Terrorista a chi?

di Andrea Metafuni

Bruxelles è una città che mi ha accolto a braccia aperte quando, poco più di un anno fa, passeggiavo spensierato per le strade di Ixelles, il quartiere in cui abitavo.

“Erasmus Student”, questa era la mia etichetta. Lì ho vissuto il periodo più intenso della mia vita e ho conosciuto alcune delle persone, amici, più interessanti che tuttora conosco.

È una città così, poco più di 1 milione e 300 mila abitanti, decisamente a misura d’uomo, dove vivere era un piacere, anche nonostante la pioggia. È una città multiculturale, dove non puoi mai essere certo che chi passeggia al tuo fianco sia nato lì. Tutta l’Europa si concentra a Bruxelles: un miscuglio di razze, musiche, etnie, culture dove è bello perdersi. Questa cosa mi piaceva tantissimo, anzi l’amavo.

Abitavo vicino al quartiere di Matongé, un sobborgo di Bruxelles che deve il suo nome alla zona commerciale di Kalamu (Kinshasa), in Congo, e dove nel tempo si è stabilita ed integrata una vivace comunità africana. Ero uno dei pochi abitanti bianchi presenti all’interno di quel piccolo pezzo di città che viveva di musiche latine, cucine esotiche e barbieri neri specializzati in acconciature afro. Personalmente adoravo questa cosa e non mi sono mai sentito minacciato da nessuno, anzi, è capitato più volte di fermarsi e fare alcune chiacchiere con qualche sconosciuto e sentire cosa avevano da raccontare, da dove venivano e perché erano lì. Pezzi di vita.

Ma d’altronde non è questo il quartiere che ha i fari puntati addosso dall’Europa. Sint-Jans-Molenbeek, esattamente dalla parte opposta della città rispetto a dove abitavo io. Questo è il nome del “quartiere criminale”, dove i fortini islamisti proteggono i soldati della Jihad. Lo stesso quartiere dove, il 18 marzo 2016, è stato arrestato Salah Abdeslam, il nemico pubblico ricercato per mesi dopo la strage di Parigi del novembre scorso che ha scosso il mondo intero.

Il 22 marzo 2016, esattamente 4 giorni dopo l’arresto di Salah, i terroristi hanno colpito ancora. Due esplosioni hanno svegliato la città: una bomba all’aeroporto di Zaventem, a 11 km dal centro, ha provocato la morte di almeno 14 persone; una seconda bomba, nella stazione della metropolitana di Maelbeek, vicino alle maggiori istituzioni europee, ha causato la morte di 32 innocenti e 270 feriti. Con questo gesto, i terroristi vogliono dimostrare di essere ancora attivi e difficili da fermare, perché sono in grado di terrorizzare e bloccare le città come e quando vogliono, in maniera rapida, rapidissima. È un urlo che squarcia il silenzio nato prematuramente dopo l’arresto, che in tanti speravano fosse la fine della paura. Invece i terroristi gridano: “ne avete preso uno, ma noi siamo tanti e ci siamo ancora”.

Per quanto sarebbe importante, non voglio ripercorrere tutto quello che si è susseguito dall’attentato dell’11 settembre 2001 fino a oggi, non voglio scombussolare troppo i vostri pensieri parlando di tecnicismi tra sciiti, sunniti, siriani, curdi, palestinesi, iracheni, israeliani, ecc.; non voglio fornirvi nomi e successioni: Bush, Saddam, Bin Laden, Al-Baghdadi, ecc.

Non lo voglio fare perché vorrei soprattutto riflettere in maniera meno tecnica e più umana sulla situazione mondiale che ci troviamo a vivere.

