Maschere di Normalità

Dietro questa “terribile normalità” della massa burocratica, che era capace di commettere le più grandi atrocità che il mondo avesse mai visto, la Arendt rintraccia la questione della “banalità del male”. Questa “normalità” fa sì che alcuni atteggiamenti comunemente ripudiati dalla società – in questo caso i programmi della Germania nazista – trovino luogo di manifestazione nel cittadino comune, che non riflette sul contenuto delle regole ma le applica incondizionatamente. Eichmann ha introdotto il pericolo estremo della irriflessività. Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che quei tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.

Lezione di religione. Dopo aver guardato il film “L’onda” (Dennis Gansel, 2008), diamo vita ad una discussione/riflessione ed emergono prepotenti le parole de “La banalità del male” di Hannah Arendt. Le avevo già sentite, le avevo già lette, ma forse non mi ero posta il problema di comprenderle realmente. In quel momento hanno assunto un significato diverso, probabilmente perché ero pronta ad ascoltarle, e mi sono resa conto che la normalità di cui si parla non è altro che una maschera. Una maschera tanto banale quanto atroce che porta inevitabilmente a una costante inquietudine nel vivere con la consapevolezza che saranno le persone più comuni a strapparti la libertà. Vivere con la paura di chi ci circonda perché sappiamo di cosa sia capace.
Frasi forti, ma quali parole legate alla Shoah non lo sono? Così come non possono che esserlo quelle legate al male, considerato dalla Arendt “superficiale” tanto dallo sfidare il pensiero che vuole indagare in profondità, frustrato perché non riesce a trovare nulla.
Forse il male non è “radicale”, ma di certo è ben radicato nella società, nel mondo. Sia questo incarnato da uomini banali capaci di genocidi o uomini d’onore che si mascherano da giustizieri ricoprendosi invece di vergogna, sembra che non possiamo fare altro che convivere nel moto incessante di questo pendolo tra momenti di estraniamento, in cui ci isoliamo da realtà strazianti facendo finta che non esistano o che non siano un nostro problema, e momenti di riflessione, quasi colpevolizzandoci per la nostra impotenza. La criminalità organizzata si nasconde nei meandri della vita civile, indossando maschere diverse a seconda dell’esigenza, eppure tutti noi siamo consapevoli della sua esistenza e del suo agire spregiudicato.
A tutti sarà capitato di fare i conti con le parole “quello è il figlio di un mafioso” oppure “meglio stare alla larga da quella famiglia”. Triste capire che non sono tanto le loro maschere il problema, quanto piuttosto il nostro nascondere la testa sotto la sabbia. La verità è che nascondersi è comodo.
Uscire allo scoperto, dalla sabbia o da dietro una maschera, è per i coraggiosi. Per ogni cosa abbiamo bisogno di sicurezza, per ogni responsabilità da sobbarcarci, per ogni decisione da prendere e per ogni singola situazione da affrontare abbiamo un insano bisogno della certezza che nulla avverrà a nostro discapito e che in alcun modo falliremo: se così’ fosse non sprecheremmo nemmeno tempo a provarci.
La libertà non ce la toglie solo il male, ce la togliamo da soli, quando facciamo discorsi ipocriti ed egoisti, quando siamo cinici e spaventati, quando non denunciamo e preferiamo tacere e fingere affrontando passivamente la vita. Queste maschere che si insinuano nelle nostre vite ci rubano la libertà, ci strappano la possibilità di un’esistenza completa, relegandoci al vuoto della rabbia e della disillusione.
È proprio ciò che vuole mostrare Gansel nel suo film: attraverso un esperimento sociale per far comprendere agli studenti di un liceo come le masse possano essere facilmente manipolate, svela l’abituale sottomissione alla volontà di chi comanda. Certo, queste sono tante belle parole e nessuno di noi ha la chiave della porta che conduce a un mondo migliore e privo di ingiustizie. Quello che so è che fare finta che questo male non esista, è l’azione più stupida che l’umanità possa fare.
Per chiudere il cerchio e concludere la riflessione che lei stessa mi ha ispirato, Hannah Arendt ha detto “l’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti”.

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