Capi-villaggio vs. aziende multimiliardarie

La maggior parte dei terreni agricoli nel mondo è incolta e amministrata in maniera informale. Queste condizioni rendono la terra vulnerabile alle Green Fuel di tutto il mondo.

Di M. Hobbes – trad. G. Vincenzi

[continua da qui]

Oliver Makwalo ha diciotto mogli e 114 figli. Prima che la sua fattoria di 500 acri (200 ettari circa, ndt) a Chisumbanje fosse interrata nel 2008, governava la sua famiglia come un’azienda: i figli lavoravano nei campi; le moglie e le figlie schiacciavano il mais fino a farlo diventare cibo; i bambini svolgevano i loro compiti, tutti in un largo assembramento di capanne separate dagli alberi.
Come in gran parte dei paesi in via di sviluppo, non è sempre chiaro chi possieda la terra a Chisumbanje. Le persone come Makwalo vivono, coltivano e allevano bestie qui da centinaia di anni. Sanno quale sia il loro campo per tradizione e consuetudine, non per un titolo di proprietà o un atto scritto. Così, quando gli emissari della Green Fuel sono arrivati per acquistare la terra, non hanno parlato con i contadini. Hanno invece trattato con il capo del distretto e i suoi collaboratori (gli “uomini capo”), i leader tradizionali che hanno il potere di vendere la terra ad altri sottraendola ai loro sottoposti. Gli emissari della Green Fuel hanno avviato le trattative comprando una macchina al capo distretto. Una volta che la terra fu interrata e la canna da zucchero piantata, gli dissero che avrebbero trattenuto il dieci per cento dei guadagni affinché fosse ridistribuito ai paesani. Stava al capo dividerlo e ridistribuirlo ad essi.
Il sistema collassò quasi immediatamente. Ex residenti che non vivevano a Chisumbanje da anni tornarono per reclamare i loro campi, lasciandone meno alle persone che avevano visto i loro interrati. I capi assegnarono un campo ad ogni famiglia, invece che ad ogni persona, senza considerare chi all’inizio avesse più terra. La famiglia di Makwalo, con i suoi 150 membri, fu considerata come una sola famiglia e le fu assegnato lo stesso campo, delle dimensioni di mezzo campo da calcio, degli altri.
E Makwalo, in realtà, fu uno di quelli fortunati. Delle oltre 1700 famiglie che furono spostate dalla Green Fuel, solamente 500 circa furono ricompensate con un nuovo terreno. Quando i paesani si lamentavano, il capo villaggio gli diceva che la terra non era mai stata loro e che era stata affidata solo provvisoriamente ai loro nonni. Egli aveva il diritto di proprietà.
Nel frattempo, il capo villaggio e i suoi uomini si assegnarono un terreno a testa, assicurando così alle loro famiglie poligamiche vasti appezzamenti di terra irrigata. Makwalo oggi spende cento dollari all’anno di affitto per un terreno di uno degli uomini del capo.
Agli altri contadini toccarono terreni non irrigati a molte ore di cammino da casa. Impiegarono molte settimane a pulire le sterpaglie e abbattere gli alberi affinché i loro nuovi fondi fossero pronti per la semina, prima che si sentissero dire dal capo che la terra era stata riassegnata all’azienda e che loro avrebbero dovuto ricominciare di nuovo in un altro terreno. “Ci stavano soltanto usando per pulire la terra”, mi ha detto un contadino.
Presto la disperazione rivolse gli abitanti del villaggio l’uno contro l’altro. I vicini iniziarono a rubarsi il mais e a far pascolare le bestie sulle colture degli altri. Le uniche persone che ancora riuscivano a coltivare cotone, la coltura tradizionalmente più proficua della regione, erano gli uomini del capo villaggio. Molti degli altri contadini rinunciarono del tutto al guadagno e cominciarono a coltivare ortaggi per il proprio sostentamento. Uno dei contadini che ho incontrato aveva comprato un freezer e un generatore che gli permetteva di vendere pesce lungo la strada. Nei giorni buoni guadagni circa tre dollari.
La comunità alla fine iniziò a combattere contro la compagnia, rubando lo zucchero e distruggendo i trattori. Due anni fa, qualcuno incendiò più di mille acri (oltre 400 ettari, ndt) di campi di canna da zucchero. L’anno scorso, un impiegato della Green Fuel ebbe un braccio mozzato con un machete in una lite con un contadino. Dopo questo episodio, la situazione raggiunse una fragile situazione di stallo: ogni volta che la comunità organizzava una protesta o rubava dello zucchero, la compagnia chiudeva i rubinetti dell’irrigazione per alcuni giorni.
Dal 2013, queste comunità non hanno mai incontrato i rappresentanti della Green Fuel direttamente. Ogni informazione giunge filtrata dal capo distretto e dai suoi uomini solitamente in forma di ordinanze del tipo “Green Fuel acquisirà un nuovo lotto di terreni, la tassa di riscatto aumenterà dai tre ai quattro dollari”, piuttosto che come proposte. Le proteste e gli atti vandalici, sostengono i contadini, sono l’unico mezzo per comunicare con la compagnia. La forza è l’unico modo in cui la compagnia ha risposto alla comunicazione.
Questi schemi locali – i leader corrotti, le comunità divise, la compagnia che li usa gli uni contro gli altri – non appartengono solamente allo Zimbabwe. La Banca Mondiale stima che il 90 per cento dei terreni rurali dell’Africa non siano accatastati oppure siano di proprietà collettiva, la maggior parte dei quali amministrati da capi tradizionali.