Ricollegandomi al discorso di prima, all’urlo con il quale il terrorismo ha catturato la nostra attenzione facendoci girare tutti la testa verso di lui, voglio porvi questa domanda: se foste il presidente di un paese colpito da un atto terroristico significativo, che cosa fareste? La risposta più immediata, la più banale, la più ovvia e, a mio parere, la più nefasta sarebbe quella di rispondere alla stessa maniera, combattendo la violenza con altra violenza. Questo è quello che ha fatto George W. Bush 15 anni fa ed è quello che ha fatto Hollande in Siria dopo la strage del Bataclan lo scorso anno. Siamo davanti all’espressione più estrema del detto “occhio per occhio”, che non mi sento mai di finire con “dente per dente” ma con “e il mondo diventa cieco”, versione di Mahatma Gandhi. Dico questo perché se sfogliamo le pagine di questo sottile libro di storia che va dal 2001 a oggi possiamo notare come i bombardamenti successivi agli attentati terroristici, le guerre, i raid aerei non hanno fatto altro che ottenere il risultato contrario: hanno aumentato l’odio dell’oriente verso l’occidente, hanno smembrato quelli che una volta erano i centri nevralgici del terrorismo, concentrati in paesi come l’Afghanistan o l’Iraq e li hanno sparsi per l’intero mondo occidentale. Ad oggi nessun paese occidentale può essere sicuro di non avere al proprio interno dei nuclei terroristici, che complottano, si mischiano e progettano attentati a 40-50 km di distanza da loro. Le bombe e le guerre hanno solo propagato il terrorismo in maniera maggiore, hanno fatto quello che si fa con un’operazione di cancro sbagliata: va dappertutto. Negli anni si è creata una metastasi del terrorismo: ad oggi abbiamo piccoli nuclei, all’apparenza insignificanti, distribuiti all’interno del territorio dei maggiori paesi industrializzati, senza che noi ce ne accorgiamo, senza che noi sospettiamo di nulla. Allora forse è vero che l’odio genera solo altro odio, che la violenza non si può combattere con altra violenza. Quante situazioni violente si sono placate con la violenza? Quante guerre, specialmente quelle di pace, hanno davvero portato stabilità e risolto situazioni nel paese in cui sono state combattute? Nessuna. Una delle parti peggiori di questi avvenimenti è proprio la reazione della comunità davanti a certe barbarie. Io lo so che è difficile rimanere lucidi, lo so che uno dei primi istinti è quello della vendetta, di altra violenza. Ma torniamo ancora da capo. È questo il cammino che l’umanità vuole davvero percorrere? Un cerchio? Ritornare da dove si è partiti? Io non credo che si possa continuare così fino alla fine dei giorni. Sarebbe stupido.

Allora mi domando: esiste una risposta per uno scenario mondiale che sembra essere non più modificabile? Esiste un modo per poter placare la sete di questi carnefici? Io non ho una risposta a questa domanda. Non porto nessuna verità o soluzione all’interno di questo articolo, ma mi interrogo, come ho sempre fatto con tutto nella vita. Forse da queste situazioni si potrebbe davvero pensare ad un nuovo percorso non ancora solcato (forse più lungo, ma fino ad oggi ciò che noi abbiamo inteso come “breve” non ha fatto altro che creare ancora più danni). Forse è davvero un’occasione per poter aprire un dialogo, o quanto meno una possibilità di dialogo. Non di certo un dialogo coi terroristi, ma con il mondo islamico e le comunità musulmane sì, in modo da poter essere più uniti e isolare il terrorismo. Ricordate che appena dopo la strage di Parigi dell’anno scorso, le organizzazioni musulmane francesi (Fgmp, Rmf, Uoif, Ccmtf, Faica, Moschea dell’isola della Réunion e Cimg France) riunite nella Grande moschea di Parigi e “profondamente sconvolte e addolorate per l’assassinio dei nostri compatrioti giornalisti e poliziotti”, hanno invitato i cittadini musulmani francesi a osservare, a mezzogiorno del giorno dopo la sparatoria al Bataclan, un minuto di silenzio in memoria delle vittime; hanno chiesto agli imam di tutte le moschee francesi di condannare con assoluta fermezza la violenza e il terrorismo di qualsiasi origine durante la preghiera del venerdì successivo; hanno chiesto ai fedeli musulmani, sempre dopo la preghiera del venerdì, di osservare un momento di raccoglimento in silenzio per ricordare i compatrioti vittime del terrorismo; hanno chiesto ai cittadini di confessione musulmana di unirsi in massa alla manifestazione nazionale (prevista per l’11 gennaio 2015) per affermare il loro desiderio di vivere insieme in pace nel rispetto dei valori della Repubblica. Dunque una reazione ci fu, accompagnata a un distaccamento netto e profondo verso quegli atti così ignobili.

