Gli intoccabili

Oggi le peggiori multinazionali hanno nomi sconosciuti in occidente e nessuna reputazione da difendere. Violano i diritti umani, ed è sempre più difficile fermarle.

di M. Hobbes – trad. G. Vincenzi

CHISUMBANJE, Zimbabwe. Un giorno Joyce Chachengwa si è svegliata e ha trovato le sue coltivazioni – la sua unica fonte di cibo e reddito – seppellite nel fango.
Chisumbanje è un piccolo villaggio nello Zimbabwe orientale, vicinissimo al confine con il Mozambico. Chachengwa coltiva mais e cotone qui da tutta la vita. Ogni anno contraeva prestiti per semi e fertilizzante e poi li ripagava con il suo raccolto. Da quando ha perso il marito, si è fatta aiutare dalle sue due figlie e dagli otto nipoti per condurre il suo fondo da 75 acri (30 ettari circa, ndt). Alcuni anni produceva fino a quattro tonnellate di mais e centoventi balle di cotone.
Ma quel mattino quando Chachengwa è andata al suo fondo ha trovato l’intera annata – mesi di lavoro – ricoperta di terra, con la superficie solcata da linee, pronta per piantare le colture di qualcun altro.
Da quel giorno, le cose non hanno fatto che peggiorare. Chachengwa ha appreso che tutti i fondi dei villaggi circostanti erano stati venduti ad una compagnia di etanolo. La terra sarebbe stata convertita in campi di canna da zucchero. L’impianto di trasformazione, a otto miglia di distanza, era già in costruzione. Chachengwa, come tutti gli altri, non avrebbe mai più rivisto il suo terreno. Le fu assegnato un nuovo fondo, grande un sesto rispetto al vecchio e più lontano da casa sua. Sì, era più piccolo – le disse il capo del suo distretto – ma sarebbe stato irrigato, più produttivo, e più facile da condurre.
Dopo aver piantato il mais però, Chachengwa scoprì che l’irrigazione arrivava a intermittenza e che i canali rimanevano a secco per giorni. Quel che è peggio, l’acqua di irrigazione proveniva dallo zuccherificio, acida e verdognola. Iniziò a soffrire di ferite ai piedi ed eruzioni cutanee sulle braccia. Dai villaggi vicini cominciò a sentire storie di malattie e di bestie morte dopo aver bevuto quell’acqua.
Oggi, il fondo di Chachengwa produce poco più di cinque quintali di mais all’anno, circa un ottavo di quello che produceva prima. Lei sa che sarebbe meglio ruotare le coltivazioni per lasciare una parte di terreno a riposo e permettere ai nutrienti del suolo di rigenerarsi. Ma il mais è tutto quello che ha da mangiare. Al momento della raccolta stagionale sta già per terminare quello dell’anno precedente. Perciò pianta mais sullo stesso terreno ogni anno, raccogliendone sempre meno. Ogni anno diventa più difficile affrontare l’acquisto dei semi necessari, e pure in casa le riserve stanno finendo.
Le cose non sono mai andate bene a Chisumbanje, ma non sono mai andate così male. Una delle nipoti di Chachengwa ha tredici anni. Dopo aver abbandonato la scuola perché Chachengwa non poteva più permettersi l’iscrizione, è diventata una delle molte mogli di uno degli anziani del villaggio. È già incinta. Le figlie dei vicini di Chachengwa e i loro amici hanno superato il confine con il Mozambico, diventando prostitute nelle città o sulle grandi vie di comunicazione, guadagnando appena quel poco che serve a mangiare, più qualcosa da mandare a casa. Agli uomini furono promessi lavori nelle piantagioni di canna da zucchero, ma la compagnia che le gestisce assume solo lavoratori temporanei e paga appena due dollari, più un pasto caldo, per un’intera giornata di lavoro.
È da sette anni che Chachengwa ha perso la sua terra. Le fattorie di canna da zucchero nello Zimbabwe orientale ora coprono un’area pari alle dimensioni di Manhattan, e alimentano il più grande impianto di trasformazione di tutta l’Africa. Più di 10 mila persone sono state spostate.
Avete capito dove voglio andare a parare, giusto? Vi sto per dire che la compagnia dietro tutto questo è la Monsanto, o la Shell, o la Coca-Cola. Che l’etanolo usato dal carburante delle vostre macchine viene prodotto da quell’impianto. Che il governo americano sta finanziando o non sta fermando quel che accade lì.
Niente di tutto ciò. La compagnia responsabile di tutto questo si chiama Green Fuel. Ha il suo quartier generale nello Zimbabwe, non è quotata in nessuna borsa, non vende nessun prodotto negli Stati Uniti, e non ha investitori occidentali.
Ed è sempre di più la regola, piuttosto che l’eccezione. Quando pensi ai peggiori abusi commessi nei paesi poveri – furto di terre, maglierie abusive, buste piene di soldi per i politici – probabilmente penserai che sono commessi da compagnie che hanno sede in quelli ricchi: Nike in Indonesia, Shell in Nigeria, Dow nel Bhopal, India.
Questi sono i casi di cui sentirai parlare più facilmente, ma non sono più indicativi del modo in cui questi abusi di fatto avvengono, o di chi li commette. Oggi le peggiori multinazionali hanno nomi che non hai mai sentito. Vengono da posti come Cina e Sudafrica e Russia. I paesi in cui hanno la sede non riescono a regolamentarle, e i paesi in cui operano non lo vogliono.
Negli ultimi dieci anni ho lavorato per una ONG impegnata a prevenire che le multinazionali violino i diritti umani. Ecco perché ogni attore occidentale che avrebbe potuto fermare quello che è accaduto a Chisumbanje – i media, le agenzie internazionali, la mia stessa ONG – ha sempre meno potere per farlo.