In questa mappa i principali paesi investitori (cerchi azzurri) e i paesi in cui sono acquistati i terreni agricoli
In questa mappa i principali paesi investitori (cerchi azzurri) e i paesi in cui sono acquistati i terreni agricoli
Sin dalla fine del colonialismo i paesi in via di sviluppo sono stati spinti dalle istituzioni internazionali e dall’ONG (come la mia) a riconoscere le strutture di potere tradizionali. In comunità senza titoli di proprietà ufficiali o confini ben distinti, ha un senso affidare a una persona il potere di parlare a nome delle persone che vivono lì.
Riguardo a questo aspetto, lo sforzo ha avuto successo. Decine di paesi adesso riconoscono proprietà consuetudinarie o collettive e condividono il ruolo dei leader tradizionali come amministratori di esse. Nel mondo in via di sviluppo, le leggi sulla proprietà fondiaria impongono agli acquirenti di accordarsi con i leader tradizionali prima dell’acquisto.
Il problema è che queste strutture non furono mai pensate per confrontarsi con aziende multinazionali. Dare ai capi distretto un potere inappellabile sulle loro comunità funziona per il ruolo di giudice in una disputa sui confini o per ordinare agli abitanti più giovani di pagare una pensione ai più anziani.
Nelle aree rurali, dove l’alfabetizzazione è limitata e il potere centrale debole o del tutto assente, è, di fatto, essenziale. Ma quando i leader tradizionali iniziano a negoziare le compravendite di terreno per decine di milioni di dollari oppure a vendere appezzamenti di terreno grandi quanto un piccolo stato europeo, senza alcune trasparenza o rendicontazione, è la ricetta giusta per un disastro.
Nel Sud Sudan le autorità tradizionali hanno accordato a un’azienda del legno l’affitto per 49 anni di un appezzamento di terra grande come il Delaware per soli 25 mila dollari. In Indonesia alcuni capi tradizionali hanno venduto la terra dei loro paesani senza dichiarare che erano stipendiati dalla compagnia alla quale la stavano vendendo.
Nella maggior parte dei paesi che riconoscono forme di proprietà tradizionali, le comunità perdono tutti i diritti legali sulle loro terre non appena vengono acquistate. Questo fa sì che le compagnie promettano lavoro e sviluppo ai capi tradizionali – o li corrompono semplicemente – e poi tagliano ogni comunicazione non appena viene rilasciato il titolo di proprietà. Nel 2012 la National Land Agency dell’Indonesia ha contato 8 mila conflitti attivi per il possesso di terra, molti riguardanti piantagioni di palma da olio e foreste ad uso commerciale.
Questi sono i tipi di storia che mi rendono pessimista sulla capacità delle ONG nel campo dei diritti umani di prevenire in futuro altre Chisumbanje. La domanda globale di terreni agricoli è cresciuta di 14 volte dal picco dei prezzi del cibo a livello globale nel 2008. La maggior parte di quella terra è rurale, incolta e amministrata in via informale: sono queste le condizioni che la rendono vulnerabile alle Green Fuel di tutto il mondo.

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