Quando si parla di Islam è importantissimo distinguere ciò che è Al Qaeda, l’Isis o altre associazioni religiose fondamentaliste da quello che invece è solo culto e religione. È bene ricordare come l’Islam non sia solo quello che mostra la televisione quando accadono avvenimenti del genere. La Jihad è stata erroneamente interpretata dal mondo occidentale esclusivamente come “guerra santa. Ma il termine Jihad significa “sforzo” ed è da intendersi sia come lo sforzo spirituale e intellettuale del singolo individuo per migliorare sé stesso (jihad superiore), sia come la guerra condotta “per la causa di Dio”, ovvero per espandere l’Islam al di fuori dei confini musulmani (jihad inferiore). L’interpretazione dei libri sacri, come la Bibbia o il Corano, sono il fulcro per la professione di una religione. Tutto dipende da come ne vengono interpretati i versi. Moltissimi musulmani si dissociano dalle barbarie compiute da chi si professa tale e combatte per la gloria di Maometto e di Allah. Non dimenticate che ebraismo, cristianesimo e Islam sono definite religioni abramitiche, ovvero discendenti da un’unica persona: Abramo. Di fatto, tutte e tre le religioni hanno molti punti in comune, tra cui, su tutti, la regola d’oro:

  • Rabbi Hillel (Shabbat 31a): «non fare agli altri quello che non vuoi che essi facciano a te» (Ebraismo);
  • Gesù (Mt 7,12, Lc 6,31): «tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Cristianesimo);
  • Muhammad (40 Hadithe di an-Nawawi 13): «nessuno di voi è un credente fino a quando non desidera per il suo fratello quello che desidera per se stesso» (Islam).

Per loro natura, queste tre religioni, nate dalle stesse figure, creano conflitti. Come puoi abbracciarne una senza escludere l’esistenza del Dio professato dalle altre? Ogni religione che ha un solo Dio deve pretendere che il suo sia migliore di tutti gli altri. C’è un conflitto costante. Le religioni orientali invece,come Il taoismo, il confucianesimo, il buddismo, non hanno la presunzione di un Dio più bravo, più giusto, più punitivo, più antropomorfico che si arrabbia, punisce e ha emozioni (tutte caratteristiche umane, non divine: Dio è fatto a immagine e somiglianza dell’uomo, in questo senso). Per di più, seppur discendenti da un unico fulcro, l’Islam nasce 500 anni dopo il Cristianesimo, 1000 anni dopo il Buddismo, 3000-4000 anni dopo l’Induismo. S può considerare una religione giovane, che forse, nella sua interezza, non ha ancora attraversato quel periodo di maturazione e modernizzazione che il Cristianesimo ha avuto grazie al Rinascimento e all’Illuminismo. Occorre comprendere questo per poter spingere l’Islam verso una più completa tolleranza. L’’Islam sta cercando la propria forma di modernizzazione attraverso il fondamentalismo, che ai nostri occhi può sembrare retrogrado ed è vero, lo è, ma per loro è comunque un concetto, una possibile evoluzione, un tentativo di dare una risposta alla ricerca di una modernità che non è occidentale. In questo senso dobbiamo cercare di aprire un dialogo con questa religione, cercando di farne non un nemico, ma un partner.

L’anno scorso, nello stesso periodo della strage di Parigi, l’ISIS uccise a Beirut 50 musulmani sciiti, ferendone circa altri 200, con l’intenzione di colpire Hezbollah. Nei mesi successivi uccisero altri musulmani in altri attacchi distribuiti tra Turchia, Yemen, Tunisia e Afghanistan, per un totale di circa 340 vittime. I peshmerga curdi, che combattono l’Isis da mesi in solitudine, sono a maggioranza islamica. L’Isis, da quando è nato, non ha fatto altro che uccidere per lo più arabi: scitii, atei, gay, minoranze religiose e persino altri sunniti che non erano contrari alle loro pratiche. Di questo, le testate mondiali occidentali non ne parlano. Perché non fanno notizia? Perché bisogna per forza scindere l’Est con l’Ovest e menzionare solo gli attentati e le vittime occidentali? Così facendo non si fa altro che sporcare la realtà dei fatti e dipingere in modo sbagliato lo stato islamico, etichettandolo esclusivamente come un nemico dell’occidente, mentre invece (e i fatti lo dimostrano), l’Isis deve essere considerato come un esercito di soldati e generali in guerra contro il mondo intero. In questo modo si vedrebbe tutto sotto una luce diversa: si potrebbe cercare di isolare Isis unendo le forze di occidente e oriente, in modo da stringerlo in una morsa. Ma questo è possibile solamente dialogando con il mondo orientale e cercando di capire più in profondità cosa spinge Isis a compiere questi atti terroristici.