Nominare gli spudorati
Nel 2004 una compagnia mineraria chiamata Rio Tinto ha scoperto un deposito di diamanti appena fuori Zvishavane, Zimbabwe. Nelle prime fasi dell’esplorazione, la compagnia capì che l’unico modo per estrarli era trasferendo le circa centoquaranta famiglie che vi abitavano sopra.
Rio Tinto passò i due anni successivi negoziando, organizzando incontri pubblici in municipio ed elaborando un piano di trasferimento progettato per lasciare i contadini in condizioni migliori. La compagnia comprò nuove fattorie con terreni di simili condizioni e quindi vi impiantò colture così da essere pronte per il raccolto una volta che i contadini si sarebbero spostati. Costruì scuole e strutture sanitarie, insegnò ai membri della comunità ad aumentare la produttività dei loro allevamenti, e spostò persino 265 tombe nel nuovo villaggio. Una volta che le famiglie furono trasferite, la compagnia accettò un “Piano di Azione delle Comunità” decennale per continuare a fornire formazione e investimenti dopo l’inizio delle operazioni.
Tutto ciò è avvenuto ad appena 150 miglia da Chisumbanje, soltanto quattro anni prima dell’arrivo della Green Fuel. E perché quindi una compagnia si è impegnata tanto a trasferire i poveri contadini che vivevano sulla sua terra, mentre l’altra li ha semplicemente spazzati via? La risposta sta nel luogo dove ha sede la compagnia e negli incentivi che questo comporta.
Rio Tinto ha base a Londra. È presente nei listini delle borse di Regno Unito, Australia e Stati Uniti. Deve seguire le richieste di rapporto dell’Unione Europea. Se la compagnia paga tangenti in Zimbabwe, può essere processata per corruzione internazionale secondo la legge degli Stati Uniti o per tangenti nel Regno Unito. Se butta fuori delle comunità dalla loro terra, esse possono presentare una querela al Punto di Contatto Nazionale (PCN) britannico presso l’OECD o alla sua agenzia di credito all’esportazione. Una ONG internazionale può denunciare la compagnia ai tribunali statunitensi.
L’attivazione di uno di questi rimedi provocherebbe l’arrivo di una truppa della BBC davanti alla porta della Rio Tinto il giorno dopo, trasmettendo ai consumatori a casa immagini di paesani maltrattati, coltivazioni distrutte e ruspe in attesa. In breve tempo gli investitori della Rio Tinto si attaccherebbero ai telefoni domandando perché le ONG li stavano spingendo a disinvestire.
Questa architettura è uno dei maggiori trionfi nel campo dei diritti umani internazionali degli ultimi 50 anni. Questi meccanismi non sono perfetti – alcuni casi nei tribunali statunitensi vengono cassati per difetti tecnici; la pubblicità li spazza via; le pratiche ai Punti di Contatto Nazionale dell’OECD a volte giacciono in un cassetto – ma tutto sommato, hanno alzato il costo delle violazioni dei diritti umani nei paesi in via di sviluppo. E, cosa altrettanto cruciale, ha dato alle compagnie un motivo per spendere soldi per evitarle.
