Soul Jazz Records @ Outer Festival

Una recensione fatta bene di regola ha un incipit fatto bene. Una cosa tipo un aneddoto curioso sull’artista che si sta per recensire, una breve sinossi di quanto si sta per trattare. Ma, almeno in questo caso, preferisco partire con una confessione: sono un nerd dell’hip hop. Da ragazzino provavo a scrivere rime e, quando lo facevo, quelle povere rime finivano sempre col succhiare cazzi maggiori, come direbbero i fra del vicinato. Le scrivevo in inglese, non in italiano, perché da ragazzino l’unico rap italiano che reperivo con una certa frequenza era quello degli Articolo 31, e mi faceva super schifo. Sì, certo, ogni tanto la radio passava Neffa, e sapevo che lui era il capo, ma non lo capivo. Troppo slang, troppe inversioni di significati e significanti, troppe allusioni adulte che proprio boh. Non capivo nemmeno i giochi di parole di Lauryn Hill, in effetti, ma lei era la creatura più bella scesa in Terra e avevo tutti i suoi dischi, più un libercolo comprato in America che eseguiva chiarissime esegesi delle sue liriche. Quindi mi scaricavo i testi di Blunted on reality, The Score e The miseducation…, coadiuvato dalla connessioncina casalinga a 28.8k, perché era tipo il ’95 e comunque un modem che reggesse un traffico dati simile era una specie di cannone iperspaziale. Li stampavo uno ad uno, quei testi, impiegandoci solo tre giorni di imprecazioni contro l’Atari 1027 a 8 bit per canzone, e poi correvo nello studio di mio padre, unica stanza di casa dotata di lettore cd, per leggerli ad alta voce, cercando di ricalcare il flow di Lauryn. Dividere la battuta in barre. Arrivare sul beat. Invece di studiare facevo questo, e, al milionesimo tentativo di imitazione, la cosa mi riusciva anche discretamente. Ma scrivere era un’altra faccenda, forse l’idea di farlo in inglese era abbastanza stupida, probabilmente molto stupida, e lì ero destinato al fallimento. Quindi recuperavo punti coolness, anzi nerdiness, leggendo tutto quello che trovavo in tema hip hop. Mi educavo, scoprivo cosa piaceva a Lauryn, a Clef, a Praz, a NAS, a Tupac, a Biggie, cosa ascoltavano. Scoprivo Gil Scott Heron, Grandmaster Flash, Afrika Bambaataa, Master Jay, Sugar Daddy, LL Cool J, i Last Poets, Melvin Van Peebles.

Ecco, avessi avuto allora Boombox, ultima fatica di Soul Jazz Records, avrei fatto molta meno fatica.

E chi diavolo è Soul Jazz Records?, molti di voi si staranno chiedendo. Calma, siamo qui per voi.

Soul Jazz Records è un’etichetta londinese nata nel 1992, col dichiarato intento di “intrecciare connessioni culturali tra generi musicali”. Nello specifico: reggae, soul, ska, dub, jazz, musica brasiliana e latina. Da allora l’etichetta ha continuato a spaziare, pubblicando raccolte di funk, post-punk, elettronica, Chicago house e world music, insieme a un discreto numero di singoli e studio album di artisti del proprio roster.

Boombox è un must have degli amanti dell’hip hop, una compilation di 17 tracce che include pezzi classici e gemme rarissime degli albori del rap, direttamente dai giorni zero, quando chi faceva hip hop era davvero un innovatore e la parola “rap” era inserita in tutti i titoli di canzoni. Boombox – Early Indipendent Hip Hop, Electro and Disco Rap 1979 – 82 rispedisce l’ascoltatore alle radici, allo spirito da block party, quando i primi dj e produttori iniziavano a riproporre classici disco e funk anni ’70, isolando i chorus in quattro quarti (the get down!) per creare il tappeto sonoro alle rime dei maestri di cerimonie.

La compilation della Soul Jazz comprende alcuni classici, contemporanei a quello ad oggi considerato come il pezzo rap che ha spianato la strada commerciale a tutto ciò che venne a seguire (Rapper’s Delight): Rhythm Rap Rock di Count Coolout, Cop Bop di Portable Patrol e la gemma disco rap di Sugar Daddy, One More Time.

I ragazzi di Soul Jazz Records, muniti del loro sound system, saranno tra gli artisti che si esibiranno all’Outer Festival di Castelfranco Emilia, il 9 e il 10 settembre. Ne avevamo già scritto qui. Don’t miss out!

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