Il danno maggiore che i mass media occidentali producono (ed hanno ormai prodotto) è proprio quello di “fare di tutta l’erba un fascio”, per di più colpevolizzando, spesso ed erroneamente, un’intera fede religiosa. L’Islam, ad oggi, è una religione completamente spaccata, ma con valori forti e credenti molto più devoti dei cristiani occidentali, che scelgono di professare e seguire le diverse interpretazioni che nel tempo sono state fatte di questa religione. I dati dimostrano come al mondo esistano circa 1.6 miliardi di musulmani, facendo collocare l’Islam al secondo posto tra le religioni maggiori (primo posto per il cristianesimo con 2,2 miliardi di credenti). Le forze combinate di Boko Haram, Isis, Al Qaeda e tutti gli altri gruppi affini rappresentano una percentuale microscopica della popolazione musulmana mondiale. L’FBI ha dichiarato che il 94% degli attacchi terroristici subiti negli Stati Uniti dal 1980 al 2005 sono stati inflitti da persone e gruppi non musulmani. Per quanto la percentuale possa essere cambiata ai giorni nostri, il volume è comunque tale da presupporre che quando un individuo è sospettato di essere il responsabile di un atto terroristico, questi ha il 90% delle probabilità di non essere musulmano. Se consideriamo la parte terrorista di questa religione, parliamo di una goccia d’acqua all’interno di un mare molto grande e sicuramente salato. Non è né giusto né possibile generalizzare quando si parla di questo argomento (anzi, generalizzare non è mai giusto), poiché la situazione reale è ben più complessa e articolata e non si può risolvere tutto con un semplice “bombardiamoli tutti”. Denunciare le barbarie commesse da certe organizzazioni che si professano islamiche è giusto e lecito, ma ancora più giusto è non cadere nell’istinto di colpevolizzazione di un’intera religione o etnia a causa di un pugno di malviventi. Puntare il dito della condanna contro tutto ciò che è diverso dalla nostra “normalità” è più semplice e risolutivo, ma accusare più di 1,5 miliardi di popolazione mondiale per atti imperdonabili è stupido e fuorviante. Ciò che i giornali e i media diffondono possono generare una visione distorta della realtà. Per esempio: parlare di “paesi islamici”, termine a volta utilizzato per raccogliere in un unico contenitore il medio-oriente generalizzando tutto attraverso la religione, è decisamente stupido, oltre che sbagliato. Paragonare paesi come l’Indonesia, la Turchia, la Malesia, il Bangladesh a paesi quali l’Arabia Saudita, l’Iran o il Pakistan è sbagliato. Sono paesi diversi con problemi e situazioni diverse, per quanto a volte possano essere normalmente comuni.

Un altro esempio: dire che la mutilazione genitale femminile è un problema dell’Islam è empiricamente scorretto, poiché non è un problema legato alla religione, bensì all’Africa, nello specifico all’Africa centrale. In Eritrea, le pratiche di infibulazione avvengono per circa il 90% delle donne, e l’Eritrea è un paese a maggioranza cristiana. In Etiopia si registra una percentuale di mutilazione genitale femminile pari al 75% ed anche questo paese è a maggioranza cristiana. In nessun paese a maggioranza musulmana la mutilazione genitale femminile risulta essere un problema tranne che in Somalia, dove tale pratica raggiunge il 98% dei casi e la maggioranza religiosa è sì musulmana, ma, visti i dati precedenti, non possiamo associare queste pratiche retrograde e disumane ad una religione specifica.

È decisamente vero che le donne sono maggiormente maltrattate in alcuni paesi musulmani rispetto a ai paesi occidentali, ma ancora una volta siamo di fronte ad un concetto che non deve essere generalizzato all’interno del mondo musulmano. In molti paesi a maggioranza musulmana  le donne ricoprono o hanno ricoperto cariche politiche quali Primo Ministro o Capo di Stato.

L’Indonesia, il paese con la maggior popolazione musulmana, ha eletto Megawati Sukarnoputri, primo presidente donna indonesiano, in carica dal 2001 al 2004. Il Bangladesh ha visto Khaleda Zia, Primo Ministro donna in carica dal ‘91 al ‘96 e poi dal 2001 al 2006 e Sheikh Hasina, tuttora Primo Ministro. In Egitto circa un terzo del Parlamento è rappresentato da donne, mentre in Giordania Toujan al-Faisal è stata la prima donna ad essere eletta Primo Ministro. In Pakistan ricordiamo Benazir Bhutto, prima donna Primo Ministro nel 1982 e successivamente attiva all’interno della politica del paese; in Senegal Mame Madior Boye, prima donna a ricoprire la carica di Primo Ministro dal 2001 al 2002; in Afghanistan Miss Kubra Nurzai, prima donna a ricoprire il ruolo di Premier già negli anni ‘60, assieme a tante figure politiche femminili che si sono succedute nel tempo. Questo per citarne solo alcuni. Quante donne, in Italia, hanno ricoperto la carica di Primo Ministro fino ad ora? Questo aspetto dei paesi citati è esemplare, sinonimo di progresso e civiltà. Forse che progresso e civiltà sono sempre e solo nostri? Sono termini che possono appartenere solo all’occidente?

