Joey Bada$$ @ Outlook Festival 2016

Sicuramente non è il suo più grande successo artistico, perché il giovane Jo Vaughn Virginie Scott di Flatbush (New York) può vantarne di ben più consistenti, ma il picco più alto di popolarità social che il rapper meglio noto come Joey Bada$$ abbia finora vissuto è probabile si sia registrato l’inverno scorso, quando Malia Obama, direttamente dalla sua cameretta alla Casa Bianca, si è immortalata in un selfie mentre indossava una t-shirt griffata Pro Era, il collettivo hip hop da lui fondato. Tra gli altri componenti, CJ Fly, Kirk Knight e lo scomparso Capital Steez. Basta un loro qualsiasi mixtape per capire quale sia l’orizzonte di riferimento della crew, in due parole: golden age. Hip Hop anni ’90, boom bap, preferibilmente East Coast. Credo che, a questo punto, si possa parlare di un nuovo trend generale del rap a stelle e strisce, che, finalmente, ha smesso di inseguire a tutti i costi il suono del momento, l’edonismo sfrenato e sta riscoprendo una certa attitudine iconoclasta, sperimentale, stratificata, street, non sempre impegnata, ma quantomeno consapevole. Il paradosso è che per sovvertire l’andamento della radio friendliness ad oltranza, per realizzare il progetto iconoclasta per l’appunto, l’hip hop è dovuto tornare sui suoi passi e ripartire da lì, dai ’90. Kendrick, A$AP Rocky, Azealia, Lil Simz, Chance The Rapper, J Cole, Anderson .Paak, Freddie Gibbs, Action Bronson, la Wolgang Kill ‘Em All, Queen Bey e in fondo gli stessi Kanye, Drake e (l’innominabile) Macklemore, anche se con percorsi non così netti o diretti. Joey fa parte di questa nuova corrente, innovativa e legatissima al passato al tempo stesso, disillusa ma non nichilista e con un occhio fisso alla vita vera, alla strada vera, alla società, al razzismo istituzionale e alle disuguaglianze, con un naturale e genuina propensione al party, vero, ma con parecchie concessioni in meno al bling bling. Che piaccia in casa Obama ha perfettamente senso, nello stesso modo in cui ha senso che piaccia Kendrick.

Jo-Vaughn nasce il 20 gennaio 1995 a New York, e cresce a Flatbush, la zona degli italo-americani più famosi del mondo dei videogames, Mario e Luigi (oltre che dell’icona hip hop Busta Rhymes). Un tempo classico meltin’ pot degli immigrati europei di seconda generazione, dalla fine degli anni Settanta un’area in abbandono flagellata dalla terribile “crack epidemy”, tuttora una delle zone più pericolose di Brooklyn. Joey vive insieme a sua madre e a sua nonna e, un po’ come tutti i suoi coetanei, passa i pomeriggi ad ascoltare e fare rap. Terminati gli studi in recitazione, inizialmente sceglie un nome vicino alla tradizione giamaicana, JayOhVee, scomodo giro di parole con Jahwee, Jah o Geova, dio e profeta del rastafarianesimo. Successivamente opta per un altro acronimo politicamente scorretto, “badass”, cui appone due simboli del dollaro al posto delle esse in piena tradizione hip hop. “I media puntano spesso i riflettori su artisti che hanno nomi così cinici”, ha spiegato per dare un senso al suo cambio di nome. Con i Progressive Era inizia a produrre mixtape e girare video amatoriali in cui dà sfoggio delle proprie abilità da freestyler. Il talento è abbondante, le voci girano, un video capita su MTV e pochi mesi dopo Joey è ingaggiato da Jonny Shipes della Cinematic Music Group, che lo spedisce in tour con Kendrick Lamar, Action Bronson, Yelawolf, Big K.R.I.T. e Lana del Rey.

Nel 2015 Joey ha dato alle stampe il suo primo vero e proprio album, B4.DA.$$. L’influenza del passato, nello specifico del biennio ’93 / ’94, c’è e si sente chiara. Moti critici fanno notare come, in quel periodo, Joey fosse ancora solo (e forse nemmeno) nei pensieri dei genitori. Personalmente, penso che mettere la questione su questo piano sia abbastanza fallace, anche se il discorso di fondo – cioè che avere come riferimento artistico un movimento mai vissuto in prima persona, con tutte le mitizzazioni del caso, possa rappresentare una base di partenza scomoda – ha un suo senso.

Eppure il gusto jazzy, le giustapposizioni soul, il tessuto di bassi avvolgenti e campionamenti di classici r&b non è affatto il punto debole di Joey, che dimostra di saper scegliere collaboratori, producer e atmosfere sonore sempre azzeccate.

L’aspetto sotto cui Joey pare funzionare meno è proprio la maniacalità con cui sembra voler replicare i grandi classici nineties. Nel lavoro di Kendrick, lo scarto creativo, il distanziamento artistico dalla stella polare della old school è chiaro: le basi sono quelle, ma non si possono ricreare come se non fossero passati vent’anni. In questo lavoro, il passo in più appare meno evidente. Va da sé che se a tutti costi provi ad essere Nasir Jones, nessuno ti perdonerà facilmente non esserlo davvero. B4.DA.$$ non ha sufficienti virtuosismi lirici, non ha sufficienti punch line killer, non ha sufficienti metafore immaginifiche, non ha sufficienti innovazioni lessicali. Chiariamoci: rimane un bellissimo album, cantato e prodotto da un ragazzino di poco più di vent’anni, con un futuro brillante davanti. Ma per diventare il prossimo Kendrick, anzi il prossimo Nas, Joey ha ancora qualcosa su cui lavorare.

Joey Bada$$ suonerà come headliner ad Outlook 2016. Vi consigliamo vivamente di non farvelo scappare.

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