark Zuckerberg e sua moglie, Priscilla Chan, hanno annunciato che avrebbero donato il 99 per cento della loro ricchezza in beneficenza. L’importo totale di quanto promesso, circa 45 miliardi di dollari in azioni di Facebook al valore attuale, supera le dotazioni delle fondazioni Rockefeller, Ford e Carnegie messe insieme. Se Zuckerberg donerà il massimo di quel che ha annunciato a dicembre, equivalente a 1 miliardo di dollari all’anno per i prossimi anni, diventerà probabilmente il secondo più grande benefattore del mondo dopo Bill Gates. A 31 anni.

Dona presto, dona miliardi

L’abilità di Zuckerberg di rifare il mondo a sua immagine, durante la sua vita, non ha precedenti. Andrew Carnegie ha aperto la sua prima biblioteca quando aveva 68 anni, e riuscì a mettere da parte solamente circa 5 miliardi di dollari in donazioni prima della sua morte. John D. Rockefeller, generalmente considerato il più generoso industriale della storia, ha lanciato la sua fondazione quando aveva 76 anni, ed ha donato solamente circa metà della sua fortuna. Se volesse, Zuckerberg potrebbe sradicare la poliomelite, o sconfiggere mezza dozzina di malattie tropicali, o aggiustare tutte le condutture dell’acqua di Flint (contea del Michigan dove è in atto da circa due anni una grave crisi idrica dovuta alle condizioni dell’acquedotto, ndt), o donare 9 mila dollari a ogni singolo rifugiato nel mondo.

Ma 45 miliardi di dollari, per usare le parole di un ex borsista della Bill & Melinda Gates Foundation, sono “un gorilla da una tonnellata”. Non puoi donare così tanti soldi senza cambiare i luoghi, le istituzioni e le persone a cui li doni, a volte in peggio. Zuckerberg dovrebbe già saperlo. Nel 2010 donò 100 milioni di dollari alle scuole pubbliche di Newark con la promessa del senatore Cory Booker che, come scritto nel libro di Dale Russakoff The Prize, avrebbe “rivoltato un’intera città”. Zuckerberg è corso a Newark con la velocità di un aggiornamento software. Era determinato a metter fine al legame tra il sindacato degli insegnanti e il distretto, a fondare decine di nuove scuole paritarie e a chiudere le scuole pubbliche più fallimentari. Oh, e voleva anche stabilire un modello che potesse essere replicato nei distretti scolastici urbani di tutto il Paese. Tutto in soli cinque anni.

Ovviamente non è successo. Ben 20 milioni di dollari della donazione sono andati a consulenti, giovani e arroganti laureati in economia con parcelle da 1000 dollari al giorno per sviluppare, tra le altre cose, un algoritmo per assegnare migliaia di bambini alle nuove scuole. E nessuno si è preoccupato di chiedere ai genitori o agli insegnanti se volessero essere rivoluzionati, causando un gigantesco risentimento che infine rallentò tutto il processo. Nel 2015 Zuckerberg sbandierava le scuole paritarie di Newark, con 14 mila studenti, come un successo. Nel frattempo le sue scuole pubbliche, con 35 mila studenti, annunciavano deficit di bilancio per 65 milioni di dollari e licenziamenti fino al 30 per cento del personale. Come mi ha riportato Antony Bugg-Levine, l’amministratore delegato del Nonprofit Finance Fund (Fondo per la Finanza No Profit), la parte difficile del cambiamento sociale è che “non cresce come un social network”.

Negli ultimi mesi ho parlato con più di 40 ricercatori, attivisti nel settore dello sviluppo, impiegati delle fondazioni e altri filantropisti della Silicon Valley, chiedendo loro cosa c’è di difficile nel donare soldi. Mi hanno raccontato delle loro Newark: idee promettenti che hanno realizzato l’oblio, donazioni scomparse dentro a governi corrotti, la condivisione scartata come spionaggio. Ma mi hanno raccontato anche di progetti che hanno funzionato, che si sono sviluppati, che hanno raggiunto le ambizioni della nuova filantropia evitando i suoi punti oscuri. Ed è saltato fuori che alcune delle migliori idee sono quelle che Zuckerberg è meno orientato a considerare nella Silicon Valley.

