Bombe di legno e diamanti

A Bangui, il fischio delle bombe ancora non si sente. Ci si limita ad evocarne, e contemporaneamente scongiurarne, l’arrivo, temendo che Boko Haram dal nord del Cameroon un giorno decida di entrare da ovest valicando i confini liquidi di questa giungla verde, facendoci saltare in aria tutti. Per il resto, la Repubblica Centroafricana – la “Cenerentola” dell’Africa come la chiamavano i francesi in epoca coloniale – è povera persino negli armamenti dei gruppi armati, che restano, tuttavia, più diffusi del pane, più accessibili dell’acqua nella stagione secca.

Nell’immaginario collettivo, il “Centrafrica” è stato spesso erroneamente associato ad una regione – appunto quella centrale dell’Africa – più che ad uno Stato vero e proprio. Della sua esistenza in quanto Stato, pur avendo esso raggiunto l’indipendenza già nel 1960, il mondo sembra essersene accorto solo agli inizi del 2013, quando il Paese è salito agli onori della cronaca per lo scoppio di una sanguinosa guerra civile tuttora in atto. Per più di metà secolo, la Repubblica Centroafricana fu governata da dittatori di stampo militare, mentre la corruzione, la violazione di diritti umani, la repressione di ogni dissenso politico e il nepotismo erano istituzionalizzati ed endemici. [1] Lo scopo principale dei governanti di questi anni era l’arricchimento personale e dei propri familiari, attraverso appropriazioni indebite di fondi pubblici e lo sfruttamento illegale di risorse naturali e minerarie, in un contesto in cui la maggior parte della popolazione viveva nella povertà più assoluta.

Nel 2003 Francois Bozize, contestato dalla società civile e da altre fazioni politiche, prese il potere con un colpo di stato, nonostante gli sforzi della Comunità economica degli Stati dell’Africa Centrale e le varie conferenze di pace a Libreville tra il 2008 e il 2011 per organizzare elezioni democratiche libere e trasparenti.

Nel settembre 2012, alcune milizie anti-governative, composte principalmente dalla minoranza musulmana – che, a più riprese, aveva accusato di soffrire di esclusione e isolamento dalla vita civile del Paese –iniziarono ad organizzarsi sotto il nome di Seleka (in Sango, ‘coalizione’) alla cui guida figurava Michel Djotodia, un intellettuale centroafricano di religione musulmana, rientrato in patria dopo aver trascorso 10 anni in Russia. Quest’ultimo nel marzo 2013 cacciò con un colpo di stato Bozize, dopo essere stato da lui nominato vice ministro della Difesa nel febbraio 2013, diventando il primo Presidente di religione musulmana in uno Stato a stragrande maggioranza cristiana. La cacciata di Bozize e l’ascesa al potere di Djotodia fu inizialmente applaudita da molte persone, che sperarono nell’inizio di una nuova epoca. La gioia tuttavia fu breve, in quanto, nel suo periodo di governo dal marzo al settembre 2013,  l’esercito di ‘foreign fighters’ – principalmente mercenari – che Djotodia e la coalizione dei Seleka ‘importarono’ dal vicino Chad e Sudan, unitamente ai guerriglieri locali, si macchiarono di vaste e sistematiche violazioni di diritti umani, acuendo la spirale di violenza comunitaria, che assunse rapidamente connotazioni etnico-religiose. Tali esazioni sulla popolazione civile da parte dei ribelli Seleka screditarono il neonato regime di Djotodia e crearono le condizioni per l’organizzazione di una contro milizia denonimata anti-balaka[2] e composta principalmente da giovani gruppi di autodifesa (che già operavano sul territorio per contrastare il passaggio di ‘coupers de routes’ che deviavano dagli itinerari della transumanza e distruggevano i raccolti), probabilmente con il rinnovato appoggio politico dell’ex Presidente Bozize nonché delle Forces Armees Centrafricaines (FACA).  A loro volta, gli anti-balaka si macchiarono di crimini di guerra e altre violazioni di diritti umani, tra cui uccisioni arbitrarie e massicce, saccheggi, distruzioni di proprietà, con il pretesto di agire in nome delle comunità cristiane per vendicare gli abusi subiti dalle milizie dei Seleka. L’esplosione di violenze settarie e comunitarie, soprattutto a Bangui, portarono la Comunità economica degli Stati centrali dell’Unione Africana a costringere Djotodia a dare le dimissioni durante un meeting diplomatico a Ndjamena il 10 gennaio 2014.

foto di US Army Africa

Il 15 settembre 2014 la missione di supporto in Repubblica Centroafricana guidata dall’Unione Africana (MISCA) trasferì la propria autorità alle Nazioni Unite, in conformità alla risoluzione 2149/2014 del Consiglio di Sicurezza, che istituirono la MINUSCA (UN Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Central African Republic), missione di peacekeeping e peace enforcement  ai sensi dal capito VII della Carta delle Nazioni Unite (base legale per la legittimazione all’utilizzo della forza da parte dei cosiddetti ‘caschi blu’ in casi di minacce alla pace e alla sicurezza internazionale). MINUSCA ha sancito il dispiegamento di oltre 12.000 caschi blu nel Paese, con l’obiettivo, tra gli altri, di proteggere la popolazione civile e favorire il disarmo dei gruppi armati, nonchè supportare le autorità nazionali legittimamente costituite nella ricostruzione democratica del Paese. Dal punto di vista della lotta all’impunità, varie risorse sono state messe in campo per la creazione di una Corte penale speciale nazionale che dovrebbe diventare operativa già da dicembre 2016. Contestualmente, la Corte penale internazionale con sede all’Aia ha già avviato una preliminary investigation sui crimini che rientrano nella sua giurisdizione (ovvero crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio).

