I vitelli dei Milordi

illustrazione di Nicolas Michelini

Nel leggere la notizia che la Camera dei Lord ha rinunciato alle pelli di vitello per redigere i propri atti ufficiali, ho provato dispiacere. Mi sono interrogato sul perché il mio cuore parteggiasse ancora per la tradizione, anche dopo che mi è stato fatto notare che si trattava di vitelli da latte, che insomma cercano ancora la mammella della madre, quelli che venivano sacrificati; scrivo questo articolo per spiegarlo.  

Quest’estate ho assaggiato il pâté de foie gras; naturalmente era buonissimo, però mi rendo conto che la mia, in quell’occasione, è stata una non scelta: ho chiuso gli occhi di fronte a quello che sapevo bene, cioè che le oche vengono inchiodate per le zampe palmate ad un’asse di legno ed ingozzate con un imbuto, perché il loro fegato, ammalandosi, possa essere usato per la preparazione di quella prelibatezza. Il mio piacere non può giustificare quello scempio. Ora, potrei anche decidere di non mangiar più il paté di fegato d’oca: in fondo non è poi questo grande sforzo; più grande e serio  sarebbe lo sforzo di rinunciare del tutto alle carni. Pur ammirando i vegetariani educati (non mi piacciono, invece, quelli arroganti), non ci penso nemmeno a diventar vegetariano; questo perché non è la violenza sugli animali che mi tocca, quanto la banalizzazione e la meccanizzazione. Quando mi capita di vedere la brutalità e l’orrido grigiore dei macelli seriali, non posso negare la mia pena per le bestie e per chi è costretto, per campare, a lavorare in un posto che è difficile, credo, farsi piacere; ma la figura, per esempio, di quello che in dialetto si chiama al mazadór, “l’uccisore”, cioè l’esperto artigiano che macellava – e talora ancora macella – un singolo porco nell’aia di una corte di campagna, non mi fa né impressione né pena: è una figura onorevole. Il contadino ha allevato il maiale, lo uccide – ben consapevole di cosa vuol dire – lo lavora e ne mangia. A me è capitato di gestire un pollaio, e so cosa vuol dire collaborare ad uccidere le galline che nutrivi ogni giorno: è diverso, più doloroso ma più vero, se riesco a farmi capire.  Certo, questi sono discorsi campati per aria: quando compriamo una bistecca al supermercato, sappiamo da dove viene: non certo dall’aia di un contadino, ma da un macello, magari all’avanguardia nel campo dell’igiene ma spesso sovraffollato e spietato; chiudiamo gli occhi e via andare. Ma il macellaio, l’indiano che cacciava il bisonte, mia nonna che farciva la faraona, non mi ispirano, lo ripeto, né disgusto né rancore.   Veniamo però al caso di cui parlavamo.

Non voglio ora citare i monasteri: l’esempio sarebbe inopportuno, perché tutti vedono che lì si trattava di una santa necessità, e benedette siano le pecore macellate perché potessero essere a noi trasmessi Orazio, Aristotele, Virgilio etc. So bene che questa non è una necessità: di queste morti si può fare a meno, ma non diciamo che siano morti ignobili, quelle di questi vitelli da latte. Essi vengono uccisi perché sulla loro pelle siano scritti decisioni e pareri della più alta camera del più antico parlamento del mondo; la preziosità del materiale rimanda alla preziosità della legge, la sua durevolezza al fatto che gli uomini aspirano a lasciare qualcosa di meno effimero delle loro brevi vite, il sacrificio di questi animali deve essere di monito alle Loro Signorie, quando siedono e discutono, perché scrivano cose ponderate, degne del sangue versato in sacrificio per esse. Lo so che sono solo simboli e che questo discorso presta il fianco senza difese alla burla e a sarcasmi di ogni genere. Capisco che possiate non pensarla come me, ma perdonatemi se queste tradizioni riescono ancora ad incantarmi; se, nel pensare che tutti gli arcivescovi cattolici recano al collo palii realizzati con la lana degli stessi agnelli, benedetti il giorno di Sant’Agnese nella chiesa  dedicata in Roma all’adolescente ch’ebbe il coraggio della verginità e del martirio, nel pensare che i professori conferendo una laurea, o i giudici e gli avvocati, celebrando un processo, vestono toghe a sottolineare la loro separazione dai chi al processo solo assiste, se in questo ghirigoro di simboli, che può sembrarvi polveroso, io leggo un senso; se ogni volta che uno di questi simboli antichi e fragili muore, io provo un sincero dispiacere per il mondo.  

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