Ora paragoniamo la Rio Tinto con la Green Fuel. Una campagna nome-vergogna non funzionerebbe, perché la compagnia non ha bisogno di difendere la sua reputazione – non ne ha una. Le controversie al di fuori dello Zimbabwe non funzionerebbero, perché la compagnia non ha investitori internazionali o azionisti. Non ha nemmeno clienti internazionali: l’etanolo che produce è di una qualità talmente scarsa da essere venduto solo sul mercato interno. Ogni leva che abbiamo, l’intera architettura che abbiamo costruito, è basata sulla riconsegna delle compagnie a quelle giurisdizioni in cui i legislatori, i clienti e la società civile hanno il potere di punirli. Ma per la Green Fuel, come per migliaia di altre compagnie di questo tipo, la fuga continua. (I numerosi tentativi di raggiungere la Green Fuel non sono stati accolti, nda).
Sarah Labowitz, una ricercatrice dello Stern Center for Business and Human Rights dell’Università di New York lo chiama “il problema del denominatore”.
«Si sapeva che un meccanismo di rendicontazione transnazionale non raggiunge ogni singola multinazionale», afferma. «Ma negli ultimi dieci anni abbiamo visto l’esplosione di compagnie su cui non possiamo fare alcuna leva».
Dal 2003 gli investimenti da paesi in via di sviluppo verso altri paesi in via di sviluppo sono cresciuti di più dell’80% annuo, e ora rappresentano il 39% del totale.
La lista delle 500 compagnie della Fortune Global nel 2014 includeva 118 compagnie con sede in Brasile, Russia, India o Cina. Proprio come la Green Fuel, queste compagnie non sono soggette ad alcun meccanismo di regolamentazione transnazionale. Non devono riferire le loro attività all’estero, e non possono essere portate in tribunale nelle loro giurisdizioni domestiche.
Labowitz mostra che dal crollo della fabbrica del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, nel quale morirono 1130 persone, i marchi di abbigliamento internazionali hanno fatto sforzi significativi per migliorare le condizioni di lavoro nelle fabbriche dei loro fornitori. L’Accordo sugli Incendi e la Sicurezza degli Edifici del Bangladesh (Accord on Fire and Building Safety, ndt) e l’Alleanza per la Sicurezza dei Lavoratori (Alliance for Bangladesh Worker Safety, ndt) ora comprende quasi duemila fabbriche in Bangladesh e ha messo in campo ispezioni più efficienti sugli edifici, audizioni più frequenti e liste a “tolleranza zero” per i fornitori che si rifiutano di migliorare.
Ma questa non è che parte della storia. Labowitz ha anche scoperto che meno di un terzo delle fabbriche tessili in Bangladesh vende direttamente a grandi marchi occidentali. La maggioranza – cinquemila di esse – vende vestiti sul mercato interno, a consumatori in India e in Cina, oppure a compagnie che producono abiti privi di marchio.
E questo settore dell’economia – in cui le fabbriche sono invisibili alle campagne di boicottaggio, dove nessuno chiede loro alcuna audizione – cresce più rapidamente di tutti.
[fine prima parte]

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