Grazie Kobe

MINNEAPOLIS, MN - DECEMBER 14: Kobe Bryant #24 of the Los Angeles Lakers waves to the crowd after passing Michael Jordan on the all-time scoring list with a free throw in the second quarter of the game on December 14, 2014 at Target Center in Minneapolis, Minnesota. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this Photograph, user is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. (Photo by Hannah Foslien/Getty Images)

Correva l’anno 2003 quando alla tenera età di sette anni ebbi tra le mie mani il demo del videogioco NBA Live 2003 prodotto dalla celebre etichetta EA Sports, nel quale
si poteva giocare una sola partita: “New Jersey Nets at Los Angeles Lakers”. Non si conta il numero delle volte che ho giocato quella partita, scegliendo sempre la squadra che vestiva una maglia giallo-viola, i Lakers.
Non conoscevo nessuna regola di quello sport, sapevo solo che dovevo far entrare la palla nel canestro avversario e difendere quello della mia squadra.
Non potei fare a meno di notare due giocatori in particolare : il #34 (un certo Shaquille O’Neal) con un “rating” leggermente superiore rispetto al secondo, il #8 Kobe Bryant, l’altro fuoriclasse, pių veloce e capace di segnare da qualsiasi posizione del campo.

Solamente qualche anno dopo, con l’ascesa di internet, riuscii a capire perché proprio quella partita:
Era stata la finale della stagione cestistica precedente all’uscita del videogioco, vinta per 4 partite a 0 proprio dalla squadra losangelina capitanata dal duo Shaq & Kobe, loro due, esattamente come nel videogioco, una delle coppie più dominanti nella storia del gioco.

Probabilmente grazie a quella demo mi sono avvicinato al gioco del basket, ma solo dopo aver visto giocare quel #8 (poi #24) posso dire di essermi definitivamente innamorato di questo sport.

Dare per ricevere.
Si può dire che Kobe incorpori bene questa filosofia e lo testimoniano interviste di persone a lui molto vicine: dallo storico massaggiatore dei Lakers, Gary Vitti (persona a cui KB era molto legato), al coach Phil Jackson col quale ha vinto tutti e 5 i suoi anelli.
Guardando uno spot pubblicitario della NBA,”I love this Game”, non posso che pensare a Bryant, e a tutto l’amore che ha dato al basket, portando il suo corpo e soprattutto la sua mente allo stremo, isolandosi dal mondo intero nei periodi di pausa estiva solo ed esclusivamente per concentrarsi sul gioco.
Bryant è probabilmente il personaggio sportivo che meglio è riuscito nel marcare una linea netta tra gli appassionati di basket: o lo odi o lo ami; ma una cosa non la si può negare, ovvero il fatto che per tutta la carriera sia rimasto sé stesso, con una sconfinata passione per il gioco, con il suo essere “sbruffone” e la determinazione di dimostrare al mondo di essere il più forte di tutti. Va detto poi che questo atteggiamento, a volte, l’ha portato anche a sbagliare e probabilmente gli ha tolto la possibilità di vincere ancor di più rispetto alla straordinaria carriera che ha avuto.
Il suo motore era dunque una passione e un’ammirazione quasi ossessiva per il gioco, proprio come quella dei più grandi interpreti della storia della pallacanestro.
A Bryant va infatti dato merito di aver capito già in età adolescenziale una cosa fondamentale nello sport: conoscere quello che fu, come si evolse, gli interpreti che lo resero così competitivo ecc…
In più di un aneddoto si racconta la passione spasmodica che il Mamba nutriva nei confronti dei grandi del passato e che hanno scritto la storia della NBA; dai suoi miti d’infanzia Jordan, Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar ai miti degli anni sessanta/settanta Jerry West, Big O Robertson, Wilt Chamberlain e Bill Russell. Ognuno di questi è stato studiato da Bryant: i vari stili di gioco, la personalità con cui gestivano uno spogliatoio o in che modi reagivano per sopportare l’incredibile pressione mentale e fisica a cui erano sottoposti dall’intero mondo della pallacanestro NBA.
Tra tutti però, Bryant scelse come figura principe (come biasimarlo) un certo Michael Jordan.
Fece un ragionamento tanto semplice quanto fondamentale per la sua carriera: se voleva essere il migliore doveva apprendere tutti i segreti del mestiere dal pių grande di tutti i tempi.
Naturalmente questa totale ammirazione lo portò più volte ad interrogare stesso Jordan su quali fossero gli aspetti del suo gioco che tanto intrigavano il giovane Bryant; così lo scolaro, di fronte al maestro, si chiedeva come andavano fatti certi movimenti, come creare al meglio separazione dal
corpo di un difensore durante un uno contro uno o in un arresto e tiro ecc…Bryant è riuscito nel suo intento, tanto da essere da tutti definito come l’erede naturale di Jordan o la “cosa” più vicina di sempre al #23.

Conoscendo questi aspetti della sua mentalità (ai limiti tra il genio e la follia), si può arrivare a comprendere momenti non sempre facili che questo giocatore ha dovuto affrontare; uno su tutti, il rapporto con O’Neal.
Ad oggi sono l’ultima coppia ad aver conseguito un three-peat (gioco di parole per intendere tre titoli consecutivi) conseguito tra la stagione ’99-2000 e quella 2001-2002. Chissà quanti altri titoli avrebbe potuto vincere uno dei sodalizi sportivi più dominante di sempre, a cominciare da quello della stagione 2003-2004 dove i Lakers sprofondarono clamorosamente nelle finals perdendo 4 a 1 una rovinosa serie coi Pistons.
Questa sconfitta è la testimonianza palese di come la personalità di un Kobe ormai adulto, non accetti di scendere a compromessi con nessun altro, tanto meno con O’Neal (spesso e volentieri criticato da Bryant), lo yin e lo yang per eccellenza. Mentre in estate il Mamba si ritirava da tutto e da tutti per concentrarsi su come migliorare il suo gioco, arrivando a sessioni di allenamento giornaliere da almeno 2’000 tiri a canestro ciascuna, l’altro girava film ad Holywood per poi presentarsi ai training camp di inizio stagione venti chili in sovrappeso.
Quella serie finale persa contro Detroit è stata l’immagine nitida di come il rapporto tra i due fosse incrinato già da qualche tempo, e negli sport di squadra senza la giusta alchimia si va veramente poco lontano.