Non farti sedurre dalla Tecnologia

Da dicembre studio i post su facebook di Zuckerberg come uno studente talmudico, cercando indizi su ciò a cui è interessato, provando a scoprire gli investimenti, le scommesse e gli errori che commetterà. Finora è stato avaro di dettagli, parlando per lo più di enormi banalità su “connettere le persone” e “costruire solide comunità”. Ma se esiste un chiaro, innegabile, tema vincente che emerge, è questo: Zuckerberg crede nel potere della tecnologia di trasformare il mondo.

“Dobbiamo costruire tecnologie per creare il cambiamento”, ha scritto l’autunno scorso. “Molte istituzioni investono soldi in queste sfide, ma il progresso maggiore viene dai guadagni nella produttività attraverso l’innovazione”.

Non si sbaglia. Praticamente ogni avanzamento sociale nella storia ha la tecnologia da qualche parte vicino al suo centro – l’acquedotto, il treno a vapore, la pillola anticoncezionale. E ogni volta che inizi a chiedere alle persone sul potenziale di cambiamento degli stili di vita insito in Mark Zuckerberg e nella filantropia che rappresenta, è probabile che le prime parole che senti siano “la rivoluzione verde”.

Nel 1975, quasi tre persone su cinque in Asia vivevano con meno di un dollaro al giorno. Le piogge in un momento sbagliato dell’anno facevano la differenza tra morire di fame e sopravvivere. Poi i ricercatori finanziati dalle fondazioni Ford e Rockefeller crearono nuove colture: varietà che crescevano di più, con meno bisogno di acqua e che potevano essere piantate tutto l’anno. Nei 30 anni successivi questa innovazione migliorò radicalmente la vita di milioni di persone. I raccolti di riso aumentarono del mille per cento. Il frumento divenne più economico, più sano e più abbondante. Norman Borlaug, lo scienziato che sviluppò le nuove varietà di frumento, vinse il Premio Nobel. 

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È comprensibile lasciarsi sedurre da questa storia. L’America impiegò più di 100 anni per passare da una povera società agricola a una ricca società urbana. La tecnologia, a sentire le agenzie di sviluppo e le fondazioni, ha il potenziale per fare compiere un deciso balzo in avanti in questo processo al prossimo gruppo di paesi, di spingere le comunità povere dentro alla classe media senza tutto lo sporco lavoro schiavistico e il colera incontrati lungo la strada.

Ma come fa notare Kentaro Toyama, un ex consulente della Fondazione Gates e autore di Geek Heresy: Rescuing Social Change from the Cult of Technology, non è lo sviluppo di tecnologia che porta al cambiamento sociale, ma la sua applicazione.

La rivoluzione verde, afferma, non fu semplicemente la storia di “nuove colture, enormi cambiamenti”. Nello stesso momento in cui i contadini piantavano le nuove varietà altamente produttive, i governi riformavano drasticamente le loro politiche agricole. Tra il 1972 e il 1990 i paesi asiatici hanno quasi triplicato i loro investimenti in agricoltura. Hanno offerto prestiti agevolati agli agricoltori per comprare i fertilizzanti, li hanno istruitinelle nuove coltivazioni e costruito strade e canali per trasportare i loro prodotti ai mercati. Nel 1970 solamente il 12 per cento della superficie agricola del Bangladesh era irrigata. Nel 1995 era diventata il 38 per cento.

“La tecnologia”, dice Toyama, “è la parte più semplice di ogni soluzione”. La parte difficile è tutto quello che viene dopo. Prendete gli incidenti in macchina, che in un anno uccidono più persone della tubercolosi o dei disturbi polmonari. La tecnologia per prevenire queste morti – cinture, caschi per motociclette – non è astrofisica. Il problema è renderla appetibile alle persone che ne hanno bisogno, specialmente nei paesi in via di sviluppo, dove ha luogo il 90 per cento di queste morti.