Spesso gli occidentali vedono le donne con il velo o il burqa come delle primitive e provano pena e compassione per loro, poiché pensano che siano state costrette dalla religione o dal proprio uomo ad indossare quel tipo di indumento (e non metto in dubbio che a volte questo possa accadere). Ma allora ci si dovrebbe chiedere: perché la dignità deve sempre essere da una parte o dall’altra? È sempre incivile considerare donne che, per un credo culturale e religioso, scelgono di indossare il velo, il burqa o lo chador e intendere invece come dignità e progresso vedere quei corpi bianchi e nudi che si strusciano attorno a pali di ferro, illuminati a intermittenza da luci stroboscopiche, che si muovono a ritmo di musiche assordanti, coperti solo da sottilissimi abiti intimi nei quali uomini che sbavano ficcano banconote a volontà? È progresso considerare come prassi il cosiddetto “obolo del sofà” che una donna è praticamente costretta a dover pagare per poter ambire a una carriera nel mondo dello spettacolo, guadagnando il successo passando attraverso il letto del regista e non grazie ai propri studi e al proprio talento? È dignitoso fare sfilare ragazze come pezzi di carne alle quali una giuria di esperti deve assegnare un voto? Io trovo che tutta questa dignità della donna nel mondo occidentale non sia un sinonimo di progresso. Io trovo che il progresso e la civiltà che il mondo occidentale sbandiera da anni siano quanto meno discutibile. Il burqa ha avvelenato l’immagine dell’Islam nel mondo occidentale, complici i giornalisti ed i mass media. Il burqa è l’espressione più esterna (un abito) di un principio fondamentale di un certo tipo di Islam chiamato principio del “purdah”, letteralmente “tenda”. Questo è un modo con cui le donne vengono separate dal mondo degli uomini e questo, nel mondo musulmano, lo si vede in diverse realtà: la vecchia architettura islamica prevedeva che le case e i castelli venissero costruiti secondo questo principio, tramite il quale le tende o le strutture separavano i locali dell’abitazione, creando spazi per l’uomo e spazi per le donne. I bagni erano separati. Le donne mangiavano in stanze separate dagli uomini, sia che fossero mariti, sia che fossero figli.  A noi può non piacere questa cosa, ma è così. Il burqa non è un’oppressione, il burqa è una difesa che le donne hanno verso il mondo maschile. Ripeto, può non piacere, ma è così che vanno le cose dall’altra parte del mondo. È un fatto culturale oltre che religioso. Una bambina italiana, quando gioca ad essere grande, mette i piedi dentro le scarpe col tacco della mamma: una bambina afghana prende il burqa della madre e se lo avvolge in testa perché sogna il giorno in cui anche lei potrà indossarlo. Provate a chiederlo ad una bambina musulmana e vi potrà stupire la sua risposta, così lontana dal concetto di imposizione e così vicina ad un senso di desiderio. Che poi una donna musulmana, integrata all’interno di una cultura occidentale, desideri di non mettere o di togliersi addirittura il velo, questo è del tutto normale e rientra all’interno della sfera dei mutamenti delle abitudini di una persona. Ma la cosa potrebbe essere reciproca anche per un occidentale che decide di abbraccia la cultura zen o la religione buddhista dopo essere stato per tanto tempo cristiano.