Dopo la caduta di Djotodia, anche grazie all’appoggio della comunità internazionale, fu instaurato un governo di transizione guidato dalla Presidentessa Samba-Panza, che inizialmente doveva governare fino all’agosto 2015 con l’obiettivo di preparare il Paese alle sue prime elezioni democratiche. Il clima pre-elettorale fu caratterizzato da rinnovate tensioni, determinate soprattutto dall’ostilità delle fazioni ex-Seleka, che tuttora controllano il territorio centro-settentrionale del Paese. Nel marzo del 2016, grazie all’appoggio dei principali attori internazionali e regionali, Faustin Touadera è divenuto il primo Presidente democraticamente eletto nella storia della Repubblica Centroafricana.

White House official photo

Ciononostante, dopo qualche mese di apparente calma, tra settembre e ottobre 2016 il Paese è nuovamente caduto in una spirale di violenza – secondo alcuni in parte determinata dalla recentissima partenza del contingente francese dei Sangaris[3] e dalla conseguente riduzione numerica del contingente internazionale – caratterizzata da rinnovati attacchi alla popolazione civile, nonchè ad ospedali, luoghi di culto e attori umanitari da parte soprattutto dei ribelli ex-Seleka, in un contesto tuttavia fortemente caratterizzato da episodi di criminalità comune, dove gruppi armati organizzati e semplici banditi si mescolano e dove l’appartenenza o meno ad un gruppo armato – e di conseguenza la relativa responsabilità internazionale – risulta sempre più difficile da determinare, a causa, inter alia, del modus operandi degli attori in gioco, sempre meno strutturato dal punto di vista dell’organizzazione e della linea di comando, e sempre più propenso a confondersi con la popolazione civile, manipolando la narrazione del conflitto per soddisfare i reciproci interessi e profitti.

Questa breve disamina delle tappe principali del conflitto centroafricano indurrebbe probabilmente anche il lettore più empatico e culturalmente sensibile a concludere con un “poveracci” o  con un “che mondo orribile”. Non fosse che il tema dell’indebita appropriazione di risorse da parte sia delle élites centroafricane che dei vari attori regionali e internazionali – tra cui multinazionali cinesi, francesi ed europee – meriterebbe di essere oggetto di una trattazione specifica, essendo probabilmente una delle più occulte cause del conflitto. Si noti a riguardo che l’ONG Global Witness ha riportato che nel 2013 la Repubblica Centroafricana fu esclusa dal Kimberly Process, uno dei più alti sistemi di certificazione internazionale dei diamanti grezzi, dopo l’ondata di violenze e gravi violazioni di diritti umani che causarono la guerra civile, impedendo formalmente che le ricchezze del sottosuolo centroafricano raggiungessero i mercati europei e internazionali. Tuttavia, l’ONG ha stimato che dalla sospensione dell’accordo e proprio nei periodi di maggiore recrudescenza del conflitto, 140.000 carati di diamanti per un valore di 24 millioni di dollari sono stati esportati illegalmente fuori dal Paese. Rapporti analoghi hanno inoltre documentato come il disboscamento di intere aree della foresta centroafricana da parte di multinazionali europee (soprattutto francesi) e cinesi sia stato effettuato finanziando gli stessi gruppi armati che si sono resi responsabili di uccisioni sistematiche e sommarie, stupri, saccheggi e reclutamenti di bambini soldato.

Report come questi rappresentano un monito per tutti noi perché ci insegnano che anche i conflitti più remoti e dimenticati in fondo ci riguardano. Il nostro benessere ha un prezzo, e consiste molto spesso nel sacrificio del benessere di qualcun altro.

[1]                     Rapporto finale della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla Repubblica Centroafricana (2014). Si noti, inoltre, che, secondo il ranking del 2015 stilato dal Global Finance, la Repubblica Centroafricana è il Paese più povero al mondo, con oltre il 50% della popolazione che vive con meno di 1,90 dollari al giorno.

[2]                     L’origine della denominazione anti-balaka è curiosa: in Sango ‘anti-balles a’ ti laka’ sta per anti-proiettile AK, da AK47, il kalashnikov utilizzato dai ribelli Seleka; dunque il nome vuole rievocare la natura cristiano-animista del gruppo, che utilizza il grigri, quindi gli amuleti e la magia per diventare invincibile e immune ai proiettili degli AK47 dei Seleka. I rituali magici, spesso accompagnati dall’assunzione di sostanze, e l’utilizzo dei machetes come arma di guerra avrebbero contribuito ad acuire la ferocia delle azioni di questi gruppi che, nel 2013, furono considerati responsabili di una vera e propria pulizia etnica di musulmani nel quartiere PK5 di Bangui.

[3]                     I Sangaris – in Sango, ‘farfalla’ – si sono distinti in Repubblica Centroafricana per lo scandalo degli abusi sessuali sui minori in cambio di cibo. Per maggiori informazioni si veda il report di Human Rights Watch a riguardo.

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