Sarà proprio l’estate successiva a quella finale ad allontanare definitivamente da LA il buon Shaq. Bryant sarà primo violino dei giallo-viola per i restanti anni della sua carriera, diventando uno dei giocatori più incontrastabili di sempre ma rivedrà le finali NBA solo con l’arrivo del catalano Paul Gasol e il ritorno di Phil Jackson, dimostratosi l’unico coach in grado di allenare Bryant.
Nelle tre stagioni tra il 2008 e il 2010, infatti, è riuscito a portare i suoi Lakers alle NBA finals, ma alla prima di queste si è dovuto arrendere ai Celtics di Pierce, Garnett, Allen e un giovane Rondo. Due anni dopo scende in campo un devastante Black Mamba che schiaccia i Magic di Howard vincendo il suo primo titolo di MVP delle finali e che si consacra nel 2010 rincontrando i Celtics.
Dopo aver trascinato la squadra per tutta la durata dei playoff e l’intera serie finale si ritrova alla fatidica gara 7 in casa contro le casacche verdi.
Partita con contatti fisici inimmaginabili e difese maledettamente organizzate, furiose e impenetrabili. Obbiettivamente rimane una delle peggiori partite giocate da Bryant in attacco, con un misero 6 su 24 dal campo, ma è da questa partita che si può capire cosa voglia dire essere dei vincenti. Triplicato/raddoppiato costantemente dalla difesa migliore del mondo allenata da Tom Thibodeau, è stato in grado di capire che per vincerla avrebbe avuto bisogno anche del genio di Lamarvelouse Odom, dell’operaio Ron Artest (oggi Metta World Peace), del veterano Fisher e soprattutto del suo hermano Gasol.
Kobe nonostante abbia concluso la gara come miglior marcatore per i Lakers segnandone 23 (di cui 10 nel quarto finale: “feeling the moment” sempre e comunque, come dicono in America), ha conquistato 15 fondamentali rimbalzi e ha giocato ad un livello di agonismo proibito a qualsiasi altro essere umano. Secondo titolo di MVP delle finali e quinto anello al dito, apice della carriera raggiunto.
Le successive stagioni sono state invece parte della parabola discendente del Mamba, condite da ripetuti infortuni, disastri dirigenziali e squadre non esattamente ai livelli degli anni passati che non gli hanno comunque impedito di stupire il mondo intero.

La scorsa settimana si è ritirato dopo vent’anni di carriera Kobe Bean Bryant, l’uomo che è riuscito a farmi innamorare del basket con una memorabile partita che, citando Tranquillo “Sembra stata scritta dai migliori sceneggiatori di Hollywood”. La gara in se non contava assolutamente nulla: i Jazz la notte prima avevano perso tutte le speranze di accedere ai playoff mentre i Lakers giocavano l’ultima partita della loro peggiore stagione regolare di sempre. Ma era l’ultima partita della vita di Kobe, ed era in casa, al termine del famoso Farewell Tour di Bryant (che aveva giā annunciato il ritiro a inizio stagione a Novembre 2015).
Staples Center pieno e atmosfera da brividi come forse non si vedeva proprio da quella gara 7 del 2010. Bryant, molto emozionato, gioca senza pensieri ed è chiamato costantemente al tiro (ne ha presi 50 solo lui), segna 60 punti all’età di 38 anni vincendo nel finale una partita che sembrava già persa.
E’ riuscito a stupire per l’ennesima volta, dando un addio al proprio sport come solo i più grandi sanno fare…giocando al meglio delle sue possibilità, da solo ancora una volta, perché alla fine si è trattato di un rapporto speciale tra lui e il canestro durato vent’anni e più. Indipendentemente da chi lo ha venerato e chi lo ha odiato è riuscito a scrivere il finale di una storia d’amore esageratamente passionale e in grado da far emozionare.
Grazie di tutto Kobe.

Curiosità: “Gli albori della leggenda”

Italia: 1984-1991
Kobe è cresciuto tra i 6 e i 14 anni in Italia, periodo nel quale suo padre Joe “Jellybean” Bryant trasferitosi dagli USA con la famiglia, dopo un passato in NBA, giocò a Reggio Calabria, Rieti, Pistoia e Reggio Emilia, intrattenendo i tifosi con ottime prestazioni (si ricorda una partita in cui ne segnò 69) e anche grazie alla bellezza della moglie, sempre presente in tribuna.
Ma a dir la verità a intrattenere i tifosi c’era anche Kobe che, specie negli ultimi anni a Reggio Emilia, iniziava a stupire il pubblico nonostante la tenera età. Tra una pausa e l’altra alle partite casalinghe del padre paralizzava l’intero palazzetto con delle “bombe” irreali per un ragazzino di quell’età.
Questo periodo vissuto nel “bel paese” è stato fondamentale per il cinque volte futuro campione NBA, ha mosso infatti i suoi primi passi su un parquet proprio nelle scuole-basket italiane, le quali gli hanno insegnato i fondamentali della pallacanestro come solo in Europa sono capaci di fare, delineando in parte il profilo del giocatore che ha scritto la recente storia della NBA.
Bryant ha un dolce ricordo.

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