Se ne sono dette tante per cercare di dare un senso alle troppe tremende guerre che il mondo occidentale ha condotto contro i popoli orientali. Le “guerre di pace”, le guerre per portare la democrazia e la libertà, le guerre per combattere la minaccia di un’espansione religiosa. Il Vietnam, l’Iraq, la Siria e il Medio Oriente in generale. Tutte le guerre sono fatte per far arricchire i potenti e impoverire chi spesso è già povero. Tutte mascherate per coprire gli sporchi affari di coloro che non fanno altro che alzare un dito e pigiare un bottone rosso. Per distruggere villaggi, culture, mutilare, bruciare e uccidere persone. Io non ci vedo un senso nella guerra, né una giustizia e né tanto meno una soluzione. L’Italia è il più grande paese produttore di mine antiuomo, quest’arma così subdola e perversa, esportata verso i paesi dove si combattono le guerre più cruente del 21esimo secolo, portando morte e sofferenza a civili innocenti. Questi rappresentano il 78% delle vittime di questi ordigni maledetti, di cui il 47% bambini e il 13% donne. L’Italia quindi contribuisce a portare violenza e guerra nel Medio Oriente. E contribuisce a generare odio verso l’occidente. Ma non finisce qui: nel 2015 la campagna “Stop explosive investments” ha dichiarato che 151 istituti finanziari mondiali hanno investito dal 2011 al 2014 circa 27 miliardi di dollari in compagnie produttrici di munizioni a grappolo. L’occidente non solo finanzia la produzione di mine antiuomo, munizioni, armi e missili, ma specula e guadagna su questi prodotti, traendo ricchezze dalle disgrazie altrui. E allora io mi chiedo: perché chi ammazza dei civili europei è un terrorista e chi ammazza innocenti di culture diverse dalla nostra no? Perché scusate: che differenza c’è tra il povero impiegato che cade dal 57esimo piano delle Torri Gemelle e una bambina di Kabul che esplode su una mina antiuomo perché stava giocando in un campo, rincorrendo un pallone? Io non la vedo.

Riallacciandomi al concetto di fondamenta culturali opposte, che sono considerate dai relativi popoli come verità assolute, vorrei lanciare una provocazione: e se ai terroristi musulmani non piaceva questo concetto di World Trade Center? A loro non stava bene che il World Trade, il commercio mondiale, fosse concentrato all’interno di quel Center. Non erano d’accordo che l’economia del pianeta fosse tutta decisa in un unico punto posizionato nella parte occidentale del pianeta (sempre secondo la nostra cartina: vi ricordo che la cartina del mondo asiatica mette la Cina al centro) e che fossero quelli con la cravatta e il colletto bianco a decidere come le cose dovevano girare per l’intera popolazione. Sia ben chiaro, io non sto affatto giustificando le loro azioni. Sto solo cercando di portare riflessione all’interno delle vostre menti. Dopo anni di scontri e guerre nei paesi del Medio Oriente, i terroristi organizzati e finanziati da Bin Laden hanno deciso che gli americani e gli occidentali erano il male. E così nel 1998 sono stati lanciati gli attacchi alle ambasciate USA in Kenya e Tanzania, e poi  l’11 Settembre del 2001 hanno colpito al cuore dell’occidente, agendo con una violenza mostruosa. Il presidente Bush ha reagito in maniera durissima bombardando e invadendo l’Afghanistan e questo non ha fatto altro che sommare altra violenza a risposte alternate sempre più brutali e sempre più orribili, fino ad arrivare ad oggi, quando ancora questo continua a ripetersi fino alla nausea. Allora chi è il male se le realtà del mondo sono così distorte tra l’Est e l’Ovest? Chi ha ragione? Dove sta la verità?

Io non credo che la risposta sia lo scontro tra le civiltà. Credo, invece, molto più fortemente che una possibile strada percorribile sia quella del dialogo. Dobbiamo capire chi sono, perché è inutile negarlo: non sappiamo niente di loro e ignoriamo completamente le loro culture. Dobbiamo capire cosa spinge un bambino a crescere e diventare un terrorista. Perché decide, nel pieno della sua vita, di farsi saltare in aria in mezzo ad altre persone? In cosa crede e cosa gli è stato insegnato per compiere un gesto così estremo? Non elimineremo mai il terrorismo uccidendo i terroristi. Soltanto eliminando le ragioni che portano al terrorismo possiamo pensare di estinguere il terrorismo. Bombardare le loro basi non fa altro che generare odio e l’odio genera terroristi. Dobbiamo interrogarci sui “perché” non sui “dove”.

Con queste parole non fornisco risposte alla situazione odierna, ma soltanto domande. Voglio cercare di interrogarmi e capire come questi due mondi, occidente e oriente, possono cercare di convivere in maniera pacifica. E sarò estremamente soddisfatto se faranno scaturire in voi anche un solo piccolo, misero e insignificante dubbio, perché è esattamente ciò che vorrei. Perché ci sono tante cose che possiamo non comprendere e non apprezzare, ma esistono e per alcune culture sono tanto normali quanto per noi lo è la colazione con brioche e cappuccino. La mia speranza è che trovare un colpevole non diventi mai più importante del trovare una soluzione..

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