A volte le soluzioni tecnologiche non incontrano semplice indifferenza, ma anche aperta resistenza. Negli anni ’80, una Ong del settore sanitario chiamata PATH ottenne un fondo per sviluppare Uniject, una siringa monouso e pre-riempita progettata per ostetriche o assistenti da iniettare alle partorienti nelle loro case. La siringa era pronta a metà degli anni ’90, ma più di 15 anni dopo era stata introdotta in un solo paese in via di sviluppo. Gli altri avevano leggi che vietavano a chiunque non fosse un dottore di praticare le iniezioni. “Molte delle nuove tecnologie richiedono cambiamenti normativi per essere efficaci”, afferma Michael Free, l’ex direttore per lo sviluppo del prodotto di PATH. “Per essere sovvenzionati ci vuole molto di più”.

Tutti questi arzigogoli sono comunque troppo complicati per la narrazione pulita del balzo in avanti che siamo abituati a sentire dai tecno-utopisti – e da Zuckerberg stesso.

“Pochi mesi fa ho appreso di un contadino del Maharashtra chiamato Ganesh”, ha scritto Zuckerberg in una lettera aperta al Times of India a dicembre. “L’anno scorso Ganesh ha iniziato a usare Free Basics (il servizio internet gratuito di Facebook per i paesi in via di sviluppo, nda). Ha trovato le informazioni meteo per prepararsi per la stagione dei monsoni. Ha cercato i prezzi dei macchinari per trovare nuove offerte. Ora Ganesh sta investendo in nuove colture e bestiame”.

Anche questo è un tentativo di darla a bere. Se i contadini sapessero in anticipo i prezzi per i loro prodotti, potrebbero scegliere il mercato che offre loro il prezzo più alto, o piantare innanzitutto colture più redditizie. Intere comunità potrebbero essere cambiate grazie alla semplice iniezione di informazioni.

L’unica prova che sia stata pubblicata di questo effetto nel mondo reale, comunque, è uno studio del 2007 che ha mostrato come i pescatori del Kerala, in India, controllassero i prezzi per il loro pesce prima di decidere a quale porto venderlo. Questi pescatori vendono un bene deperibile. Lo devono vendere a qualcuno, lodevono vendere oggi e si trovano alla stessa distanza dalla costa a prescindere dal porto scelto.

Ma il contadino medio dell’Africa o dell’India non vive alla stessa distanza da tanti mercati. Uno potrebbe distare un’ora di viaggio, l’altro dieci. E quando gli agricoltori di paesi in via di sviluppo comprano i semi, non hanno la possibilità di analizzare i prezzi di decine di negozi. Hanno poche opzioni, e spesso devono passare dai mediatori del villaggio o da strozzini per un prestito.

“Anche quando possiedi l’informazione”, sostiene Toyama, “non sei nella condizione di trarne beneficio”.

Inoltre, quando il balzo in avanti accade, può assomigliare più a un passo che a un salto. Lo studio del Kerala, che appare così migliorativo, incrementò gli introiti dei pescatori dell’8 per cento appena, e ridusse il prezzo del pesce per i consumatori del 4 per cento. Non trasformò poveri pescatori in colletti bianchi, e non produsse una larga falciata nell’accesso della popolazione a un cibo più nutriente.

E sapete cosa c’è? Che va bene così! Se c’è un consiglio da trarre dagli ultimi 50 anni di cicliche speranze-nella-tecnologia-per-i-poveri e conseguenti delusioni, è questo: Inseguite gli 8 per cento.

Zuckerberg ha interessi e competenze nelle tecnologie, e non c’è nulla di propriamente sbagliato nello scommettere su gadget o innovazioni che hanno un potenziale per aiutare i poveri. Ma nel farlo, dovrebbe riconoscere che la bacchetta magica della tecnologia serve a cambiare il mondo soltanto quando viene combinata con la volontà politica e la domanda della popolazione. Finché Zuckerberg non trova il modo di ingegnerizzare queste cose (per favore non farlo), dovrebbe concentrarsi sulle strade secondarie, ai margini, dove la tecnologia può migliorare la vita delle persone, l’8 per cento alla volta.

[fine prima parte]

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